Carlotta e le altre – terza parte

 


Stampa o leggi in PDF

vale ancora l’invito a cena?

Ovvio che non varrebbe più, maledetta, incredibile anche che tu me lo venga a chiedere, vigliacca. Ma non perché sei fidanzata: è perché mi hai preso per il culo per una settimana, stronza. Hai flirtato con me, che non ti interessavo, pur sapendo che invece tu mi piacevi.

Ma non potevo rimangiarmi un invito. No, non sarebbe stato da me, l’avrei trovato meschino. Che scegliesse lei, ma che sapesse almeno che ero incazzato. Molto incazzato.

Le persone valgono a prescindere dal tipo di rapporto

che si ha con loro.

Quindi vale anche l’invito a cena.

Aspettai una sua risposta per un pezzo, aprivo e chiudevo furiosamente la casella di posta elettronica, ma Carlotta non scrisse più. Nessun’altra comunicazione quel giorno.

L’indomani, il venerdì, fu lei a farsi sentire di nuovo. Con una mail prevedibile. Mi chiedeva se potevamo vederci lunedì, perché quella sera sarebbe dovuta tornare dai suoi, c’erano una serie di festeggiamenti arretrati in famiglia, e lei, scriveva, non poteva mancare. Poco male, non poteva andare che così. A me la rabbia e la delusione erano già passate. In fondo, mi dicevo, avevo fatto tutto da me. Certo, lei aveva foraggiato le mie aspettative, mi aveva incoraggiato non poco cercandomi, dandomi corda, mostrandosi accondiscendente, sempre seduttiva e ammiccante. Ma il pollo ero stato io, che ero partito per la tangente.

Le ho risposto benevolo. Nessun problema, ci si vede lunedì. Tanto ero sicuro che poi si sarebbe inventata una scusa qualsiasi per soprassedere. Nessun’altra comunicazione quel giorno.

Il mio scetticismo però era ancora una volta mal risposto. Ancora una volta non avevo capito o non avevo voluto accettare il modo di fare di Carlotta. Ora so che quando Carlotta dice qualcosa, quella cosa è. Magari non subito, ma è. Lunedì mattina mi arriva una mail che conferma l’appuntamento. Carlotta mi avrebbe raggiunto in bicicletta all’Albero fiorito, una vecchia trattoria milanese dove, diceva, si respira un’atmosfera d’antan. L’albero fiorito non è troppo lontano da dove lavoro io. In compenso è piuttosto lontano da dove lavora lei, e deve farsela in bicicletta. Mi viene anche il sospetto che abbia scelto quel posto, oltre che per l’atmosfera d’antan, per agevolarmi, per essere, in qualche modo, carina dopo lo sgarro della tenerezza e del qualcun altro. Dimenticavo, la mail terminava così:

lo stato di Carlotta è: disperatamente triste

spero che la cena di stasera riesca ad alleviare

questo stato d’animo

Ma io non ci cascavo più. Era o non era compito di qualcun altro sollevarle il morale? Anzi, a dire il vero mi sentivo un po’ offeso dal fatto che io dovessi interpretare il ruolo del gioppino, quello che con un po’ di pagliacciate ti ribalta la giornata quando sei disperatamente triste. Glissai, evitai qualsiasi commento e le scrissi che era tutto confermato. A più tardi.

Più tardi Carlotta mi scrive che è stanca, che è una giornataccia, che con tutto quello che ha avuto da fare ha pranzato solo alle cinque, e con una banana. Ma non mi pacca: ci vediamo dopo, scrive. A quel punto sono io a intenerirmi. Le dico di tornare a casa dopo il lavoro, di rilassarsi un attimo, di fare se possibile tutto senza fretta. Sarei andato a prenderla io con la macchina, e l’avrei portata in un altro posto, ché l’osteria, essendo milanese e d’antan, giustamente chiudeva la cucina troppo presto per fare i conti con i suoi orari.

forse ci speravo in una cosa del genere, stasera

grazie

Così mi scrive, e io ritrovo subito quella confidenza che pensavo irrecuperabile con lei . Ma il grillo parlante che è in me non è soddisfatto, e vuole bacchettarla, perché lei non ha voluto concedermela da subito, quella confidenza.

Stavolta dobbiamo ringraziare i miei super-poteri telepatici.

