Ritratto di Carlo Emilio Gadda


La vita pratica era stata ostile anche a Savinio, ma egli aveva potuto contare oltre che su una propria natura generosa, sulla duttilità di una cultura socializzata nella più ampia esperienza cosmopolita, sul sodalizio di una moglie amorosa e provvida come Maria e due figli stupendi; Gadda era solo, povero, minacciato dalla volubilità di una pressione paurosamente oscillante che si palesava su quel suo viso fiero, ermetico, un po’ irrigidito, quando, arrossendo, pareva gonfiarsi dal collo in su. Un viso singolare, quello di Gadda, severo e attento, proteso nella nobiltà del naso aquilino che si affacciava curioso e solenne sulla bocca chiusa, percorsa da una perenne clandestina ironia più imbarazzante della risata solitaria di Savinio.

Così alto, eretto in una sorta
di rigidità monumentale,
l’aspetto di Gadda
ricordava esteticamente
quel gigantismo ermetico
che è dei personaggi dechirichiani,
peculiare anche a Carlo Bo:
figure maschili emblematiche
del nostro nord, fervide quanto
compresse di autentiche passioni.

Conoscendolo, la scrittura di Gadda si confermava il portato naturale di quella sua persona solida e inceppata, densa e drammatica di eroe di Cervantes percorsa dall’ironia come da un’ossessione. Il barocco inesauribile di Gadda, risolto nell’irrisolto, la psicanalisi filologico-autocritica delle più arcaiche erudite superstizioni, brandelli di radici innestate a vocaboli popolari, pensieri dimessi: egli porta forse per primo nella nostra lingua il dramma spettacolare del dire, non del parlare.

Gadda, milanese si sa, aveva trascorso in Vaticano gli anni più duri del fascismo occupandosi della radio Vaticana. Quante voci senza volto avrà ascoltato nel segreto di una mansione tanto tecnica e apparentemente impersonale: frammenti, lingue sconosciute, un rapporto quotidiano col latino, guizzi di notizie politiche perforanti l’etere, sorvolanti la fascia ottusa dello spionaggio fascista.

A questo non s’è mai pensato. Ma quel che di Gadda (e quanto più di Joyce) ci ricorda Rabelais può anche attingere al solitario serbatoio di parole sradicate dal loro nesso, piovute da ogni parte dello spazio. L’ipotesi la propone proprio Rabelais: quando le immagina scambiate tra gente di differenti razze, come una gragnuola di gocce solidificate in ghiaccioli, forse destinate a sciogliersi o forse no; oggetti contundenti fatti per l’offesa come per la difesa dalla solitaria ostilità dell’uomo.

Gadda, assolutamente solo, viveva a Roma precariamente, in un appartamento assai periferico in cui per fortuna ebbe Goffredo Parise vicino e amico; ma i continui viaggi giornalistici di questi non gliene assicuravano certo la presenza consueta a via Blumenstihl 19, dove lo assillava, tra gli altri, l’incubo di essere sloggiato. La portiera si occupava per qualche ora al giorno delle sue prime necessità, principalmente le compere, restando lui spesso immobilizzato a casa, senza telefono, impaurito della salute. Molte delle sue lettere a me dirette dicevano queste sue ansie.

“Le mie condizioni fisiche non vanno bene, anche se tento di farmi forza e talvolta cerco di dissimulare lo stato in cui mi trovo…”

“Da giorni sono costretto a riguardi che mi boicottano la vita. Cure e diete mi riescono difficili. Impegni di lavoro incombono ferocemente. Appena starò un po’ meno male, la mia prima visita sarà per lei. Pregherò Citati e Pasolini di accompagnarmi.”

“Non ho potuto recarmi in Calabria per il premio conferito a Pasolini, non ero in condizione da affrontare il viaggio. Il sistema nervoso e il sistema circolatorio non funzionano come dovrebbero, ogni minima scossa è causa di un aggravamento. Io mi sento legato alla sua gentilezza, alla sua intelligenza e alla sua umanità da un vincolo di gratitudine. Ma le forze mi mancano ormai per essere quel gentiluomo che non pecca mai neppure formalmente. Mi voglia perdonare.”

“Sono alla disperazione, perché il male, costellato di piccoli malanni accessori, sembra non volermi lasciare. Il lavoro è intralciato o addirittura interrotto; mentre le sollecitazioni dei giornalisti mi frastornano di giorno in giorno e gli attacchi dei savi e dignitosi colonnisti si fanno più acri di mese in mese … Comprenda il mio stato, le condizioni in cui vivo. Da tempo non vedo Pasolini…”

Sono lettere che rispondevano prontamente invece per ringraziare di ogni minima sollecitudine, come l’invio di frutta, di qualche vino pregiato, o perché ero andata a prelevarlo con la macchina per condurlo a colazione nel suo ristorante preferito a via Ripetta, o semplicemente a fare una passeggiata. Spesso era mio nipote Gianni che studiava a Roma ad andarlo a prendere. Gadda aveva molta simpatia per lui, un giovane sereno e intelligente. Lo sollecitava a parlargli di Praga, dell’America, della Germania e della Grecia, tutti paesi dove Gianni era stato a lungo col padre, mio fratello, addetto culturale. Sapeva che Montale era stato loro ospite in Grecia con la Mosca, sua compagna, e gliene chiedeva notizie con curiosità.

