Le rane a New Orleans


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Erano tutti e cinque bellissimi, bambini da pubblicità. Insaziabili di correre e arrampicarsi, di fare casino, capriole e giravolte. C’è da chiedersi come poi facciano nella stragrande maggioranza dei casi a trasformarsi in adulti che si muovono a rallentatore. Lattiginosi, flaccidi e deformati dal grasso. Le uniche cose che sopravvivono dell’età aurea dell’infanzia sembrerebbero essere quell’espressione innocente e trasognata, quell’attenzione vacua che si accende per qualsiasi piccolo miracolo della quotidianità – un passerotto sul davanzale della finestra, il furgoncino dei gelati con quegli organetti isterici mandati a nastro dall’altoparlante o un idrante impazzito che tutto a un tratto comincia a sparare acqua sui loro giochi di strada – e naturalmente i vestiti: in America gli adulti si vestono come i bambini, con tute, sandali aperti, pantaloncini – o pantaloncioni, vista la stazza – e magliette sgargianti. Allora mi vengono in mente le foche. Penso a quanto siano tenere, aggraziate e batuffolose da cuccioli e a come diventano una volta cresciute. Ecco, i bambini americani sono come i cuccioli di foca. E questi qui, nonostante gli sforzi e i sorrisi equini di Michelle Obama, probabilmente non costituiranno un’eccezione.

Però intanto erano incantevoli: facevano a gara a chi volava più in alto con l’altalena, a chi rimaneva più dritto a testa in giù penzolando dalle barre della giostra di metallo, sfidandosi con allegra innocua spavalderia e ricominciando un nuovo gioco non appena si era stabilito il vincitore, mentre i pachidermici genitori erano spiaggiati su due panchine a pochi metri di distanza e chiacchieravano rumorosamente del più e del meno, a tratti coperti da un insistente gracidare.

A un certo punto, la più piccola, che a parte l’essere tutt’ossa sembrava una minuscola Gigi Hadid, arrivando da un cespuglio corse dal più alto, probabilmente il più grande, già una teppa affascinante tutta lentiggini e ciuffo ribelle, per confidargli qualcosa nell’orecchio. “Really?!”, dice lui strabuzzando gli occhi. “Amazing! Can you teach me where?”, le chiede poi, ma stavano già correndo verso il posto segreto. Un’altra bambina si lancia dall’altalena e va dietro ai primi due, gridando “Teach me too!” e una terza le è subito appresso: “Teach me three!”.

Rimase solo il più smilzo della cucciolata,
riccioli rossi e boccolosi, che guardava allontanarsi
i compagni tenendo le mani sui fianchi
con la stessa sfrontatezza di un Peter Pan.

I quattro tornarono ridendo, ma senza dare l’impressione di aver visto chissaché di sconvolgente. Il piccoletto si unì agli altri e si sedettero a terra per fare la conta dei loro piedi e iniziare un nuovo gioco. Avevo visto abbastanza. Mi alzai dalla panchina dove ero seduto da ormai mezz’ora e mi incamminai verso l’hotel, che stava proprio all’ingresso del quartiere francese.

Era la prima volta che visitavo New Orleans e ne ero rimasto – in fondo non sorprendentemente – deluso: appena fuori dal centro, è uno dei mille avamposti dell’America sciatta, ovvero che non sia Gran Canyon o Monument Valley o Yosemite Park. Parlo di campagna sfilacciata e acquitrinosa, di distese incolte inframezzate da strade con l’asfalto liso, qua e là piccole strutture agricole e case prefabbricate che si direbbero abbandonate se davanti agli ingressi non ci fossero a serpeggiare intorno al vento tiepido le stelle e le strisce della bandiera. Dentro la città, a Downtown, il cielo è tappato dai soliti grattacieli di ogni Downtown che si rispetti: grattacieli che paiono fatti di cartapesta, che ospitano hotel da trenta piani e che confermano la natura intrinsecamente commerciale di ogni città d’America.

L’America degli affari e dell’espansione, dell’ottimismo
che dà il pensiero dei soldi che si accumulano
e dei grattacieli che si innalzano
senza alcuna apparente ragione:
anche New Orleans è città di passaggio,
città d’incontri mai casuali, città ennesima tappa
di viaggi di procura che dall’800 in poi
hanno portato piazzisti, businessmen
e disperati in cerca di fortuna a stendere
e consumare le strade per l’Ovest.

