Senza pensarci due volte – L’altro mestiere di vivere

 


Le donne mentono, mentono sempre e ad ogni costo.
E non c’è da stupirsi: hanno la menzogna nei genitali stessi.
Chi saprà mai quando una donna ha goduto?


Nella vita succede a tutti d’incontrare una troia. A pochissimi, di conoscere una donna amante e onesta. Su cento, 99 sono troie.

Caro vecchio Cesare… certo che eri proprio incazzato! Ma chissà se le avresti mai scritte sul tuo diario queste cose se avessi saputo che sarebbe stato pubblicato, vendendo oltre 200 mila copie e arrivando inevitabilmente alle orecchie della diretta interessata. E soprattutto chissà se le avresti mai scritte sapendo che tutti le avrebbero lette conoscendo nome e cognome della diretta interessata. La diretta interessata era Tina (al secolo Battistina) Pizzardo, grande amore e ossessione del ventenne Pavese, passata alla storia della letteratura italiana per essere “la donna dalla voce rauca” ne “la bella estate” cantata dal poeta. Poi è successo che la Pizzardo ha mollato Pavese per sposarsi con il polacco Henek Rieser, e si è guadagnata altri epiteti un pelo meno aulici: per l’appunto troia, vacca, incosciente, subdola e via dicendo. Questo frammento-pantomima del diario, che allude vaghissimamente alla motivazione per cui la Pizzardo avrebbe scelto Rieser anziché Pavese, è una chicca:

«Ti voglio bene, cara, e ti odio, sei per me letteralmente l’aria che respiro, se mi manchi ti maledico come fa un annegato; mi fa male fisicamente esser lontano da te; non sei per me una donna, sei l’esistenza stessa; dove sei tu è la mia casa, tutto il resto è niente….»

«Come stiamo a coglioni? Vediamo se mi fai godere».


UN GROPPO AL CUORE (POSTUMO)

Di fatto le pagine de Il mestiere di vivere, il diario che Pavese ha tenuto dal 1935 – quando iniziò il confino a Brancaleone Calabro – fino a pochi giorni prima del suicidio (27 agosto 1950), negli anni che vanno dal 1936 al 1938 sono letteralmente infarcite di pensieri, considerazioni, invettive e rimpianti sulla tormentata – almeno per lo scrittore – storia vissuta con la Pizzardo. Per lei, con ogni probabilità, quella frequentazione sarebbe diventata nel film dei ricordi uno dei tanti “filarini” con cui si intrattenne aspettando il ritorno di Altiero Spinelli, antifascista come lei ed eroico, platonico fidanzato chiuso dietro le sbarre per nove anni. Quando nel 1952 fu pubblicata postuma la prima edizione de Il mestiere di vivere, alla Pizzardo venne un groppo al cuore. In primis perché sapeva dell’esistenza del diario e delle probabili rivelazioni di Pavese sui suoi stati d’animo di allora. Stati d’animo che – pensava – sarebbero stati difficili da spiegare al marito e al figlio Vittorio.

Il 25 febbraio era domenica, ma non ero andata in montagna e non c’ero andata per distaccarmi da Henek. Quel pomeriggio mia sorella e Nina erano fuori, ci troviamo soli io e Pavese.

Siamo nella mia camera‒studio, dove ricevo allievi e amici, io semisdraiata sul divano‒letto, lui ai miei piedi, su uno sgabello. Il discorso scorre facile e divertente come le altre volte.

Qualcosa che ho detto gli piace tanto che mi guarda ridente, incantato e subito si butta giù, nasconde il viso nelle mie mani. Indugia e io devo afferrargli il ciuffo per tirarlo su. Ancora ridente dice:
«Ho paura che sto innamorandomi di lei».

E io sullo stesso tono: «Credevo lo fosse già. E in agosto c’è mancato poco che capitasse a me».

Gli racconto che per tutta la gita al Gran Paradiso ho continuato a pensare a lui come… come a un dio.


In secondo luogo perché sbirciando le bozze si rese conto di quanto Pavese avesse drammatizzato l’intera vicenda, arrivando ad alludere a cose – secondo la Pizzardo – mai successe. Naturalmente parliamo del sesso. Tina Pizzardo implorò Italo Calvino e Natalia Ginzburg, curatori dell’opera oltre che amici sia suoi che di Pavese, di non dare alle stampe le parti incriminate. Ma fu inutile. E la Pizzardo divenne vacca, troia e via dicendo per quelle decine di migliaia di italiani che consideravano Pavese il vate del neorealismo. Brutta storia.


CHI VUOLE SENTIRE L’ALTRA CAMPANA?

