Simone


Il naso un po’ arrossato,
una gola da cannone,
robusto, scalcinato:
ecco il maggiore Simone.

Soldato della guerra,
del vino e delle donne,
in Africa, sul Carso
e infine sull’Argonne.

Giocava con le carte,
gli piaceva la partita,
e quando perdeva i soldi,
si giocava anche la vita.

Rideva del nemico,
delle bombe e della mitraglia:
gli pareva d’uscire a passeggio,
quando andava alla battaglia.

Temeva soltanto le grane,
le scartoffie e i lucertoni,
e quanti da lontano
rompevano i coglioni.

I soldati e gli ufficiali
gli volevano tutti bene:
con lui nessuno pensava
alla guerra e alle sue pene.

Perché tutti erano certi,
quando marciava in testa,
d’essere invulnerabili,
di trovarsi ad una festa.

E difatti, a Camporovere,
di sotto al Monte Resta,
le pallottole tedesche
ci passavan sulla testa.

Lo incontrai ancora in Francia,
una notte senza luna,
lo conobbi dalla voce
e mi parve una fortuna:

Ero certo di scamparla,
e buttati i ponti a Chavone,
passammo senza perdite
con l’intero battaglione.

Simone, vecchio fante,
chissà dove sarai finito?
T’avran certo silurato,
perché eri troppo ardito.

Eri nato a correre il mondo,
soldato di ventura,
a giocare con le carte,
con la morte e la paura.

Simone, bel maggiore,
Simone, soldato ardito,
ormai non c’è più guerra,
chissà dove sarai finito?

Simone, amico caro,
purtroppo la guerra è finita.
Che cosa ne faremo
di questa nostra vita?


Giulio Barni

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