Qualche volta conducevo Gadda a teatro dal quale era attratto e dove non metteva mai piede. Un pomeriggio lo convinsi a venire al Quirino per vedere Eduardo nel Sindaco del rione Sanità, una commedia scritta proprio allora, presso il letto di Thea, la giovane moglie già inguaribilmente malata, accanto alla quale anche io passavo lunghe ore; a entrambe ne aveva letto, foglio dopo foglio, la superba stesura.

Gadda fu incantato dalla commedia di Eduardo; gli vidi godere lo spettacolo come raramente accade (d’altronde un vero spettatore è più raro di un vero lettore) e alla fine mi disse di averlo trovato comparabile a uno spettacolo di Molière; e lui, così impacciato, difficile a ogni approccio, salì faticosamente le scale fino al camerino di Eduardo che, dopo tanto elogio, tenevo davvero a fargli conoscere di persona.

Eduardo era in un momento cupissimo: per la malattia di Thea che non lasciava speranza, la solitudine di Luca il figlio amatissimo restato già solo dopo la recente morte della sorellina decenne (strappo da cui Eduardo non s’era ripreso; una morte crudele, improvvisa, che aveva deciso del precipitare del male della giovane madre), e non fu molto espansivo. Ma Gadda, sorprendentemente, quasi sentisse tutte le ragioni dell’ermetismo di Eduardo, fu delicatamente effusivo. Ribadì la sua ammirazione per la commedia e l’attore introducendosi in particolari di attenzione preziosa (sulla immobilità di Eduardo per esempio in una scena che lo coglieva al risveglio, gli abiti discinti ma nessun abbandono che attenuasse l’autorità incombente del personaggio): parole ferme, proferite in una sorta di gentile rispettosa umiltà. Eduardo ne fu toccato. Si sciolse nel congedo – a sua volta – in un rispettoso compiacimento per quelle lodi.

Rivedo il suo levarsi dalla sedia davanti
al tavolo del trucco dove l’avevamo sorpreso;
lo specchio rimandava l’immagine di entrambi:
Eduardo che manteneva tra le sue la mano di Gadda,
lo sguardo chiaro, sporgente, imbarazzante
nella sua fissità, che catturava quello sfuggente,
subito intimidito di Gadda.

Ridiscendendo con quasi altrettanto impaccio della salita i gradini del Quirino, Gadda se ne mostrò scosso. Accennò al magnetismo di Eduardo alludendo al suo sguardo inchiodante. Quando più tardi vidi inscenate le bellissime prove scritte da Gadda per la Rai con un attore del valore di Bonacelli, mi sono chiesta quanto avrebbe giovato a un talento come il suo, che del teatro possedeva come Eduardo il midollo del grottesco, frequentare più da vicino il palcoscenico.

Tant’è. Per tornare a Calvino, ci legò verso Gadda un gesto comune e importante di sollecitudine, incoraggiato anzi ideato – credo – da Emilio Cecchi. Era stato assegnato a Palazzeschi il premio dei Lincei e Dio sa se ne era degno. Ma poiché tra quelli letterari era il più cospicuo economicamente, molti trovarono impietoso non averlo assegnato a Gadda, altrettanto meritevole, ma povero, mentre Palazzeschi aveva sempre goduto di propria agiatezza. Quella cifra avrebbe garantito sicurezza a Gadda fino alla morte.

Anch’io pur amando Palazzeschi di un antico e ricambiato amore, trovai la cosa molto crudele, anche perché qualcuno aveva illuso Gadda che il premio sarebbe stato assegnato a lui, e ciò rese il colpo più duro. Si temette per la sua salute; Palazzeschi stesso se ne fece un cruccio e propose di dividerlo. Ma ormai qualunque rattoppo avrebbe ancor più mortificato Gadda. Fu allora che Cecchi, sostenuto nella sua iniziativa da Giulio Einaudi, i suoi e altri scrittori, tra cui naturalmente primo Citati, si fece ricevere dal presidente della repubblica Luigi Einaudi perché fosse istituito un premio speciale della presidenza da assegnare a Carlo Emilio Gadda.

Il premio fu assegnato, non certo nella misura di quello dei Lincei, ma per allora soddisfacente. Si trattava di un avvenimento di grande significato e Cecchi si preoccupò molto di come festeggiarlo perché, data la sensibilità di Gadda e il suo orgoglio già provato, non voleva – sono le sue parole – ci fossero gaffe.

Così pensò a me, alla mia casa per il ricevimento. Era un grande onore, anche se non vi sarebbero stati molti altri luoghi – se si toglieva casa Cecchi – dove si riunissero abitualmente e convivialmente tanti intellettuali di diverse tendenze, e non per disputarsi un premio come a casa Bellonci o presentare un libro in sedi editoriali. Voleva, Cecchi, per l’occasione, un ambiente di disinteressata ospitalità, aperto a quegli stessi Lincei che, pur avendo escluso Gadda dalla scelta, desiderassero ora festeggiarlo, magari un po’ pentiti. E potesse esserci Palazzeschi, mio grande amico, con tutta naturalezza. Oltre cento furono gli invitati, intorno a Gadda con convinta lealtà.


Elsa De Giorgi


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