L’unica soluzione era scrivere un contro-diario, un’opera che fermasse nel tempo un’altra versione dei fatti. Un lavoro doloroso, perché ha dovuto costruire delle premesse, delle precisazioni, delle spiegazioni che sono il midollo di scelte molto sofferte. Nasce così Senza pensarci due volte [Bologna, Il Mulino,1996], l’autobiografia di Tina Pizzardo che punta a riabilitare il ruolo che ha avuto la donna nella vita di Pavese e nell’Italia fascista. È evidente che tutto il libro ruota intorno all’incontro con lo scrittore, ma fin dalle prime pagine ci si lascia trasportare dall’entusiasmo e dalla leggerezza con cui la Pizzardo, dopo averci preso un po’ di gusto, ha vergato tante piccole storie che svelano un carattere, un’identità, un contesto familiare e sociale che sono più che testimonianza storica. Diventano involontariamente letteratura. E per un po’ Pavese può starsene in un angolo.
Nata in una famiglia borghese della Torino d’inizio ‘900, a nove anni Tina è orfana di madre e trascorre l’infanzia in collegio. Per un puro capriccio della sorte, il padre – ufficiale dell’esercito ma convinto antifascista – grazie a una vincita al lotto entra in possesso di qualche centinaia di lire che userà per mandare la figlia all’università. La Pizzardo sarà tra le pochissime donne nell’Italia di quell’epoca ad aver conseguito una laurea in matematica. Ma più che per il titolo accademico, l’università risulterà fondamentale per le amicizie e le conoscenze che influenzeranno in modo irreversibile lo sviluppo intellettuale e ideologico di una ragazza già testarda, ribelle e intraprendente di natura. Nell’ambiente cosmopolita torinese, sono le prime cotte e una certa frivolezza ad avvicinare la Pizzardo al Comunismo, e in particolare la relazione con il bulgaro Liuben, che sarà il suo primo maestro di baci e di lotta marxista. Essere comunisti nel 1926, l’anno in cui il partito fu soppresso ufficialmente dal regime fascista, era un’avventura: anche senza la militanza attiva, si diventava informatori, corrieri, capisezione del partito ombra, a volte senza nemmeno saperlo. La Pizzardo era, per intenderci, segretaria della federazione comunista di Grosseto (città in cui si era trasferita dopo la laurea, avendo lì vinto una cattedra), che contava cinque iscritti. La vicinanza a Roma favorisce i rapporti con il nucleo centrale dei clandestini, ed è frequentando i compagni della capitale che Tina incontra Altiero Spinelli, con cui si interrompe la girandola dei “filarini”. Un po’ perché i due si scambiano promesse d’eternità, divenendo Altiero il solido punto di riferimento di una giovane donna piuttosto atipica per quell’epoca, un po’ perché di lì a qualche mese sia lui che lei vengono sbattuti in prigione con l’accusa di attività sovversiva.


L’ITALIA FASCISTA VISTA DA UNA CARCERATA POLITICA

La parte più croccante del libro forse è proprio questa. È attraverso le cronache fedeli dei mesi passati in carcere che la Pizzardo testimonia come l’Italia sia sempre stata l’Italia, anche nei giorni fetenti del Fascismo: suore autocratiche, funzionari silenziosamente dissidenti, questori provoloni e puttane dal gran cuore. Ogni incontro è un affresco delizioso, ogni prima impressione, confermata o ribaltata dai fatti, è un’occhiata indiscreta su una società terribilmente ingenua, provinciale e allergica alle regole, sulla quale nemmeno il manganello della dittatura ha potuto nulla. Tina diventa un pacco spedito da un carcere all’altro, da Ancona a Roma e Genova e poi di nuovo a Torino, fino a quando la pena inflitta (un anno di carcere e tre di libertà vigilata) non la riporta a casa. Lei è fuori, Altiero invece deve scontare una condanna assai più lunga. Per compassione e per senso del dovere, Tina Pizzardo rimarrà ufficialmente la fidanzata di Spinelli, tenendo in vita un rapporto epistolare che in realtà rappresenta per lei l’impegno a progredire come donna e come intellettuale. Una convinzione che durerà poco: il lavoro come dirigente nella colonia di Igea marina e in seguito le nuove amicizie torinesi, che la porteranno a conoscere i Levi, Leone Ginzburg e altre menti brillanti, le escursioni in montagna e le nuotate in Po scateneranno la vivacità del suo carattere, invogliandola di nuovo a sedurre e a essere sedotta con la frivolezza di un tempo.


DUE INCONTRI COL DESTINO

Ecco che entra, del tutto casualmente, in scena Pavese. Tina Pizzardo ha ormai 32 anni, lui 26. Eppure Pavese ha già una certa fama come intellettuale: ha tradotto Moby Dick e sta mettendo insieme la sua prima raccolta di poesie, Lavorare stanca.

Che sia un uomo forte e un dispregiatore delle donne, questo continuo a crederlo e mi fa voglia di essere amica di un tipo così: fargli vedere che non tutte le donne sono lagne. Sul Po credo che saprei tenergli testa.

Non so quante volte lo vedo in casa di Barbara, certo poche perché non ci veniva volentieri: si parla troppo di politica… e tutte quelle smorfiose… e il the… roba che non fa per lui.