Avevo una vaga speranza che New Orleans col suo quartiere francese, con l’eredità creola e con l’ossessione per la musica jazz potesse a un certo punto tirare fuori un coniglio dal cilindro. Ma niente per l’appunto. Anzi, forse a New Orleans più che altrove noti subito il modo sguaiato, ostentato e superficiale di dare in pasto allo sguardo del turista un passato troppo giovane, coi cartelli dei negozi e dei ristoranti che datano l’inizio dell’attività commerciale, mettendo in mostra un orgoglio privo di poesia. Il passato non ha mai il sapore dell’origine in America. Ed è di quel sapore che – anche inconsapevolmente – ogni europeo va a caccia quando viaggia. È il vecchio ad avere quel sapore, in America. Più di tutta l’architettura creola e dei suoi duecento anni d’età, per esempio, colpisce una Corvette Sting-Ray supergommata rumorosa come un trattore guidata da un ispanico tatuato che agita catenelle e bracciali d’oro al ritmo di un hip-hop sparato a tutto volume. O la carcassa arrugginita e scrostata di una enorme giardinetta anni ’60 con a bordo una coppia di lesbiche di mezza età che sembrerebbero nel mezzo di un trasloco, vista l’inverosimile quantità di cianfrusaglie ammucchiate nel portabagagli. O il corteo di attempati panzoni appollaiati sulle loro Harley Davidson tutte cromo e aerografie, tronfi e consapevoli del proprio prestigio come faraoni obesi sui loro carri da guerra in tempo di pace. Guardo queste meraviglie e penso che in un Paese dove tutto è sempre cambiato in fretta, e il nuovo viene accolto con benevolenza – di più: con excitement, come dicono loro per qualsiasi cosa – il vecchio parla da subito il linguaggio del mito. E infatti non sono io il solo a pensare che sono meraviglie: gli stessi americani, per lo più vecchi turisti – invariabilmente flaccidi, in sandali e t-shirt sgargianti – si fermano a guardare divertiti e compiaciuti queste parate improvvisate. Dai loro volti, nonostante gli enormi occhiali da sole, traspare l’orgoglio per l’origine loro e della loro nazione. Che non si manifesta nei palazzi o nell’autenticità della tradizione, ma negli oggetti e negli stili di vita.

A parte questi incontri, che possono capitare a Newport come a Portland, il quartiere francese di New Orleans, visto di giorno, non è davvero nulla di che. È una scacchiera di case basse sormontate da terrazze che rigurgitano finestre e piante da vaso lussureggianti. Sono quasi tutti balconi in ferro battuto, qualcuno laccato di bianco, la maggior parte corvini e sinistri anche alla luce del sole. Un sole implacabile che già a maggio arroventa l’aria umida, diffondendo un tanfo d’afa che non lascia scampo. È assurdo che New Orleans sia tanto famosa per le storie di vampiri. È assurdo che in questa città si organizzino tour guidati a tema vampiresco. È assurdo che più di una volta la cultura pop abbia dovuto pagare pegno a questa convinzione. Cammino sudando in silenzio e penso a Tom Cruise e a Brad Pitt nei loro molto impegnativi costumi di scena, in Intervista col vampiro. O a Sting che, in Moon Over Bourbon Street, canta “I can never show my face at noon”. E te credo, ma non perché sei un vampiro, semplicemente perché a mezzogiorno, a New Orleans, evapori pure se sei un cristiano. Ne sono certo: nessun vampiro con un minimo di sale in zucca sceglierebbe mai volontariamente New Orleans come propria dimora.

La ragione di queste credenze alberga – oltre che nella tradizione vudù importata insieme agli schiavi africani – quasi sicuramente nel fatto che per un americano gli spazi del quartiere francese – o vieux carré, come lo chiamano i nostalgici – sono vicoli insoliti e pittoreschi, e il loro lascito ottocentesco li rende misteriosi, quasi loschi. Evocano leggende. Ma per l’occhio europeo risultano comunque troppo ampi e razionali. Le traverse variopinte di Kreuzberg a Berlino, gli inaspettati mews di Londra, certi fetidi caruggi a Genova: da questi posti passano miti e leggende, il sovrapporsi delle civiltà, l’entropia della storia che li ha plasmati, non certo dal quartiere francese! A New Orleans, dal grande fuoco del 1788 che rase al suolo il primo nucleo della città, tutto è sempre stato immutabilmente New Orleans, e forse lo sarà sempre. Come queste palazzine dall’intonaco color carta da zucchero, di una tonalità appena più scura del cielo terso ma gravido dell’alito del Mississipi: un fiume argenteo e grande come il mare, dove l’approdo di ogni imbarcazione, a causa della fortissima corrente sotto costa, sembra una lotta per la sopravvivenza. Nella pancia del fiume invece scivolano senza fatica enormi navi che nell’Adriatico arrancherebbero. Sono repliche di spettacoli che, credo, durano da secoli. La tecnologia e il progresso, qui, paiono solo un’inutile sovrastruttura, proprio come quei disadorni grattacieli fini a se stessi.

