Born to run: correre a piedi e cuore scalzi


C’è qualcosa di folle nel concetto di ultramaratona. Perché mai, in cambio di una coccarda, un individuo dovrebbe voler correre per decine – a volte per centinaia – di chilometri con la quasi matematica certezza di riportare danni più o meno permanenti alle articolazioni elementari? Semplice: perché dietro la suggestiva illusione di voler superare i propri limiti, di sconfiggere l’invalicabile e di innalzare il proprio ego sulla mediocrità, egli ama la fatica e la sofferenza. Non sono ironico, né tanto meno sarcastico, è così. E tanto più dura è la competizione tanto più cresce l’esaltazione. Che in certi casi vola alto quanto le forme più estreme del misticismo. Un misticismo costruito su piccole grandi ossessioni, su minuziosi acquisti di materiale tecnico, su diete condotte col massimo rigore anche quando in realtà del tutto inventate, su inconfessabili manie e riti scaramantici.

Per cinque anni il campione incontrastato della corsa di Leadville è stato Steve Peterson, membro di una setta – la Divina Follia – che crede nell’esistenza di una coscienza superiore e che cerca di raggiungere il nirvana attraverso orge, corse in condizioni estreme e un servizio di pulizie domestiche a prezzi ragionevoli. Un’altra delle leggende di Leadville è Marshall Ulrich, un affabile magnate del cibo per cani che è riuscito a migliorare i suoi tempi facendosi asportare chirurgicamente le unghie dei piedi. «Tanto continuavano a cadermi in ogni caso» ha spiegato.


E POI CI SONO LE PIANTE ADATTE ALLA CORSA

Così i più insofferenti membri della specie Homo Sapiens riempiono quell’enorme vuoto che si è venuto a creare con l’era della comodità e della panza piena. Ma non è per tutti così: ci sono anche esseri umani geneticamente fatti per correre. Uno pensa immediatamente ai kenioti o ai somali. Io penso ai Tarahumara, misconosciuto, minuto e riservato popolo messicano che nel corso dei secoli, per sfuggire all’uomo bianco, si è rintanato fra i canyon e gli altopiani di un inferno scavato nel cuore del Chihuaua. I Tarahumara sono così consapevoli della propria natura da chiamarsi tra di loro rarámuri, che nella lingua indigena vuol dire “pianta adatta alla corsa”: uomini e donne di questa straordinaria etnia sono infatti capaci di marciare senza sosta per centinaia di chilometri su rovi e pietre aguzzi, scalzi o tutt’al più protetti da sottili fette di cuoio legate alle caviglie, indossando pesanti mantelli di lana e sostentati da un regime alimentare povero, a base di legumi e birra di mais. Se ne hanno la possibilità, fumano come ciminiere e, dulcis in fundo, non seguono alcun tipo di allenamento. Mi viene in mente la leggenda internettiana del calabrone che riesce a volare solo perché ignora di violare tutte le leggi della fisica e dell’aerodinamica. Ma proprio come nel caso del calabrone, anche i Tarahumara fanno sembrare miracoloso il proprio quotidiano solo se a osservarli c’è l’occhio scettico e spoetizzato dell’uomo occidentale, che se non trova alle cose una propria ragione, allora considera le cose inspiegabili.


«Assaggia questo» disse una volta una donna tarahumara a un esploratore esausto che era crollato per la stanchezza ai piedi di un monte, passandogli un recipiente colmo di un liquido denso e scuro. Lui ne ingoiò alcuni sorsi e rimase stupefatto dall’energia che improvvisamente cominciò a pulsargli nelle vene. Si rimise in piedi e raggiunse la vetta del monte come se fosse stato una guida sherpa sotto anfetamine. La donna – avrebbe raccontato in seguito lo stesso esploratore – custodiva anche la ricetta di uno speciale cibo energetico che manteneva i Tarahumara in forma, forti e inarrestabili: pochi bocconi assicuravano a un Tarahumara un pieno di energia che gli permetteva di correre tutto il giorno senza sosta.


Per provare a capire – e quindi a spiegare ai suoi simili – il presunto miracolo, il giornalista sportivo americano Christopher McDougall si è immerso nella cultura di questo popolo, fino a dare vita, partecipandovi in prima persona, a una massacrante corsa di cinquanta miglia (80,5 chilometri) sui monti della Sierra Madre. Una sfida tra una rappresentanza rarámuri e alcuni tra i più forti runner del mondo occidentale. Un’esperienza mistica, allucinante. Che però vissuta alla maniera dei Tarahumara lascia più segni nell’anima che nel corpo. Anche perché la gara è stata solo il culmine di un percorso assai più lungo, cominciato come un’indagine che McDougall aveva intrapreso per comprendere cosa spinge l’uomo a correre e soprattutto a dannarsi per correre. La risposta è una negazione di tutto quello che la corsa è diventata nel mondo occidentale.

