Quella di Arturo è un’isola che non c’è


Forse, la nostra natura ci porta a considerare i giochi dell’imprevisto più vani e arbitrari, troppo, di quel che sono.
Così, ogni volta, per esempio, che in un racconto, o in un poema, l’imprevisto sembra giocare d’accordo con qualche segreta intenzione della sorte, noi volentieri accusiamo lo scrittore di vizio romanzesco. E, nella vita, certi avvenimenti imprevisti, per se stessi naturali e semplici, ci appaiono, per la nostra disposizione del momento, straordinari o addirittura soprannaturali.

Aleggia una leggenda sulla Casa dei guaglioni, una maledizione: le femmine che ci entrano sono destinate a languire, ad ammalarsi e a morire. Lo sanno tutti sull’isola di Procida. Ed è per questa superstizione che le donne si tengono da sempre a debita distanza dal fatiscente palazzo finito per strani giochi del destino in mano a Wilhelm Gerace. Una casa senza donne è una casa senza amore. Ed è senza amore che nasce e cresce il figlio di Wilhelm: Arturo. Protagonista e voce narrante di una storia accaduta nel primo scorcio del ‘900, Arturo racconta d’essere stato messo al mondo da una giovanissima povera creatura d’oltremare che aveva sfidato a sua insaputa la maledizione della Casa dei guaglioni e che era morta proprio dando alla luce il bambino. Della madre, rimane solo un vecchio ritratto che il ragazzo rimira di tanto in tanto come un’immagine sacra.

Nella sua fotografia istantanea, che è l’unica immagine a me nota di lei, mia madre non appare più bella delle altre donne. Ma da ragazzino io, dinanzi a quel suo ritratto che guardavo e rimiravo, non m’ero mai domandato se fosse brutta o bella, e nemmeno pensavo di paragonarla alle altre. Era mia madre! e non so più dire quante cose incantevoli significasse per me, a quel tempo, la sua maternità perduta.

Spirito irrequieto, mezzosangue tedesco incompatibile con la natura diffidente e placida dei procidani, il padre Wilhelm si allontana continuamente dall’isola per destinazioni ignote. E porta con sé un carisma e un mito che si ingigantiscono anno dopo anno nella fantasia del piccolo Arturo, condannato felice a una vita selvatica e solitaria trascorsa tra le letture pescate nella biblioteca del palazzo e le inesauribili meraviglie del mare, della roccia, del borgo. Muovendosi nell’ombra colossale del padre assente, Arturo elabora un proprio codice di condotta, vere regole di vita che risultano infallibili perché mai messe alla prova di un autentico contatto umano.


L’ISOLA DEI LANGUORI

È un’indispensabile, lunga premessa, quella che non il sottoscritto, ma la stessa Elsa Morante deve fare per catapultarti dentro L’isola di Arturo [Torino, Einaudi, 2014]. Tutto ciò che accade, tutto ciò che viene vissuto, immaginato, sognato, sperato dentro un romanzo delicato e ispido come l’adolescenza è infatti indissolubilmente legato a questa manciata di fatti, che condizionano e distorcono lo scorrere delle parole e del tempo.
L’isola di Procida, nelle lunghe descrizioni che le dedica la Morante, è finita e sconfinata come può esserlo l’immaginazione di un ragazzino che vive a briglia sciolta. Ed esercita su tutti i suoi abitanti, Arturo compreso, un’irresistibile malia. Lo stesso Wilhelm è costretto a tornarci, probabilmente più spesso di quanto vorrebbe, avvinto anche lui da una presenza scomparsa. Che si creda o no agli spiriti – e Arturo, sprezzante delle superstizioni e dell’ignoranza, non ci crede – l’isola freme di languori, di segreti, di vite umane, animali, minerali e ultraterrene che si destano al passaggio dello Scirocco e della Tramontana, e si accendono con l’arrivo dell’estate.

 

Egli si versò ancora del vino; e mentre lui beveva, per forse due minuti rimanemmo tutti senza parlare. Si riudì l’urto dei flutti, giù, contro i piccoli golfi: e io, a quel suono, vidi nel pensiero la figura dell’isola distesa nel mare, coi suoi lumini; e la Casa dei guaglioni, quasi a picco sulla punta, con le porte e le finestre chiuse nella grande notte d’inverno. Come una foresta toccata dall’incanto, l’isola nascondeva sepolte in letargo le creature fantastiche dell’estate. In tane introvabili sottoterra, o negli anfratti delle mura e delle rocce, riposavano le serpi e le tartarughe e le famiglie delle talpe e le lucertole azzurre. I corpi delicati dei grilli e delle cicale si sfacevano in polvere, per rinascere poi a migliaia, cantando e saltando. E gli uccelli migratori, spersi nelle zone dei Tropici, rimpiangevano questi bei giardini.

E d’estate, quando Wilhelm torna per trattenersi a Procida più a lungo, Arturo vive momenti di intensa ebbrezza, di gioia pura, correndo e nuotando con lui, elevandosi sopra la rassegnata ignavia dei procidani, aspettando con ansia il giorno in cui sarà adulto per poter partire alla volta del mondo insieme a un padre-eroe bello, lontano e dissacrante come un dio.


