Selvatichezza sensualmente struggente


La rivelazione mi frustò, benefica come uno schiaffo a chi perde i sensi. Risvegliandomi, obbligava la mia vitalità a moltiplicare il mio ruolo amoroso: Calvino era lì, potevo fare per lui quello che la sorte mi impediva di fare per Sandrino peggio che se fosse morto. D’altronde Calvino ne stava imitando i gesti proprio per richiamare la mia attenzione su di sé. Si appropriava della mia preoccupazione, obbligandomi a dividerla con quella per Sandrino. C’era forse un’astuzia in quello che faceva, ma riuscì a terrorizzarmi. Non potevo dimenticare in certe sue lettere la descrizione dei suoi patemi perché aspettava la mia telefonata sul corridoio gelido della camera mobiliata che abitava a via Carlo Alberto 9: “In piedi davanti a questo telefono antiquato, devo limitare le mie parole, nel cuore della notte, a sommessi bisbigli… Sento che alla porta vicina c’è gente con la padrona di casa e questo basta a non farmi sentire libero”.

Pure, fu proprio il telefono, quel telefono, a portarmi sul suo filo quello irriconoscibile della voce di Calvino. Si annunciò, dopo giorni, senza parlare oltre. Lo implorai di dirmi dov’era. Rispose che non importava, bastava gli dicessi come stavo. Il timore di perdere quel contatto mi spinse a dirgli: “Senti, se sei a Torino parto e ti raggiungo. Non dire nulla. Parto adesso, stanotte. Conosco l’orario dei tuoi treni. Prendo l’ultimo col vagone letto. Domattina sono lì, da te”.

Ci fu quasi un grido.

 

Riagganciai. Fui presa da una specie di frenesia nei preparativi. Fissai una camera al Principe di Piemonte. Conoscevo il suo indirizzo, ma in realtà non sapevo come vivesse. Quali fossero i suoi problemi pratici per raggiungere Roma, qualche volta Firenze e incontrarmi fuggevolmente al di fuori di ogni intimità, fosse pure quella di pranzare insieme. All’alba del giorno seguente, dunque, scendevo alla stazione Principe di Torino. Avevo lasciato Roma in una notte fredda, limpida, stellata. A Torino pioveva e il cielo era ancora notturno.

Calvino era lì nel suo cappotto marrone, la testa alta sul collo lungo a spiare come un uccello. Spiccò una corsa da uccello, appunto, raggiungendomi in un lampo. Chiamò il facchino e mi guidò sicuro, esperto, felice, fuori. C’erano dei landau neri, col vetturino ancora in cilindro allo scoperto.

Ne prendemmo uno. Appena chiusa la portiera, mi strinse tra le braccia così forte da farmi male. Il viso tuffato sul mio collo, non voleva staccarsene.

C’era, con la giovinezza,
la fiducia, la frenesia
di chi non vuole dividersi
da chi l’ha tratto in salvo.

 

Sentii che aveva convissuto con pensieri bui che non mi avrebbe mai rivelato. Sentii la paura che doveva averlo dominato in quei giorni nei quali s’era intanato come uno scoiattolo ombroso. Scoiattolo lo definiva Pavese, aquilotto la madre. Falk lo chiamavo io qualche volta. La dolcezza di questa selvatichezza, rifugiata tra le mie braccia, era sensualmente struggente.


Elsa De Giorgi

7 pensieri su “Selvatichezza sensualmente struggente

    1. comunque la Chichita mi pare un pelo livorosa… secondo me la De Giorgi ha avuto un peso enorme nella produzione di Calvino di quegli anni. che poi facesse la diva e fosse una spocchiosa non ci piove. ma di donne come quella poche ce ne sono, ammettiamolo.

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