Essenzialmente, un’ultramaratona è un’equazione binaria fatta di centinaia di domande a cui devi rispondere sì o no. Mangiare adesso o aspettare? Aggredire questa salita o rallentare e conservare i quadricipiti per le pianure? Controllare cosa c’è nella scarpa che mi dà fastidio o ignorarlo? Le distanze estreme amplificano i problemi (una vescica diventa un calzino zuppo di sangue, rifiutare una barretta energetica può significare uno stordimento che ti rende incapace di seguire i segnali del percorso), quindi basta una sola risposta sbagliata per mandare a rotoli l’intera gara.


La risposta è il largo, sereno sorriso che increspa il sudore di un Tarahumara che ha alle spalle cinquanta miglia di vita impressa sulle palme dei piedi. E Chris McDoudall ha cercato di racchiuderla nel libro Born to run [Milano, Mondadori, 2014], selezionato da Amazon tra i cento libri da leggere nella vita ed eletto miglior libro dell’anno (2009) da Forbes e Washington Post. In quella che è diventata molto più di un’indagine, il giornalista ha riversato le storie dei compagni di viaggio che hanno accettato con lui di segnare una nuova tappa nella propria ricerca personale del piacere di correre.


LO SPIRITO GUIDA DI CABALLO BLANCO

Il più importante tra questi, colui che ha spianato la strada a McDougall e agli altri è una figura leggendaria tra gli ultramaratoneti americani: Micah True. Originario del Colorado, dopo essere entrato in contatto coi Tarahumara (di cui ha appreso cultura e lingua, diventandone intimo amico e ricevendo da loro il nome tribale Caballo Blanco) ha scelto una vita ascetica sui monti della Sierra Madre, dove si guadagnava da vivere lavorando come guida nell’infernale Copper Canyon. Il tempo al passato è d’obbligo, perché Caballo Blanco è morto nel 2012, a sessant’anni, forse colto da un malore durante una delle sue quotidiane marce. Il suo corpo è stato ritrovato senza vita nei pressi di Woody’s Corral, nella foresta di Gila in New Mexico. Ecco come ne parla McDougall assecondando l’idea che si era fatto ancor prima di conoscerlo personalmente:

Alcuni dicevano che Caballo Blanco era un fuggiasco; secondo altri era un pugile che si era autoesiliato per punizione dopo aver ucciso un uomo in un incontro clandestino. Nessuno sapeva il suo nome, né la sua età, né da dove venisse. Era come un pistolero del Far West, le cui uniche tracce erano storie inverosimili e lo sbuffo di fumo di un sigaro. I suoi avvistamenti erano segnalati su tutta la mappa della zona; persone che vivevano a distanze inverosimili l’una dall’altra giuravano di averlo visto gironzolare a piedi lo stesso giorno e le descrizioni che davano di lui spaziavano da «simpatico e divertente» a «eccentrico e gigantesco». Tutte le versioni della leggenda di Caballo Blanco, però, riportavano immancabilmente alcuni dettagli: era arrivato in Messico diversi anni prima, dopo aver viaggiato a lungo, a piedi, addentrandosi nelle selvagge e impervie Barrancas del Cobre (i Copper Canyon) per vivere in mezzo ai Tarahumara, una tribù semileggendaria di superatleti primitivi. I Tarahumara sono forse il popolo più sano e sereno al mondo, oltre che i più grandi corridori di tutti i tempi.

***

In qualche modo, però, Cavallo Bianco era riuscito a trovare la strada che porta nel cuore delle Barrancas. E lì, si dice, fu adottato dai Tarahumara, che riconobbero in lui un amico e uno spirito affine: un fantasma tra i fantasmi. Di sicuro condivideva alcune delle loro abilità (invisibilità e resistenza straordinaria) perché, anche se molti lo avevano visto in giro per i canyon, nessuno sapeva dove vivesse o dove sarebbe apparso la volta successiva. Se c’era qualcuno che poteva svelare gli antichi segreti dei Tarahumara, mi fu detto, quello era proprio Caballo, il viandante solitario della Sierra Madre.


Inutile dire che Caballo Blanco sarà il perno attorno a cui ruoterà l’intera vicenda raccontata da McDougall, un personaggio così indissolubilmente legato all’impervia regione che ha scelto come casa da risultare anche lui misterioso, imprevedibile, carico di un fascino indecifrabile e a volte addirittura sinistro.

«Prendi ciò che la strada ti offre. Se puoi scegliere tra fare un solo passo tra le rocce oppure due, fanne tre.» Caballo aveva passato così tanti anni a navigare per questi sentieri, che aveva perfino dato un soprannome alle rocce che calpestava: alcune sono ayudantes, gli aiutanti che danno una mano a balzare in avanti con forza; altre sono «imbroglione», cioè somigliano ad ayudantes ma si muovono a tradimento nel momento in cui ti ci appoggi sopra; alcune infine sono chingoncitos, piccole bastarde che cercano solo di farti cadere.