Ma era paradossalmente per seguire una conferenza internazionale su una nuova tecnologia che mi trovavo a New Orleans. In altre parole era un viaggio stampa, di quelli che capitano continuamente a chi come me fa il giornalista di settore e scrive di informatica. Figo eh? Beh, ci sono diverse scuole di pensiero. Conosco un sacco di colleghi che si vantano sui social network di queste trasferte mordi e fuggi: postano su Facebook e Instagram foto e itinerari e frasi ad effetto. Cose come “questa storia che pranzo a Milano e ceno a Lisbona deve finire” o “il mio ufficio oggi”, con dietro spalmata la foto di un cocktail sorseggiato a bordo piscina nell’hotel. Piccole cialtronerie che puntano a suscitare invidia nel comune mortale inchiodato alla scrivania, invogliandolo a pensare che la vita del reporter sempre in viaggio è proprio figa. Come se poi il merito fosse nostro, di noi giornalisti, e non delle aziende o degli uffici stampa che ci organizzano e pagano tutto – voli, vitto, alloggio ed extra – scarrozzandoci da una parte all’altra del globo tra hotel e ristoranti à la page. Tutto quello che dobbiamo fare noi giornalisti è stare attenti a non perdere l’aereo – qualche volta capita pure quello – prendere appunti durante conferenze e interviste e ovviamente non parlare troppo male dell’azienda che ospita. Non dobbiamo nemmeno vestirci bene: una camicia anche un po’ spiegazzata è più che sufficiente per svettare tra i colleghi tedeschi e americani, che non si fanno alcuna remora a presentarsi in magliette hawaiane, sandali e calzini bianchi.

Certo, specialmente per i primi viaggi è tutto molto eccitante: l’ebbrezza svaporata dal concetto stesso del partire, posti nuovi, la sottile ansia dell’essere all’altezza del compito. Ma poi è sempre tutto uguale e prevedibile, e la cosa più memorabile di queste trasferte sono i mega-sbattimenti dovuti al cambio di fuso d’orario, alle mostruose attese in aeroporto e alle tonitruanti convention, che all’estero cominciano quasi sempre alle otto del mattino e sono di solito precedute da business breakfast e media briefing organizzati a orari che in Italia nemmeno esistono. Il poco tempo libero – la sera bisogna scrivere, o sbrigare il lavoro lasciato indietro – spesso è gestito dall’azienda che ospita, la quale allestisce pullmini che, se non fossero pieni di teste incanutite, potrebbero sembrare allegre comitive scolastiche. Se sul pullmino o a tavola al ristorante capiti vicino a un invasato di server o data center che vuole attaccare bottone, sei finito. Però non è detto, molto dipende dalla nazionalità delle altre persone che ti trovi accanto. Con spagnoli e sudamericani tutto sommato puoi dirti salvo: la maggior parte di loro offre istintivamente all’interlocutore quel giusto compromesso tra empatia, autoironia e self-control che rende una conversazione equilibrata e frizzante, svincolata dal lavoro, a volte persino divertente. Insomma: italiana. I francesi sono spigolosi, ma impareggiabili quando c’è da far comunella per massacrare il cibo improbabile che ci viene servito nei più raffinati ristoranti dell’Est Europa o di Las Vegas. Tedeschi e austriaci sono ok, però tendono un po’ troppo a fare i filosofi e a guardare agli italiani con un certo paternalismo, come fossimo simpatici monellacci. Gli inglesi, specie se non vengono da Londra, mi risultano incomprensibili. Ma basta far finta di sganasciarsi dalle risate a qualsiasi cosa dicano, e loro sono contenti. I cinesi – non pensavo – sono degli scostumati, e dei fracassoni peggio degli inglesi. Mentre al contrario i giapponesi non parlano mai, e nemmeno alzano lo sguardo da dietro la mascherina anti-germi. Stanno sempre stretti in gruppo come cucciolate e sono gli unici ad avere l’interprete perché, se anche capiscono e parlano l’inglese, si vergognano a provarci. Comunque, a rotazione, prima o poi te li sorbisci tutti, e a volte ne esci prostrato. Per carità: è il mio lavoro, è la vita che ho scelto e che mi piace. Ma, a conti fatti, mi pare evidente che la faccenda dei viaggi non è figa come vorrebbe la vulgata di Facebook.