L’AMORE DILANIA, QUANDO NON C’È

Ma non basta questo trasporto per dimenticare che un uomo, per esistere, ha bisogno anche d’amore. E a imporre questa tremenda verità ad Arturo, rubandogli la libertà d’uccello che credeva di possedere, è Nunziata, la giovane napoletana che Wilhelm porta inaspettatamente a casa come seconda moglie. L’incontro tra lei, sedicenne, e lui, di un anno più giovane, è comico e tenero, accende una luce nuova nella Casa dei guaglioni, che stavolta sembra non avere il potere di inoculare la sua maledizione. Ad avvelenarsi è Arturo, incapace di distinguere le emozioni che prova per uno stravolgimento così forte.
A questo punto non è più possibile fare alcun accenno alla trama, che si perde tra i giorni sempre uguali dell’isola, scanditi tutt’al più dall’alternarsi delle stagioni, e dal tarlo che divora Arturo, alla ricerca disperata di una strategia di sopravvivenza, di una chiave di lettura per la matrigna, così ingenua e devota e così pallidamente sensuale, per il padre, che diventa un mistero sempre più difficile da ricomporre, e soprattutto per se stesso, dilaniato da nuovi, prima inconcepibili desideri.

Uscivo, e mi pareva che tutti in terra non facessero che baciarsi: le barche, legate vicine lungo l’orlo della spiaggia, si baciavano! Il movimento del mare era un bacio, che correva verso l’isola; le pecore brucando baciavano il terreno; l’aria in mezzo alle foglie e all’erba era un lamento di baci. Perfino le nubi, in cielo, si baciavano! Fra la gente, là per le strade, non c’era persona che non conoscesse questo sapore: le donnette, i pescatori, gli straccioni, i ragazzi. Solo io non lo conoscevo; e mi venne una tale nostalgia di provarlo, che notte e giorno non pensavo quasi ad altro. Mi mettevo a baciare, per prova, magari la mia barca; o un’arancia che mangiavo, o il materasso su cui stavo disteso. Baciavo il tronco degli alberi, l’acqua che affiorava dal mare; baciavo i gatti che incontravo per la strada! E mi accorgevo di saper dare, senza che nessuno me lo avesse insegnato, baci dolcissimi, veramente belli. Ma al sentire contro le mie labbra nient’altro che una fredda polpa vegetale, o una corteccia rugosa, o un’amarezza salina; o al vedermi accanto il muso camitico d’una bestia, che fusava e poi d’un tratto se ne andava, piena di stravaganze, senza sapermi dire nulla; sempre più mi amareggiava il paragone con quella bocca santa, ridente, che, oltre a baciare, sapeva dire le più gentili parole umane!
Mi dicevo: anch’io, un giorno o l’altro, bacerò qualche persona umana. Ma chi sarà? Quando? Chi sceglierò, la prima volta?


IL BACIO DI ARTURO

E che, credevi di leggere qui la risposta? Eggià… Al limite ti posso dire che un bacio Arturo lo dà languido, fremente, appassionato, colmo di tristezza alla sua isola. Ed è un bacio che dura quanto l’intera storia. Anzi, Arturo un bacio lo dà proprio a te, lettore! Ti immedesimi così tanto con il ragazzo – anche perché la Morante sceglie un’efficacissima narrazione in prima persona, calandosi perfettamente non solo nell’età adolescenziale ma anche in una scontrosa indole maschile – che durante la lettura il resto, letteralmente, scompare. Sei a Procida, corri, salti, ti tuffi con Arturo, vivi le sue allucinazioni eroiche mentre spinge al largo la Torpediniera delle Antille, la barchetta compagna di mille avventure e solitudini. Senti il suo corpo crescere col suo disagio; ascolti la sua voce cambiare e stonare, imporsi, scegliere; il suo istinto di poeta della vita rafforzarsi man mano che le certezze dell’infanzia si sgretolano scoperta dopo scoperta, delusione dopo delusione. Fino a quando ti rendi conto con lui che Procida è un’isola che non c’è. Eppure, come lui, l’hai vista e ci sei stato.


11 pensieri su “Quella di Arturo è un’isola che non c’è

    1. sì, nelle prime pagine ne avevo sottovalutato l’efficacia, per via delle lunghe descrizioni e dell’apparente semplicità (che è poi quella dello sguardo di un bambino), poi a un certo punto mi sono reso conto di essere stato catturato dalla prospettiva di Arturo

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  1. Mannaggia, hai corretto prima che io ti dicessi che la tua segretaria Irma ci aveva evidentemente messo lo zampino, anzi, tolto una “r” 😂 .
    Io e Arturo, secondo me, abbiamo delle cose in comune.
    Comunque anch’io inziai a leggerlo, ma mi fermai per i tuoi stessi identici motivi! Soprattutto per la descrizione 😧 … ma facciamo che gli diamo una seconda possibilità.

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      1. Sai che ho pensato che ci avevi pensato? 😀
        Ma solo un pochino pigra! Così poco che devo ancora finire quel racconto per quel concorso che ti inviai.. 😮😂

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      2. Pure?! Mmh, bisogna vedere che tipo di religione. Comunque l’ho detto, una seconda possibilità gliela diamo! Diciamo che io le cose le faccio, solo… molto piano xD

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      3. Maria la religione è sempre religione: che si creda nella Madonna di Piedigrotta o in Dio o in Zeus sempre di atto di fede e di rispetto si tratta. non c’è religione più complessa e vera di un’altra

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      4. Sì, è un atto di fede sincero, solo che sarebbe bello leggere di chi crede alle tue stesse cose.
        Lo spiegava davvero bene Cesare Pavese, in quell’articolo che tu pubblicasti… quella riflessione, tanto che era vera e illuminante, me la sono salvata 😍
        D’altra parte, se tutti la pensassero come la penso io, in effetti, difficilmente guarderei certe cose da una prospettiva diversa…

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      5. sai qual è la verità Maria? che sotto sotto crediamo tutti a quel che ci fa più comodo credere. altrimenti dovremmo essere tutti come Abramo, che fu disposto a sacrificare il figlio solo perché gliel’ha detto Dio

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