Ma a parlare, di solito, ci si guadagna di più che a sperare…

Carlotta non ci sta, e rimbrotta:

ho scritto forse

e poi sono mesi che parlo al vento

E sì, è proprio una giornataccia per la mia Carlotta. Penso a lei, a quel che sta passando, e dimentico tutto. Dimentico la mail della tenerezza, quella in cui mi diceva che c’è qualcun altro.

Dimentico che per una settimana mi ha preso
soavemente per il culo.
Dimentico persino che non me ne frega niente
di quella cena insieme a lei, e che se ci vado
è solo per non essere meschino, per mostrarmi superiore
a chi pensa di avermi umiliato. Tutto dimenticato.

Mi ricordo soltanto che Carlotta ha mangiato solo una banana, e che adora il cioccolato fondente. Mi ricordo che volevo comprare dei cioccolatini artigianali a una ragazza che mi piaceva. E che quella ragazza è Carlotta. Spengo il computer, mi alzo dalla scrivania, saluto gli zombie della redazione e mi butto fuori, dentro Milano. Prendo la metropolitana e raggiungo a rotta di collo la cioccolateria. Speriamo non sia già chiusa. No, per fortuna no. Alla gentile signora peruviana che mi offre una ventina di tipi diversi di cioccolata, io continuo a chiedere: ma è fondente? No perché alla persona a cui li porto piace solo il fondente… ah sì, le perline… ma sono fondenti? No, no, mi dia quella scatola lì, quella verde, che è più bella. Ok, grazie, arrivederci!

Scappo, non è che abbia molto tempo. Devo ancora tornare alla macchina e raggiungere la casa di Carlotta, che non è lontana, ma il traffico di Milano verso le otto di sera crea distorsioni spazio-temporali a volte imprevedibili. Un’ultima cosa, un tocco di cialtroneria, una di quelle pensate che piacciono a me, un gesto per dirle che in fondo non ce l’ho più con lei. Entro in un supermercato e compro un casco di banane. Nascondo la scatola di cioccolatini nella busta di plastica che contiene le banane e mi infilo in macchina. Prendo la circonvallazione esterna e percorro una strada che avrò fatto migliaia di volte, mai immaginando che quella strada mi avrebbe portato un giorno a casa di Carlotta. Carlotta è impegnata, dice una voce dentro di me, a che stai pensando? Giusto, è vero.

Scusa, non ci penso più.

Sono sotto casa sua, la chiamo, scende. Si apre il portone, ma quella che mi si avvicina non è Carlotta. Ha cambiato occhiali, ora ha una montatura scura e ancora più spessa di quella dell’altra volta, che le fa il viso molto più severo. È più tozza di come la ricordavo, colpa di un soprabito che riesce a infagottarla persino più del giaccone che indossava quando l’ho vista al museo. Ha l’aria stanca, sorride debolmente, e non so fino a che punto sia contenta di vedermi. Ma ormai siamo qui. Cominci lo spettacolo, via alla gag delle banane: mi sono permesso di offriti il pranzo per i prossimi giorni, le dico trionfale mentre le apro lo sportello. Lei vede sul sedile la busta con le banane, ma si accorge subito della scatola di cioccolatini. “Ma grazieeee”. Almeno le si è allargato un po’ il sorriso. “Dove andiamo?”, mi chiede rilassandosi. Andiamo fuori Milano, in un posto che è lontano e vicino allo stesso tempo, un’enoteca che è anche ristorante, dove sono dei maghi con le ricette a base di Gorgonzola, le dico sornione cercando di creare un po’ di aspettativa. Sulla tangenziale sbuca una falce di luna che incanta entrambi.

C’è poco da fare. Quando due persone si intendono, possono presentarsi l’una all’altra sospettose, prevenute, imbronciate, intimidite. Ma poi è questione di un attimo, poche battute e si ritrova immediatamente tutta la complicità, l’entusiasmo, quell’elettricità che polarizza le parole e i gesti, e che mette subito in chiaro che quelle persone non potranno mai essere semplici estranei. Io e Carlotta ci capiamo alla perfezione, mi veniva da pensare mentre guidavo verso la periferia milanese, già perfettamente deserta.

