Dietro un grande uomo c’è sempre un grande amore


Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, dice il cliché. Ed è quello che vuole insistentemente sottintendere anche Elsa De Giorgi nel momento in cui parla della relazione che ha intrattenuto per quattro anni, dal 1955 al 1958, con Calvino. Sì, quel Calvino, lo scrittore. E per inciso uno dei miei scrittori preferiti. Diciamolo subito e chiaro: anche se con ogni probabilità, esattamente come me fino a una settimana fa, non l’hai mai nemmeno sentita nominare (io sapevo chi era per averla vista recitare in Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini, ignorandone il nome), Elsa De Giorgi non è stata una persona comune. Attrice, scrittrice, saggista, amica intima di uomini e donne considerati oggi pilastri della cultura italiana: Renato Guttuso, Carlo Emilio Gadda, Anna Magnani, Carlo Levi, Memo Benassi, Luchino Visconti, Alberto Savinio, Federico Fellini e Giulietta Masina, il già citato Pier Paolo Pasolini… di una lunghissima galleria di ritratti sono solo i primi che mi vengono in mente. Ah, naturalmente intendo pilastri nel senso di cariatidi, visto il modo in cui è considerata la cultura, specie la grande cultura, in questo nostro strano Paese: una cosa morta, materia d’accademia, mito del passato a cui guardare con struggimento e rassegnazione.

E perché succede questo? Proprio perché libri vitali, parlanti, come quello della De Giorgi finiscono anch’essi per diventare reperti seppelliti in un mitico ieri che purtroppo s’inaridisce sempre più fino ad assurgere a cimitero della memoria. Meno male che a disseppellire Ho visto partire il tuo treno ci ha pensato la scorsa estate Feltrinelli, con una riedizione dell’opera uscita 25 anni fa [Milano, Leonardo, 1992] e fino a oggi mai più ripubblicata. Quando ha scritto questo intenso memoriale, che è anche una raccolta di considerazioni sull’arte e sulla vita, Elsa De Giorgi aveva superato i settant’anni e raggiunto il giusto distacco per parlare senza rimpianto di un’epoca, di un uomo (scomparso nel 1985) e di un amore – anzi, di due amori, come vedremo – con la voce della verità.

Sono quindi propenso a perdonarle le sue piccole, potenzialmente antipatiche vanterie nel dire che il suo risotto allo champagne era leggendario, nel comprare pellicciotti di lince, nel mettere a repentaglio l’integrità ortopedica dei facchini che alla stazione di Torino dovevano scaricare tonnellate di bauli – il necessaire per trascorrere un week end nella stamberghetta di Calvino – e nel sostenere di essere capace d’intrattenere quando non addirittura di pacificare o far intrallazzare le eminenti personalità che frequentavano i suoi ricevimenti. Icona del cinema negli anni del regime pur essendo dichiaratamente antifascista, dotata di una rara profondità che però non disdegnava leggerezza e civetteria da donna del jet set, consapevole del proprio fascino e a maggior ragione per questo sempre restia ad approfittarne, Elsa De Giorgi incontra Italo Calvino nel 1955, quando è sposata col nobile gallerista fiorentino Sandrino Contini Bonacossi.

Elsa De Giorgi come la conoscevo io: qui in Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), dove interpreta una delle narratrici

Dopo il primo, un po’ teso e imbarazzato contatto tra i tre – galeotta fu la pubblicazione del romanzo di lei, I coetanei, da parte di Einaudi, dove lavorava lo scrittore, a cui era stato affidato il manoscritto – Calvino comincia a corteggiare quasi senza rendersene conto la bellissima signora Contini Bonacossi, infilando tra una telefonata e una lettera di lavoro qualche complimento e qualche considerazione non del tutto professionali. Ma come lo vedeva Elsa De Giorgi?


L’aspetto di Calvino era dimesso, nonostante la volitività
del bel viso bruno, vestito in una convenzionalità
da piccolo burocrate, ben lontana dalla nonchalance
trasgressiva bohémienne e spavalda degli intellettuali
romani di allora, specie giovani. La ruga che si imponeva
tra gli occhi neri, mobili e attenti, conferiva
una certa severità al viso stretto da uccello,
troppo piccolo sul collo lungo e forte che lo sollevava.
Bello il mento stagliato, non correggeva però
un che di pietoso nel sorriso
che pareva inturgidire le labbra rosse,
anziché distenderle su una chiostra di denti
non candidi, un po’ da roditore, volti all’interno.