A New Orleans ci sono andato, come sempre ormai quando parto, macinando molti di questi pensieri. Stavolta ero stato invitato da una software house che presentava un nuovo sistema operativo. Il comunicato allegato all’invito definiva il prodotto “unprecedented”. Un altro parolone con cui gli americani definiscono in maniera indistinta qualsiasi novità. Senza precedenti? Inaudito? Vuol dire tutto e niente e io tanto per cambiare non mi aspettavo niente di che: di solito queste nuove versioni di software rappresentano un passettino in avanti rispetto all’edizione precedente, aggiungendo qualche optional o funzionalità in più. Piccole migliorie che fanno sbrodolare gli invasati, ma che lasciano piuttosto freddi gli utenti non evoluti come me, che rispetto alle questioni più tecniche dell’informatica hanno la stessa sagacia di un gibbone con in mano uno schiacciapatate.

Comunque eccoci qui, a far passare il primo pomeriggio in attesa della cena di benvenuto col marketing manager della software house e soprattutto dell’evento vero e proprio, che sarebbe andato in scena il giorno dopo nel convention center di New Orleans. Una struttura che pare l’intersezione di una gigantesca scatola per scarpe con una serra ricavata da una fabbrica ottocentesca, sotto la cui ombra trovano conforto nelle ore più calde del giorno diversi homeless. Al ritorno dalla mia prima incursione in città, avevo giusto il tempo di farmi una doccia, infilarmi qualcosa di decente e farmi trovare nella hall dell’albergo insieme ai colleghi per l’appello. Dopodiché, tutti sul pullmino che ci avrebbe portato al ristorante.

In mezzo al chiacchiericcio babilonese della hall riconosco la voce e il volto di un giornalista francese già incontrato in altre circostanze, ma così rapidamente che ogni volta mi dimentico il suo nome – non è il classico Jacques, Xavier o Roger – come sicuramente lui si dimentica del mio. Una sbirciata ai badge che abbiamo appesi al collo, ed ecco che io e Yannis ci salutiamo come vecchi amici, felici e sorpresi di trovare una faccia conosciuta dall’altra parte del mondo. Ma è un idillio istantaneo: sbrigati i convenevoli, tirata qualche solita frecciata all’organizzazione, ai voli e all’incomprensibile America, dopo un po’ cala il silenzio dell’estraneità, e sul pullmino ci sediamo distanti. Già non mi ricordo più come si chiama, il francese.

Cioè, praticamente avete infilato Dio nel Cloud”, dice sarcastico ma con un sorriso timido un collega grasso e calvo, i sottili e unti capelli della nuca raccolti in un codino.

“Spero di no”, risponde il manager con una sicurezza imperturbabile. “Per esperienza”, continua senza perdere il piglio affaristico, “posso dire che quasi tutte le persone che credono in Dio hanno poca immaginazione”.

Qualcuno a tavola abbassò lo sguardo, qualcun altro ridacchiò come fosse un colpo di tosse, l’addetta stampa fulminò l’uomo con un’occhiataccia, ma poi si rituffò nella sua espressione di circostanza. “Il nostro sistema operativo invece darà potere (empower, disse, un altro terminone che questa gente adora e stra-usa) alle persone e alla loro immaginazione, le renderà ancora più libere di vivere il proprio tempo – e il proprio business – senza più doversi preoccupare di fastidiosi imprevisti. E ciascuno potrà personalizzare notifiche e suggerimenti. Il nostro assistente virtuale – non chiamiamolo più sistema operativo – non sarà mai invadente o prescrittivo. Sarà… previdente. Ma la scelta poi è sempre quella dell’utente finale, della persona. Libero arbitrio, signori!”.

“Quindi, se vogliamo, possiamo mangiarla di nuovo la Mela…”, dice un altro invasato servendogli la battuta sul piatto d’argento. E il manager: “Basta che non sia quella di Steve Jobs!”, condendo la risposta con una fragorosa risata texana.