A cena Carlotta non s’è smentita: ha mangiato e bevuto quanto e più di me. Ha scelto lei il vino, ha spazzolato i taglieri con la selezione di formaggi stagionati, si è divorata le chicche di patate al pesto, ha assaggiato la mia tartare e ha gustato fino all’ultimo morso la tagliata con la crema di Gorgonzola e i pistacchi di Bronte. Ha preso pure il dolce. Io no, non ce la potevo fare. Parlavamo a ruota libera, di tutto, di tutti. Lei di tanto in tanto mi imboccava facendomi assaggiare con la sua forchetta le cose che aveva nel piatto. E sorrideva, sgranando dietro le lenti quegli occhi sopraccigliuti che trovavo immensamente espressivi, e liquidi come due circonferenze di lago. Il vino cominciava a insinuarsi dentro di me, e forse anche dentro di lei. Però non eravamo brilli: eravamo allegri, eravamo contenti. Chissà come, siamo tornati a parlare di viaggi. E degli odori delle città. A me viene in mente Genova, lei comincia a sciorinarmi le persone con cui le piace viaggiare.

“Con mia madre, innanzitutto, anche se con lei ho un rapporto un po’ conflittuale. E poi c’è Fra, la mia migliore amica. Mi trovo bene anche con questo ragazzo, uno che dopo averci provato a vuoto con me è diventato mio amico e mi porta spesso a cena fuori. Lui ha una casa in Costa Azzurra, e ogni tanto andiamo lì. E poi, sì”, dice abbassando lo sguardo, “ci sarebbe questo… quasi-fidanzato…

È quello della Grecia, sicuro come l’oro. Io vigliaccamente non chiedo cos’è un quasi-fidanzato, anche perché lei mi sembra tutto fuorché intenzionata a dirmelo. Carlotta infatti tace subito, quasi si morde la lingua, e i suoi occhi sono biglie di vetro che rotolano sul tavolo. Mi accontento di sapere che è un “quasi”, e che in quel momento non è lì con noi, e nemmeno si è fatto vivo con telefonate o sms. Rimaniamo per qualche istante in silenzio. È mezzanotte passata, e la serata volge al termine. No, non ne ho nessuna voglia. Sei mai stata a Genova, le chiedo.

“Solo di passaggio”, mi dice, “ma la città non l’ho mai vista”

Andiamo a Genova, le propongo io. “Oraaaa?”, e il suo sorriso mi ha già detto di sì. “Davvero vuoi andare a Genova? Ma quanto ci si mette…?”

Io e Carlotta sfrecciamo sulla Serravalle-Scrivia. Ci siamo comprati dei Pocket-coffee e dell’acqua all’Autogrill, e lei me li porge amorevolmente quando gliene chiedo. La notte è gelida, e dopo Pavia i banchi di nebbia ci investono a intermittenza. Alcuni sono paurosi, ti inghiottiscono, sembrano sbatterti contro un ostacolo invisibile, irreale ma solido. Lei per fortuna si è addormentata e non lo sa. Si è addormentata in pochi minuti. Si è tolta gli stivali, si è rannicchiata sul sedile e ha appoggiato gli occhiali sul cruscotto. Si è coperta con il mio cappotto, come una bimba. E così raccolta, con i capelli ricci che le circondano la fronte, Carlotta sembra una conchiglia, una conchiglia antichissima e preziosa. Anche questo non lo sa. “Mi piace tanto dormire in macchina, mi ricorda quand’ero piccola e facevo i viaggi con il mio papà. Mi piace tanto questa macchina”, aveva farfugliato prima di cominciare a respirare pesantemente e abbandonarsi al sonno. La macchina va avanti, va avanti, va avanti, e io mi stupisco di non essere stanco. Non so nemmeno perché mi trovo lunedì notte a correre sull’autostrada per Genova con a fianco una sconosciuta quando l’indomani, in redazione, mi aspetta tanto per cambiare una giornata del diavolo. Poi la guardo addormentata e mi rendo conto che non poteva essere altrimenti.

A una trentina di chilometri dal mare la strada si inerpica sull’Appennino, e diventa tutta curve. Lei si sveglia e mi chiede quanto manca. Trenta chilometri, vedrai che tra un quarto d’ora arriviamo, la rassicuro. Lei, prima di riaddormentarsi, appoggia la sua mano sulla mia, agganciata alla leva del cambio. La strada è tutta curve, io sono in quarta e l’auto viaggia a non più di 30 km/h. Ma non toglierò la sua mano dalla mia solo perché devo cambiare marcia, nossignore. Dopo una decina di minuti a passo di lumaca, però, con lei che nel dormiveglia mi chiede ancora quanto manca e io che le ribadisco che manca ancora una trentina di chilometri, decido che forse è meglio togliere la mano di Carlotta dalla mia e cambiare marcia. Ci sarà tempo, dopo. Ci sarà Genova, dopo.