La bellezza della De Giorgi era invece sotto gli occhi di tutti:


“Sei troppo bella per scrivere”, mi diceva
e fu feroce nell’impegno di impedirmelo.
Tentava senza riuscirvi di leggere quello che scrivevo
per scoraggiarmi. “Tu la vita la devi vivere,
insegnare vivendola, non scriverla.
Vai a curvare le tue belle spalle. Lascia scrivere i brutti.”


Così le consigliava l’amica Paola Levi, sorella di Natalia Ginzburg e moglie di Adriano Olivetti, ma già all’epoca sentimentalmente legata a un altro dei miei autori preferiti, Mario Tobino (mamma quanti intrecci spettacolari!). Anche io sono convinto che ci siano persone che l’opera d’arte la realizzano vivendo e altre che la costruiscono con l’immaginazione, ma non credo che ci sia alcuna relazione tra bellezza e capacità di vivere la vita facendone un’opera d’arte. Punti di vista. O forse qui la De Giorgi ha un pelo esagerato la confidenza della Levi?

Fatto sta che a un passo dalla pubblicazione de I coetanei, Sandrino scompare. Letteralmente. Scompare e per due anni non si sa più nulla di lui. Qualcuno insinua che abbia subodorato la liason tra la moglie e Calvino, qualcun altro dice sia stato per sfuggire alla terribile battaglia legale che manderà in frantumi la preziosa collezione di quadri custodita dalla sua famiglia. Elsa De Giorgi si trova improvvisamente sola e la corte dello scrittore, sempre più convinta e pressante, finisce col diventare l’unica certezza di cui dispone la donna, che capitola. Comincia così un amore segreto a distanza, consumato tra Torino e Roma e soprattutto sui treni, i lenti convogli che già allora univano la Penisola da un capo all’altro e che furono per lo squattrinato Calvino, viaggiatore di seconda e terza classe, gli scomodi giacigli dove desiderio e immaginazione si scioglievano in lunghe lettere dedicate a quella che per un uomo introverso come lui non era una donna, ma una rivelazione.

Ho visto partire il tuo treno, tu al finestrino,
t’ho salutata, non visto, dal finestrino
del mio treno, bellissima…
Il treno che mi sta trascinando su per l’Italia
e quello che ti porterà verso il Sud
mi paiono un’immagine di feroce violenza,
come due cavalli frustati in direzioni opposte,
che dilaniano un unico corpo.


Calvino scrive approfittando delle incalcolabili soste alle stazioni, imprecando quando il treno riparte facendogli deragliare sulla carta pensieri e inchiostro. E poi a Torino, in piedi per ore davanti alla porta della camera in affitto che occupa in via Carlo Alberto 9 (sprovvista di bagno se si eccettua una turca all’esterno, come non manca di sottolineare la De Giorgi), cerca di intercettare prima della padrona di casa le telefonate che possono arrivare da tutta Italia nelle ore più improbabili.

Gli incontri segreti strappati a un tempo avaro venivano
bruciati dalla frenesia del suo desiderio,
dall’ansia di pienezza, di pace che voleva trovare.
Ogni weekend invernale, da Torino si protendeva
verso me in treni scomodi, scomode classi,
un cappotto marrone, sempre quello,
un vestito grigio troppo leggero, le mani senza guanti,
infreddolite. Gli regalai guanti, un bel cappotto cammello
biondo acquistato all’Old England Store
e golf caldi, grandi che gli ondeggiavano
sul petto magro da uccello.
Ma non osava quasi metterli senza di me.
Spiegava che se li metteva anche in ufficio
non godeva la differenza di quando stava con me.


È la passione adolescenziale che Calvino non ha mai vissuto (non avendo mai vissuto una vera adolescenza, come si apprenderà leggendo della sua giovinezza da figlio di luminari), è un amore travolgente e tenero, nato dalla scoperta di un essere umano straordinario che a lui ha deciso di donarsi.

