Ricordo di mio fratello


Mio fratello morì per le ferite ricevute in guerra e quando mio padre mi fece avere, in America, la notizia della sua morte, aggiunse che perdonava allo sventurato giovane tutti i dispiaceri che gli aveva procurato. Questo perdono mi ripugnò tanto, che non risposi mai a quella lettera. Benché sia morto, io conservo rancore contro mio fratello. Ero molto piccolo e minuto e lui godeva nel trovare modi sempre nuovi di picchiarmi. Quello che preferiva era di afferrarmi per i piedi e poi di lasciarmi improvvisamente cadere a terra. Del cumulo dei ricordi che lo riguardano, questo delle botte è il più vivo.

Però ci sono altre cose che ricordo di lui. Una volta s’innamorò di una maestra che insegnava in un paese vicino a Bologna. Ce ne andammo, un gruppetto di noi, verso questo paese per fare una serenata. Una serenata non si può farla da soli e mi ricordo che ci fu un pasticcio con le biciclette: dovevano essercene quattro e invece ce n’erano soltanto tre. Non conoscevamo la strada e svegliammo un contadino per chiedergliela. Lui si arrabbiò e ce ne disse di tutti i colori, ma alla fine ci mise sulla via giusta. La notte era fredda e nebbiosa e noi procedevamo in silenzio, seguendo quella strada infinita fino alla finestra della ragazza, parendoci ogni momento d’essere arrivati e non arrivando veramente mai. C’era soltanto un sentiero lungo il fosso e noi seguivamo quello, perché la strada era indicibilmente fangosa.

Quando alla fine arrivammo, mio fratello estrasse il violino dall’astuccio che pareva una cassa da morto. Appena ebbe cominciato a suonare, una corda dello strumento si ruppe con un clic, ma lui andò avanti lo stesso cantando coraggiosamente: «O Lola, che di latti hai la camisa…», perché il coraggio era l’unica cosa che gli era rimasta. Nessuna finestra s’illuminò o si aperse. La signorina era probabilmente addormentata, profondamente addormentata. Noi tutti eravamo nascosti vicino alla siepe, ma mio fratello se ne stava là, ben in vista, e così anche ora, mentre scrivo, lo vedo che nel silenzio assoluto della notte suona il suo violino rotto.


Emanuel Carnevali

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