Al passaggio del casello Carlotta si sveglia e con un paio di semplici, gentili gesti si riassetta. La guardo e non sembra affatto che abbia dormito in macchina per un’ora e mezza, è bellissima e fresca. Dubito di trasmetterle la stessa sensazione.

Genova, ti prego, dammi una mano tu!

E Genova per fortuna non ci delude. Genova ci accoglie come solo lei sa fare. Voliamo sulla strada sopraelevata del porto, che alle due di notte naturalmente è deserta che ci si può andare a zig-zag. E pare di essere in un sogno felliniano, con la città vecchia marmorizzata in un silenzio che ci abbraccia. Fuori dai finestrini girano sul filo dei nostri sguardi eccitati le facciate dei palazzi patrizi, sfilano i tetti e i balconi scolpiti nel buio della Superba. Il porto sotto di noi ci fa vedere darsene e approdi, barche che dondolano, passerelle vuote, un antico galeone con la sua polena. Carlotta secondo me non si aspettava che fosse tanto spettacolare, quella città in bilico sulla costa.

Ma è un sogno o è tutto vero”, mi chiede estasiata. Io lo sono più di lei, ma voglio fare quello che è abituato a queste cose, e mi do un contegno. Scendiamo dalla macchina inspirando l’odore di Genova, che non è l’odore del mare. Non solo. È speziato, come se il vento del Golfo, la sera, tenesse in sospensione quel che rimane degli aromi delle bancarelle vocianti del suk. È perennemente straniero, come odore, come se le navi che attraccano ogni giorno al porto trasportassero l’essenza del paese da cui provengono, e la mescolassero all’aria di Genova, ai suoi tanfi, alla puzza di umido e di piscio che esalano i carrugi dove non batte mai il sole. È un buon odore.

Io e Carlotta saliamo fino alla cattedrale. Lei mi dice che le è sempre piaciuto disegnare chiese, ma è tanto che non lo fa. Io ce la vedo, e penso che da quando lavora, per come lavora lei, ci saranno un sacco di altre cose che le son sempre piaciute ma che non fa più. Ci imbuchiamo nelle viette, scopriamo negozi nascosti dai calcinacci, vetrine soffocate da portici minuscoli, giganteschi locali in affitto illuminati anche di notte. Ci mettiamo in punta di piedi e sbirciamo di là dalle grandi finestre, e vediamo volte e colonne, stucchi e intonaci un po’ scrostati. Ogni cosa è silenzio, meno che noi. Parliamo, a volte sottovoce, per intonarci alla notte, per non svegliare un barbone che dorme ai piedi della scalinata di una chiesa, per non rovinare tutto. “Come mi farei una canna”, sospira a un certo punto lei.

Arriviamo al porto. Troviamo un molo con delle panchine e Carlotta si siede, guardandomi, aspettandomi. La raggiungo e lei, dopo essersi sciolta i capelli, si chiude nel mio abbraccio, la fronte contro il mio mento, la mano nella mia mano. Osserviamo la notte sul porto. Ci sembra così diversa dalla notte di Milano. La notte di Milano è gialla, provo a dire io, gialla come i semafori che vanno a intermittenza, come i fari delle poche macchine che vanno a tutta birra sulle circonvallazioni. “No, qui la notte è rosa”, dice lei, e ha ragione: come se l’alba stesse per emergere dai profili delle barche in rada, il buio ha strani riflessi arancioni e rosati. Le bacio i capelli e la stringo a me mentre i primi pescherecci si dirigono pernacchiando sommessamente verso il largo. “Chissà perché la vediamo così la notte”, domanda lei. Perché siamo svegli, le rispondo dopo averci pensato per qualche istante.

Imprimo nella memoria ogni sensazione,
so che è un momento da non dimenticare.