Si era sentito moltiplicato dall’irruzione di un personaggio come il mio nella sua vita, nell’ordine dei suoi pensieri; gli sembrava d’aver trovato la soluzione di un antico gorgo d’inquietudini, d’inappagamenti, d’aspirazioni sempre deluse. Era felice che questa sua vita naturale di inseguimento di felicità, pur sempre con quelle remore di amara diffidenza che è la difesa a non bruciarsi o ferirsi nel vivere, l’avesse portato a esprimersi nell’amore come in una creazione della fantasia. “Come può il tempo delle regine conciliarsi con quello d’un funzionario d’una industria, sia pur poeta?”, scrisse un giorno in cui tentava di studiare le mosse per realizzare la propria libertà nel disegno della sua vita attiva. E tutto gli sembrava limitare quella sua libertà, persino, diceva, il misero serpentello d’inchiostro che vortica sul foglio affannosamente, nel vano tentativo d’esprimere una situazione umana che non tollerava più confini. Gli sembrava quasi impossibile che un amore come quello che lo aveva colto lasciasse camminare il mondo come aveva sempre camminato, e soprattutto s’era messo in attesa che quella nuova visione del mondo che gli si imponeva attraverso gli occhi innamorati esplodesse, si esprimesse in fatti e opere nuove e insospettate. “Come non è subito dopo le grandi rivoluzioni,” diceva, “che nasce la grande poesia – una poesia che mette a frutto la crescita umana legata a quei fatti –, così debbo togliermi dal capo di pretendere di esplodere.” Ma lo prometteva a me e a se stesso. “Verrà,” diceva.


E infatti venne. La prima opera calviniana a risentire dell’influsso della De Giorgi, seppur solo nel frontespizio, fu Fiabe italiane [Torino, Einaudi, 1956], raccolta dedicata a una misteriosa Raggio di Sole. Esatto: l’anagramma di Elsa De Giorgi, messaggio in codice sgamato immediatamente dai giornalisti dell’Espresso che ci ricamarono sopra un pezzo scandalistico. La segretezza di quell’amore durò quindi pochissimo. Ma si può dire senza ombra di dubbio, e la De Giorgi lo rivendica con forza, senza autocompiacimento, che Il Barone rampante [Torino, Einaudi, 1957] e Il Cavaliere inesistente [Torino, Einaudi, 1959] siano sgorgati direttamente dall’esperienza sentimentale vissuta da Calvino con lei.

Tra i suoi scritti editi a me dedicati, Il barone rampante
descrive le furie ariostesche di Cosimo
per gelosia di Viola, quando batte la testa contro i muri.
Dice abbastanza bene quanto ariostesco appunto
fu l’amore di Calvino per quella “io”.
Assoluto, totale, assorbente, umile,
devoto fino a concepirlo come destino, missione:
l’amore di un eroe da roman de geste.


E come Il barone rampante celebra la gioia bacchica dell’amore assoluto, Il cavaliere inesistente testimonia l’ossessione di Calvino per l’assenza ingombrante del marito della donna.

Questo conflitto tra apparenza e invisibile
lo accompagnò fino a concepire
Il cavaliere inesistente che altro non era
se non Sandrino assai più dominante
nella vita dell’amata dalla sua corazza vuota
dell’amante vivo e fin troppo esplicito per la sua presenza


In questa luce, la trilogia aperta con Il visconte dimezzato [Torino, 1952, Einaudi] non è solo una classificazione annodata per l’assonanza dei temi e dei titoli araldici, ma anche l’evoluzione dell’uomo Calvino, che troverà poi compimento nella prosa essenziale, profetica e universale dei suoi lavori – secondo me – più belli, da Palomar a Le cosmicomiche, passando per Gli amori difficili e Le città invisibili.

“Vivere per una donna che considera
la tua presenza provvisoria, perché attende
il ritorno di chi se n’è allontanato,
e sai che sarai tu a dover scomparire se lui torna,
è già vivere nella dimensione di un fantasma.”


Confidava Calvino all’amico comune Guido Piovene poco prima che quell’amore finisse. Non ti anticiperò in che modo e per quali casi finì quell’amore, perché come la fine di tutti gli amori è qualcosa di straziante, qualcosa che va letto attraverso la capacità rivelatrice della De Giorgi, che descrive la fragilità di un uomo mai emersa nei suoi scritti, mai nemmeno sfiorata dal dubbio della critica.