Il menu prevedeva una serie di specialità locali. Ovvero qualunque cosa si trovi nel Mississipi e nel Golfo del Messico impanata e fritta: pesce gatto in abbondanza, granchi, gli ovvi gamberi e calamari, le ostriche, le zampe di rana e i filetti di alligatore. Più o meno ha tutto lo stesso indistinto sapore e la medesima consistenza, tranne le ostriche che pure fritte, quando si arriva alla polpa, rimangono viscide e salmastre. Mentre sgranocchiavo, ascoltavo le chiacchiere degli altri con un certo interesse. Effettivamente stavolta si trattava di qualcosa di grosso. La software house presentava una mega-piattaforma multi-accesso dotata di intelligenza artificiale distribuita a cavallo di Cloud e terminali. In parole semplici, una specie di grande fratello che, registrando le preferenze, le abitudini e i parametri fisici dell’utente (collegato alla Rete attraverso lo smartphone, il PC, l’automobile o anche abiti e scarpe dotati di sensori) e incrociando i dati con quelli prodotti dagli altri utenti e con le informazioni di contesto, come il meteo, il traffico, le notizie in tempo reale dalla borsa, dalla politica o dalla cronaca, ottimizza le applicazioni installate sul dispositivo, l’agenda e lo stile di vita di ciascun individuo in funzione dei suoi impegni e del suo benessere psico-fisico, pianificando il tutto perché non crei frizioni con il sistema stesso e con le altre utenze. Non solo: attingendo informazioni da tutte queste fonti ed evolvendo grazie all’ingestione di una quantità sempre maggiore di dati, l’intelligenza artificiale è via via capace di prevedere con un tasso di fallibilità prossimo allo zero praticamente tutto ciò che può avvenire nell’arco di una giornata, inviando alert e consigli su come affrontare eventuali cambi di rotta. E lo fa con un’interfaccia che pare umana: il sistema comprende e parla 24 lingue e ci si può relazionare con l’assistente virtuale – la cui personalità sintetica è programmabile scegliendo tra una dozzina di opzioni – usando semplicemente la voce. In pratica ci si rivolge allo smartphone o al computer o alla macchina come a una persona in carne e ossa, che col passare del tempo ci conoscerà meglio di nostra madre. Anzi, meglio di noi stessi. Niente di più, niente di meno di quanto si è già visto in un sacco di film di fantascienza plausibile, da Star Trek a Minority Report, passando per i più romantici AI e Her. Ma sapere che quelle fantasie sono diventate realtà fa sempre un certo effetto. E se lo fa a me che sono refrattario alle novità tecnologiche, posso solo immaginare come debbano sentirsi gli invasati: probabilmente si stanno sbrodando nei pantaloni.

Al momento del dessert – ci servivano i classici bignè della Lousiana accompagnati dai cannoli pancake, la variante locale dei cannoli siciliani – il manager sottolineò con enfasi che il nuovo software sarebbe stato completamente gratuito. Naturalmente c’è il rovescio della medaglia: il sistema registra dati, preferenze e abitudini, geolocalizzando l’utente, per offrire poi profili ultra-dettagliati alle imprese che vogliono vendere servizi e prodotti attraverso campagna di marketing personalizzate. “Significa che mentre siete in auto, prima ancora che possa dirvelo la spia sul cruscotto, il vostro assistente virtuale vi comunicherà che il serbatoio è quasi in riserva. Vi comunicherà anche dove si trovano le stazioni di servizio più facilmente raggiungibili in funzione del traffico e quelle con i prezzi migliori. Inoltre, analizzando in tempo reale i vostri parametri fisici, vi suggerirà, nel caso siano rilevati stanchezza o affaticamento della vista, di fermarvi per riposare un po’ o per prendere un caffè che rinforzi l’attenzione. Proponendo coupon, offerte speciali e sconti su misura per voi e per i vostri compagni di viaggio. Non è straordinario?”.

Sarà, ma sono uscito dal ristorante più convinto che mai che c’è dell’inquietante in tutto questo. Gli altri, compresi il manager e l’addetta stampa che confabulavano animosamente, sono risaliti sul pullmino. Io me ne sono andato a piedi, con la voglia di dare un’occhiata al quartiere francese di notte, visto che la calura aveva lasciato il posto a una fresca serata d’estate precoce.

Intorno a me, nella quiete di questa via infilata nella parte moderna di New Orleans, c’era un coro festante di rane in amore. Invisibili e lontane, eppure avevo la sensazione che ce ne fosse una dietro ogni angolo, e centinaia appollaiate sui davanzali delle finestre, nascoste in fila indiana in ogni tubo di grondaia. Ma anche a seguire il richiamo fino a sentirlo vicinissimo e in stereofonia, non se ne riusciva a beccare una.