Si erano fatte le cinque del mattino, e forse a quel punto la serata poteva finire. A me toccavano altri 120 chilometri fino a Milano, a lei un’altra oretta e mezza di sonno raggomitolata nel sedile. Ci scappava la pipì da morire, e abbiamo risolto dietro un bidone della spazzatura. Prima lei, poi io. Dopodiché, caccia a un pezzo di focaccia. Seguendo lo straordinario olfatto di Carlotta siamo andati a bussare alla porta di un forno, ma un ragazzo, tutto dispiaciuto e bianco del suo lavoro, ci ha detto dall’interno del negozio che prima delle sei non la poteva vendere la focaccia. Sarà la regola della gilda dei fornai genovesi, provavo a spiegare a una delusissima Carlotta.

Ci siamo rimessi in macchina, e lei si è riaddormentata in un battibaleno. Beata lei, pensavo mentre il sonno stavolta mi penzolava sulle palpebre. Per fortuna non c’erano più i banchi di nebbia, e le prime auto e i camion in strada rendevano il nastro d’asfalto meno monotono. Il mattino ingrigiva, Carlotta russava lievemente, e io per vincere la malinconia mi sono acceso la radio. Mi sono accodato a David Bowie e ho cominciato a ululare Life on Mars, piano, pianissimo per non svegliare la piccola meraviglia che mi dormiva accanto. Carlotta riaprì gli occhi nell’esatto momento in cui entravamo a Milano, verso le sette. Milano era già in moto, formicolante e accesa nelle prime luci del giorno prive di sfumature.

È stato meraviglioso”, mi ha detto una volta davanti al portone di casa sua, e mi ha abbracciato. “Io non credevo di incontrare più persone disposte a fare queste cose”, continuava con la faccia nel mio petto. Ma no… sei tu che sei così, l’ho incoraggiata io. “No, no, io volevo dire che…” Le stesse cose valgono per me, l’ho interrotta, e infatti non c’è nemmeno bisogno di dire nulla, ho continuato. Ho cercato le sue labbra per darle un bacio, ma sono riuscito solo a stampargliene uno sulla fronte. Si è separata da me e mi ha sorriso, gli occhi immobili e liquidi, l’espressione esitante. Senza pensarci, istintivamente, ci siamo salutati scambiandoci un rapido bacio sulle labbra. Poi lei è scesa, raggiante, e mi ha soffiato un altro bacio prima di scomparire dietro il portone.

Accidenti che sonno, se non rimetto subito in moto mi addormento qui con la capoccia sul volante… ho giusto il tempo di tornare a casa, farmi una doccia, vestirmi e andare al lavoro.

L’adrenalina di quella notte d’incanto bastò a malapena a sorreggermi fino all’ingresso in redazione, poi fu il black out per tutta la giornata. I messaggi e le mail che mi mandava Carlotta, invece, mi davano l’impressione che lei fosse saltellante come un grillo. “Ma ho sognato”, continuava a chiedermi. “Che bello avere la macchina del teletrasporto: mi addormento a Milano e mi sveglio a Genova, mi riaddormento a Genova e mi ritrovo a Milano!”, diceva. “Ci torniamo?” o ancora “La prossima volta andiamo a Venezia”, e sì che la sua giornata al lavoro, stando a quel che mi aveva detto, era a dir poco campale, con l’anteprima stampa dell’Arcimboldo per i giornalisti del Corriere, di Repubblica e del Giorno, e con la megapresentazione alle autorità e ai vip da preparare per il giorno successivo. Eravamo stati due pazzi, sì, ma eravamo sopravvissuti. E lei molto più dignitosamente di me.

Inutile dire che io ormai davo tutto per scontato. Ora si trattava solo di amministrare e alimentare la meraviglia che le avevo procurato portandola a Genova, rivederla il prima possibile per infliggerle il colpo di grazia, e soprattutto capire chi diavolo fosse – cosa diavolo fosse – il quasi-fidanzato, l’unico aspetto di quella storia che sfuggiva al mio controllo. Una volta capito con chi avevo a che fare, farglielo dimenticare sarebbe stato un gioco da ragazzi. Già, niente di più semplice.


CONTINUA…

16 pensieri su “Carlotta e le altre – terza parte

  1. Riesci in generale a tenermi incollata allo schermo con post belli lunghi e con tutto quello che avrei da fare e non è poco. Ma poi quando ho visto il modo in cui racconti Genova mi hai definitivamente conquistata. E’ la mia città e diversamente da quanto si dice di solito dei genovesi, che non la amino molto, io la adoro e trovo che tu ne abbia compreso e descritto benissimo sia l’aspetto che lo spirito.

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...