Anche quelli davvero in gamba prima o poi schiattano


Non mi lasciavano entrare nella stanza, ma sapevo che tenevano le finestre chiuse e sempre mi chiedevo come potesse resistere senza piante intorno e uccelli. Fuori era un tempo di colline verdi e lucide come dopo il temporale, adesso vado su e vedrai che non è mica a letto, mi dissi una volta.

Invece c’era e bestemmiava, veniva una voce bassa dal cuscino e crescendo insolentiva tutti i santi finché si ruppe come si sente rompere un grosso piatto in un’altra stanza, si frantumò proprio così in singhiozzi e colpi di tosse.

Capii che non gli andava di morire benché fosse molto vecchio e sapevo anche le ragioni esatte che gli impedivano di arrendersi in pace. Già era stato uno che non aveva mai digerito un mal di testa, ma solo salute e allegria voleva intorno perché il mondo va già abbastanza male per conto suo, e non c’è bisogno che lo si aiuti noi con i cattivi umori. E malgrado questo non era stato uno di quelli che imparano presto a morire, ma aveva cercato sempre le ragioni che gli riempissero le ore e gli anni di continuo senza sosta.

Quelle ragioni erano piante da proteggere accendendo la fumata sotto d’inverno, e le risa delle ragazze, e il poter cominciare i balli d’estate per primo nel centro del palchetto, e poi il formaggio le salse il vino, i gnocchi con la bava e i fiocchi, e la bottiglia del vino tenuta al fresco nel secchiello pieno di acqua gelata, quei giorni che il cielo d’estate è così basso sull’orlo delle colline che pare di poterlo toccare con la punta della lingua.

E quelle domeniche che tornando a casa da messa sotto il sole noi gli portavamo chi il cappello, chi il colletto duro, chi la cravatta con la stecca dentro, chi il pacco del formaggio della festa. E quei mattini quando si alzava e nel giardino e nell’orto c’era la rugiada e lui doveva mettere terra su terra nelle buche che il cane Pari aveva fatto di notte. Io tenevo il cane davanti alla buca, gli facevo odorare la buca spingendogli giù la testa con tutte le forze mentre il cane puntando e piangendo cercava di liberarsi, il vecchio tornava col bastone e suonava il cane.

Ma soprattutto era bello essere con lui quando i cacciatori volevano saltare le reti.

«Sa bene che possiamo entrare dappertutto, è la legge» dicevano.

«E se dici che è la legge tu salta pure, poi vedremo» faceva il vecchio lisciando il manico della zappa. I cacciatori scuotevano la testa mormorando che gente c’è al mondo.

Altre volte ci appostavamo insieme per scoprire chi faceva l’amore tra le gaggie. Due si spogliarono nudi e noi gli portammo via i vestiti, lui mi spiegò tutto e mi disse che bisogna imparare a ballare se poi si vuole riuscire in certe cose.

Alla domenica mi dava una lira, io volevo invece venti soldi e allora ridendo diceva: «Folle! Non sai che tanto caca un bue come cento rondini?».

Era davvero in gamba, ma non aveva voluto capire perché la gente muore.


Giovanni Arpino

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