Mi venne in mente quel documentario diventato virale, un paio d’anni fa, in cui decine di rane si riunivano intorno a uno smartphone che proiettava il video di un paio di vermi in movimento sul fogliame. Le rane vedevano la scena, la comprendevano, e saltavano sul display schioccando la lingua per afferrare i vermi bidimensionali. Se persino le rane, con tutto il loro istinto e i loro acutissimi sensi di anfibi, ci cascano, pensavo, come faremo noi esseri umani, da sempre schiavi di illusioni auto-prodotte e coi sensi sempre più abbrutiti dal digitale, a evitare di andare a sbattere contro le allettantissime immagini che ci propina questa tecnologia scatenata? E sì che Platone aveva provato a metterci in guardia. Ma niente, siamo una specie recidiva. Le rane, per lo meno, dopo un po’ capiscono che quei vermi non si riescono a mangiare, e desistono. Ma noi? Non lo so, non ho più voglia di pensarci. Sono arrivato all’ingresso di Bourbon Street.

È completamente diverso rispetto al pomeriggio. C’è puzza di vomito e merda, è la prima cosa che si nota. Gente, gente dappertutto che entra ed esce dai locali, che striscia lungo i marciapiedi e sotto i portici. Per strada, ovunque, ci sono suonatori e ballerini.

Alcuni, giovanissimi, si esibiscono ballando la break-dance
in bilico sulla testa, altri martellano con ritmi africani
secchi di vernice trasformati in tamburi.
Nelle traverse, a un passo dal fragore,
si accoccolano jazzisti e bluesman con i loro sassofoni opachi
e le loro Telecaster dai battipenna consumati.
È pieno di marmocchi neri che improvvisano coreografie.
Ci credono forsennatamente, e sono bravi, dei veri talenti.

E anche se magari, crescendo, desidereranno un giorno di entrare nel corpo di ballo, che so, di una Beyonce, o addirittura di avere uno show tutto loro a Las Vegas – in America nulla è impossibile – la sensazione è che siano convinti che non c’è pubblico migliore di quello di Bourbon Street: i dollari esentasse continuano a frusciare, e i vecchi turisti applaudono incondizionatamente a questi folletti straccioni che zompettano sulle loro Nike. Man mano che procedendo si attenua il casino, il quartiere francese diventa il rifugio di homeless, quasi tutti neri e incartapecoriti dalla miseria, e di giovani bianchi rasta e punk, mezzi stesi ai bordi della strada in piccole tribù puzzolenti di alcol e malefatte.

La stanchezza si fa sentire insieme a tutta la birra che ho bevuto a cena. Guardo l’orologio e penso che in Italia sarebbero le quattro del mattino. Ma fa niente. Comunque dopo mi aspettano otto ore di buon sonno, che sono uguali a qualsiasi longitudine, e in fondo tutto questo circo disorganizzato è una specie di anticamera dei sogni che farò dopo la rimpinzata di ostriche fritte.

Proseguo, cammino verso la fine di Bourbon Street, dove spariscono i neon dei locali e dove New Orleans, ora, parrebbe davvero ripiombata a duecento anni fa, coi lumicini in ferro battuto ancora alimentati a gas, e le fiammelle che tremolano come spiriti tormentati nei patii deserti delle case. Mi volto e vedo ancora i grattacieli. Ma di notte sono lontani e illuminati come miraggi. Sembrano piccoli, schiacciati come sono sull’orizzonte e sui tetti di Bourbon Street. Da un’altra dimensione, comunque meno posticcia di quanto m’era parso nel pomeriggio, paiono inchinarsi alla vita vera, quella del quartiere francese. Dal nulla sbuca un ragazzo, un nero, e – “Hey man” – mi saluta. Sussulto, ma rispondo al saluto con un “Hi” e un sorriso. “Nice shoes”, mi fa, e io lo ringrazio. Ma non mi lascia andare. Mi dice qualcosa nel suo slang che francamente non riesco a capire. Poi capisco che mi sta chiedendo dei soldi. Guarda oltre me, mi giro e vedo un altro tizio, pure lui di colore. Non c’è dubbio, stanno insieme. L’altro mi sorride coi denti bianchissimi che risplendono nella notte, ci raggiunge e un brivido mi corre lungo la schiena. Ma cerco di non darlo a vedere, mi do un contegno, provo a mantenere la calma. Con la coda dell’occhio intravedo un bianco in bicicletta che guizza dall’altra parte della strada. Ci vede, ma rigira la testa in avanti e imprime più forza alla pedalata. In un nanosecondo è lontano, e io mi sento un imbecille per non avergli chiesto aiuto. I due, passato il pericolo, mi si fanno più vicino, continuando a sorridere. Ma in maniera sinistra, mi sembra. Dicono qualcosa, però continuo a non capire. Uno dei due mi dà una pacca aggressiva sulla spalla e apre una mano. Poi se la mette in tasca. Il compare si guarda attorno nervoso. Io provo a parlare, a dire qualcosa, ma mi rendo conto di balbettare, di sgranare parole di cui a loro, comunque, non frega niente. Il compare si avvicina ancora, è a un passo da me, e ha un’espressione seria. Non serve nemmeno che apra bocca. Tutto a un tratto, nell’oscurità cominciano a gracidare le rane. Prima in modo normale, poi sempre più fitto, fin quasi a diventare assordanti. È comunque per me un rumore di sottofondo, perché ho nelle orecchie e nelle tempie il rimbombo del mio sangue che va a mille. Ma i due si guardano, poi cercano qualcosa nell’aria che non c’è, girano i tacchi e se ne vanno verso la parte più buia della strada. Uno dei due si volta per lanciarmi un’occhiata che non comprendo. È finita, e con passi diseguali ma rapidi, guardandomi continuamente attorno, mi incammino verso le luci di Bourbon Street.