LE STORIE, LE METAMORFOSI

Il grande merito di Born to run (secondo me imprescindibile non solo per chi ama la sofferenza fisica – pardon: la corsa!) è quello di tradursi pagina dopo pagina in un avvincente caravanserraglio di storie, considerazioni, leggende sportive e soprattutto personalità straordinarie, conosciute da McDougall attraverso le cronache o tramite rapporti di prima mano. Personalità un po’ folli, un po’ monodimensionali, come ci si può aspettare dal tema portante di questo libro. Ma tutte assolutamente memorabili. Meraviglioso il modo in cui passo dopo passo, penetrando la terra, la cultura e la serenità dei Tarahumara ciascuno degli eccentrici compagni di viaggio dell’autore scopre qualcosa in più di sé, lasciando alle spalle il fardello della modernità. La metamorfosi è tale che poco prima di iniziare la gara con gli Indios cadono persino le ultime vestigia delle esistenze condotte fino a quell’istante: i nomi. E si assumono nella naturalezza di una fiutata, di uno sguardo e di una stretta di mano nuove denominazioni che hanno dello sciamanico. Così Chris McDougall diventa Oso (Orso); i due giovani super atleti fidanzatini alcolici e mascotte del gruppo Jenn Shelton e Billy Barnett sono La Brujita Bonita (la Streghetta Carina) e El Lobo Joven (il Lupo Giovane); Ted Lo Scalzo, ironman picchiatello che come suggerisce il nickname ama marciare a piedi nudi, si attribuisce il nome El Mono (la Scimmia); il pluripremiato runner Scott Jurek diventa El Venado (il Cervo); Luis Escobar, ultramaratoneta e fotografo sportivo è El Coyote; mentre Eric Orton, personal trainer nonché ultimo corridore di razza partecipante alla sfida coi Tarahumara, è El Gavilán (il Falco). Ma il libro è anche farcito di storie di personaggi lontani nel tempo e nello spazio. Cronache e retroscena croccanti delle loro vite, delle loro motivazioni, delle loro vittorie e naturalmente delle loro sconfitte. Fantastica la vicenda di Ann Trason, annoiata insegnante di scienze che comincia a correre quasi per caso, diventando una delle donne più forti di sempre negli Stati Uniti e nel mondo.

Quindi, ricapitoliamo: la prima gara di Ann sarebbe stata una doppia maratona in cui doveva avere a che fare con possibili morsi di serpenti velenosi e con irritazioni cutanee, il tutto sotto un sole rovente. No: obiettivamente non c’era rischio di annoiarsi. E, come c’era da aspettarsi, il debutto di Ann nell’ultramaratona fu pessimo. Il termometro toccava temperature da sauna e lei era troppo alle prime armi per capire che portarsi una bottiglia d’acqua sotto un sole a 42 gradi poteva essere una buona soluzione. Inoltre non aveva idea di che ritmo tenere (questa cosa sarebbe durata sette ore? Dieci? Tredici?) e ne sapeva anche meno di strategia (questi tizi che camminavano in salita e poi le sfrecciavano accanto in discesa stavano davvero cominciando a irritarla. Correte da uomini, santiddio!). Ma, una volta passato il nervosismo, si rilassò nel cullante ritmo della corsa. Alzò la testa, le sue ciocche si tesero al vento e cominciò a sentire la sicurezza di una tigre. Al cinquantesimo chilometro, dozzine di corridori barcollavano nel caldo umido, con l’impressione di trovarsi intrappolati dentro un muffin appena sfornato. Ma, nonostante la grave disidratazione, Ann sembrava diventare sempre più forte; così forte, in realtà, che riuscì ad arrivare prima tra tutte le donne in gara, battendo il record femminile e completando un percorso pari a due maratone in appena sette ore e nove minuti. Questa vittoria shock fu l’inizio di un periodo incandescente. Ann non si fermò più, e diventò campionessa femminile della Western States – l’equivalente della finale di Champions League per l’ultramaratona – per quattordici volte, un record che abbraccia tre decenni e al cui confronto Lance Armstrong, con le sue insignificanti sette vittorie al Tour de France, sembra un misero fuoco di paglia. E un fuoco di paglia senza troppi meriti, per di più, dato che non ha mai fatto una pedalata senza avere al seguito un team di esperti che gli monitoravano l’apporto calorico e gli trasmettevano analisi precise al microsecondo all’auricolare; Ann, invece, aveva solo suo marito Carl, che l’aspettava nel bosco con un cronometro e mezzo panino al tacchino.

4 pensieri su “Born to run: correre a piedi e cuore scalzi

  1. Correre è sicuramente liberatorio! Qui forse si supera qualche piccolo limite, tipo farsi asportare le unghie dei piedi 😐 perché… tanto! Cadevano da sole 😐

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