Certo un consuntivo su Calvino sarà difficile
per me quanto per quei critici che con imbarazzata
frettolosità lo hanno collocato tra i classici.
La sua opera sembra sortita, per molti di essi,
dalla naturalezza di uno scrittore sapiente,
destinato a esserlo senza l’assillo di una propria
storia umana; e non so quanto questo gli sarebbe piaciuto.


Posso solo dirti che per quanto straordinaria e forse necessaria sia stata per Calvino la presenza di Elsa De Giorgi, il processo di maturazione (non solo sentimentale, ma anche artistica, politica e professionale) che si era innescato in lui lo portò a lasciare quella gabbia dorata che l’aveva incubato per quattro anni. Calvino rinunciò a Elsa De Giorgi, al Comunismo, all’Italia, all’imposizione di un ruolo.

Stava cambiando. Nello spazio di pochi giorni da quella notte, aveva accumulato la preoccupazione per una serie di problemi pratici cui non l’avevo mai sentito interessato, come, per esempio, quali premi e quali critici facessero vendere più libri. Una viva insofferenza di essere in Italia: “Perché non prendi un alloggio a Parigi? Verrei a trovarti con molto più piacere che a Roma”. Detestava Roma; questo era sempre stato a suo dire, ma in quel periodo assunse motivo esplicito di malessere. Roma e le mansioni per la casa editrice. Vi fu un congresso per il Pen Club dove contavamo incontrarci. Quando glielo ricordai al telefono, rispose che anche “il Padrone”, come chiamava Giulio Einaudi tra scherzo e malumore, “vuole che ci vada. Ora tu. E invece non ci andrò”. Il tono era tanto trasecolante nei nostri rapporti che riappoggiai il ricevitore stordita. Da quel momento non so in coscienza se rividi Calvino come lo conoscevo. Qualcosa s’era irrimediabilmente distrutto.


O forse l’uomo dal viso e dal petto d’uccello aveva deciso di abbandonare la sua gabbia.


7 pensieri su “Dietro un grande uomo c’è sempre un grande amore

  1. Mi hai fatto appassionare a questa relazione (strano, visto quanto ne hai parlato ;)) anche se fra le recensioni del libro leggevo che predomina l’ego strabordante della de’ Giorgi.

    Però anche la descrizione a Calvino non scherza. Brava a scrivere era brava sicuramente. Ma poi che é ‘sta cavolata che chi è bello insegna vivendo e chi è brutto scrive? Perchè scrivere poi esclude il vivere?

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    1. sì, Scrivere esclude molto spesso il Vivere. la contemplazione e l’analisi e la rielaborazione hanno bisogno di troppo tempo perché lo si possa utilizzare per fare della propria vita un’opera d’arte.
      uno dei pochissimi che c’è riuscito, a fare entrambe le cose, dico, è Giacomo Casanova (e infatti è uno dei miei personaggi/autori/uomini preferiti in assoluto). ma solo perché passò gli ultimi anni della sua vita da bibliotecario infelice nel castello di Dux.
      un altro è Marco Polo, ma solo perché in carcere incontrò Rustichello da Pisa che gli trascrisse i suoi racconti di viaggio che poi diventarono il Milione.
      e per quanto egocentrica e non proprio simpaticissima, c’è riuscita pure la De Giorgi: qui ho veramente riportato il minimo indispensabile, ma ha vissuto un vita incredibile. forse il consiglio di Paola Levi è stato un tantinello amplificato, ma ha il suo fondamento, specialmente in quegli anni.
      tu: fai la bella o la scrittrice?

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      1. Non sono del tutto d’accordo.
        Secondo me chi inizia a scrivere (parlo nel mio caso) lo fa proprio perché ha vissuto qualcosa di molto intenso. Per me vivere intensamente è vivere dentro le cose e non conta dunque la quantità, ma la modalità. Per cui scrivere fa parte di questo processo. Dipende tutto dal significato che si dà alla parola “vivere”.

        Tu: fai il palloso o vivi?

        (mi mancano le tue recensioni pallose, cos’era quel misero ‘mi piace’?

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      2. e figurati se eri d’accordo.
        il significato della parola Vivere…. quanto potremmo parlarne!
        io? cogito, ergo facio pallosus, ergo sum.
        ma non è vero, non vuoi recensioni pallose: mi mandasti in anteprima quella poesia scrivendomi esplicitamente “niente giudizi, solo condivisione”, e così ho fatto

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