Mi svegliai incapace di dire se me l’ero vista brutta sul serio o se, influenzato dall’atmosfera del quartiere francese, mi ero fatto un film più angosciante del necessario. Sotto la doccia rivedevo le facce di quei due, e mi convincevo che sì, avevano pessime intenzioni. Chissà perché se ne sono andati. Boh, meglio così.

La prossima volta imparo a non sottovalutare New Orleans.

Ora pensiamo alla conferenza e all’assistente virtuale. Le chiacchiere di ieri sera sono state solo un assaggio. Oggi all’evento, dal palco, faranno gli annunci ufficiali e dovrebbero farci vedere di cosa è davvero capace questo nuovo prodotto.

Fuori dall’hotel alle otto del mattino il caldo era già asfissiante – anche se il cielo era coperto e dalla parte del mare si addensavano nubi scure – e il breve tratto che separava l’albergo dal convention center fu tutto pervaso dall’ansia di rituffarmi nell’aria condizionata. Più ci pensavo, più sudavo. Avvicinandomi al convention center non potei fare a meno di guardare con occhi nuovi i barboni neri accampati lì intorno. Ma sembrano prostrati, indifesi, piagati dal sole e dalla noia. Assolutamente innocui. A pochi metri dall’ingresso un vecchio negro con la barba grigia e arruffata allunga la mano e mi chiede degli spiccioli. Gli dico “Sorry” e mi intrufolo frettoloso al sicuro. Dentro hanno allestito un drone-drome, uno spazio in cui ronzano a velocità inaudite droni ultrasofisticati controllati dall’intelligenza artificiale. Fanno di tutto: prendono e trasportano pacchi, attraversano passaggi angusti, di pochi millimetri più larghi di loro, eseguono evoluzioni da lasciarti col naso all’insù. C’è poi un prototipo di self driving vehicle, un’automobile connessa alla Rete che si guida da sola ancora grazie al fantomatico sistema operativo. Noto anche diversi modelli di piccoli robot dallo sguardo acceso che gironzolano e gesticolano cercando di attaccare bottone con gli ospiti, salvo poi inibirsi quando davanti a sé incontrano uno scalino o un altro ostacolo che non sanno come superare. Un gigantesco video-wall fa andare a nastro un filmato che spiega tutte le straordinarie opportunità offerte dal nuovo software, con migliaia di piccoli frame che come coriandoli si ricompongono nella scritta “Welcome to YOUR future”.

Rivedo il mio collega francese, di cui non ricordo il nome, e lo saluto da lontano, poi vado a cercarmi un posto nella sconfinata sala che accoglie il pubblico – saremo come minimo diecimila persone – venuto da tutto il mondo per questa succosissima anteprima. Inizia lo show. Accecato da lampi di flash, telecamere e smartphone puntatigli addosso, sul palco compare il marketing manager della sera prima, che ci ringrazia tutti per essere a New Orleans e per aver preso parte alla presentazione di un prodotto destinato a cambiare per sempre le nostre vite, congratulandosi infine perché siamo i primi in assoluto a vederlo coi nostri occhi.

Sul megascreen dietro al palco sta per partire la fanfara elettronica che preannuncia la prima demo, quando da in fondo alla sala si sente un brusio. Si alzano alcune voci, ci voltiamo tutti e vediamo la gente scattare in piedi e uscire disordinatamente. L’annunciatrice dall’altoparlante prega di non abbandonare la sala visto che l’evento è in pieno svolgimento. Ma anche il manager sul palco ha smesso di intortare il pubblico, e guarda perplesso il fuggi-fuggi cercando aiuto tra i suoi collaboratori in prima fila e dietro le quinte. “What’s going on?”, chiedo a chiunque senza naturalmente ottenere risposta. Anche i miei vicini si alzano ed escono. A questo punto la curiosità – è evidente che non c’è alcun pericolo, ma solo un morboso interesse per qualcosa che sta succedendo fuori dalla sala – prende anche me. Mi unisco alla folla e dopo cinque minuti buoni riesco a uscire dal convention center.

Piovevano rane.

A migliaia, a milioni, piovevano rane su New Orleans. Il cielo grigio era puntellato di corpicini sgangherati che provavano a frenare l’impatto che li avrebbe spappolati al suolo. Il traffico era fermo, e tutti si riparavano dove potevano – sotto la pensilina della fermata dell’autobus, sotto un albero, chi lo aveva apriva l’ombrello – meravigliati e incapaci di reagire. Noi ce ne stavamo sotto la tettoia del convention center, coi laptop e gli smartphone in mano. Qualcuno scattava foto e le postava su Facebook, tutti gli altri erano impietriti. Accanto a me sbucò la testa del manager. Mi guardò per un attimo, perplesso, e così probabilmente lo guardai io. Poi rimase anche lui a fissare a bocca spalancata quello spettacolo. A qualche passo lì da noi, il vecchio negro rideva a crepapelle.



4 pensieri su “Le rane a New Orleans

  1. una narrazione d’ampio respiro, con passaggi descrittivi dettagliati e mai noiosi, nonostante tutto. si arriva agili fino alla fine nonostante la lunghezza “fuori standard” per un racconto in rete. rinnovo i miei complimenti per le doti di affabulazione. godibile il finale, dove, ovviamente, il vero miracolo, quello che fa accorrere le genti, avviene nel mondo reale (piovono rane) e non nel cloud virtuale. però, visto che l’opportunità c’era, avrei saldato i due eventi in qualche modo che non fosse una mera coincidenza cronologica (mi sembra una casualità troppo forzata). non so. magari qualcosa del tipo che il supermegamanager generale, all’apertura dice che la data della presentazione mondiale è stata fissata per quel giorno su specifica indicazione dal nuovo software mega-piattaforma-multi-accesso-dotata-di-intelligenza-artificiale per motivi che nessuno era riuscito a capire: il software, in modo prettamente umano “faceva il prezioso” per ingenerare curiosità e attesa e non voleva rivelare il motivo della sua scelta per quel giorno a quell’ora. alla fine il megamanagerdirettoregenerale si era *fidato*. ci si imbastisce su bene una storia, no? unico appunto. la consecuzio temporum: più di una volta, qua e là salti dal presente al passato, talvolta in modo che al lettore risulta “disturbante” (ad esempio dopo “Dio hanno poca immaginazione” passi dal presente al passato remoto; più avanti, scrivi: “mi incammino verso le luci di Bourbon Street.” “Mi svegliai incapace di dire”.

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    1. ciao Malos! grazie come sempre per aver letto e per aver scritto. in realtà la pioggia di rane, nelle mie intenzioni, è proprio qualcosa che fa saltare in aria tutte le certezze del mega sistema, e riporta gli esseri umani lusingati da questa tecnologia che promette di eliminare gli imprevisti al loro giusto ruolo. se ci fai caso, le rane si sentono o si manifestano in specifici momenti del racconto, e a coglierle sono quelli estromessi da questo paradiso/inferno digitale: i bambini, il protagonista niubbo, i due ragazzi neri del quartiere francese che provano ad aggredirlo. per la consecutio, come in altri racconti ho provato ad alternare scene riportate in prospettiva e momenti vissuti in tempo reale.una specie di monologo interiore come per esempio lo usa Buzzati in “Un amore”. se dici che risulta “disturbante”, ci lavorerò. sicuramente sul piano espressivo c’è molto da affinare: il racconto l’ho finito proprio ieri sera dopo averci lavorato per due settimane (ho cominciato sull’aereo, al ritorno da New Orleans) e l’ho caricato di slancio. nei prossimi giorni, mesi e anni chissà quante correzioni apporterò ancora… a presto!

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      1. “è proprio qualcosa che fa saltare in aria tutte le certezze del mega sistema, e riporta gli esseri umani lusingati da questa tecnologia che promette di eliminare gli imprevisti al loro giusto ruolo.” sei un inguaribile ottimista.
        : )
        (e io, nonostante le penicilline, faccio fatica ad accettare una spettacolare coincidenza fortuita quando è così funzionale all’economia di un racconto)
        : )

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      2. più che inguaribile ottimista, sono rassegnato. lavoro a stretto contatto con queste imprese e queste tecnologie, e temo abbiano ragione loro. tutto quel che è in mio potere è scrivere un racconto in cui gli piovono inaspettatamente addosso un po’ di rane.

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