Il 31 luglio del ’33 sono in barca a remi con Giulio Muggia, gli ho appena detto che vorrei imparare bene a punta, chissà se tra gli amici c’è qualcuno capace d’insegnarmi ed ecco, tornando all’imbarcadero, troviamo Pavese su un barcone a punta.

Mi pare ancora di vederlo: alto, corpo d’adolescente annerito di sole, mutandine da bagno e cappellaccio di feltro calcato fino agli occhiali. (C’era solo lui sul Po a portare il cappello con le mutandine da bagno, lui e i sabbiatori.)

Deve aver accostato per parlare con amici comuni perché, quando gli chiedo di salire sulla sua barca, Muggia non è il solo che, prevedendo un rifiuto, sogghigna.

Lui fa il viso seccato, si capisce che non osa ma vorrebbe rifiutare: «Su svelta, salti». E io pronta spicco un salto che se mi fosse fallito gli avrei dato un gran gusto.

Obbedisco senza fare storie ai suoi ordini, imparo subito a tener diritta la barca, e dove la punta mi resta incagliata, ci manca poco ma il volo in acqua non lo faccio. Sono allenata agli sport, il palo non mi pesa. Quel ritmico flettersi per puntare, rialzarsi portando il palo in avanti mi riesce tanto bene da strappargli un mezzo sorriso: «Per ora se la cava, voglio però vederla coi correntini».

Tina Pizzardo è convinta di essersi imbattuta nell’ennesimo uomo eccezionale della sua vita.

Dopo Altiero per la prima volta trovavo un uomo che aveva tutti i pregi: intelligenza, coltura, carattere, prestanza fisica, ma lui era un poeta mentre Altiero mi rimproverava sempre di interessarmi
più di arte che di filosofia. (Adesso aggiungo: e più di Altiero Pavese aveva in dispregio le donne.)

Non che io facessi confronti e neanche progetti, pensavo a Pavese con rapimento, perché un poeta, un artista era per me una sorta di superuomo che mai avevo pensato di poter conoscere.

Un uomo enormemente diverso da Henek, anche lui nei pensieri della protagonista proprio in quegli stessi giorni.

Presto ho scoperto che in fatto di cultura raffinata nessuno poteva stargli a paro. Per di più era anche un matematico (nel cerchio delle nuove amicizie la matematica era crocianamente tenuta in dispregio). E la sua era una cultura europea al cui confronto quella degli altri era decisamente provinciale.

Diceva che m’avrebbe volentieri insegnato il tedesco e intanto mi faceva conoscere musiche, quadri, scrittori di cui nessuno m’aveva mai parlato.

Timido, goffo sì, ma distaccato, ironico pur nella sua squisita cortesia.

Non parlava mai di sé, smontava le mie fanfaronate con una battuta da levarmi la pelle, m’istruiva con buona grazia senza trovarmi così intelligente come gli altri, persino Leone, mi stimavano.

E non era affatto innamorato di me: per lui ero una compagna, in crisi ma pur sempre fidata. La mia vivacità a volte lo infastidiva, a volte, bontà sua, lo divertiva.

Diceva che ero giovane ‒ e, se non giovane, immatura mi sentivo con lui; mentre i nuovi amici, tutti più giovani di me e nuovi alla cospirazione, mi consideravano e mi facevano sentire esperta vissuta più di quanto in verità io fossi.

Non mi piace parlare di Henek, presentato come era o come lo vedevo allora e non come è adesso. Dirò solo che a un certo momento mi sono accorta d’essere innamorata di lui e questa volta tutto era diverso: l’amore mi riempiva di tristezza, di sfiducia in me, di smarrimento.


CHI HA RAGIONE: CESARE O TINA?

Da qui parte il rocambolesco catafascio che porterà Pavese sull’orlo di una crisi di nervi, acuendo la sua misoginia e facendo emergere i primi bagliori delle sue manie suicide. Non mi dilungo oltre con spiegazioni e incitamenti alla lettura. Lascio la parola a Tina Pizzardo, che volendo discolparsi, o bilanciare il peso di un resoconto a senso unico, o anche solo semplicemente dire la sua su una faccenda futile e basilare come può essere l’amore di un uomo, ha avuto il merito di scattare una lunga sequenza di fotografie su anni che sono stati cruciali per il nostro Paese. E anche solo per questo, non sono d’accordo con lei:

Sono alla fine della vita e non ho fatto niente che valga.

Da giovane avevo, forse, alcune qualità intellettuali, ma via via si sono spente. La mia era una mente fervida vivacissima rapidissima, viziata però dalla pigrizia, o meglio dall’incapacità di approfondire, da superficialità.

Tutti mi hanno sempre giudicata volitiva, energica, mentre io sono solo ostinata. Energica con me stessa, non con gli altri perché – come scrivevo a Altiero nel ’29 – «l’energia è una prerogativa degli egoisti. Io non sono energica perché non so andare avanti per la mia strada senza curarmi degli altri: l’amore, la pietà, il timore di far soffrire, il desiderio di confortare o, semplicemente il rispetto dei diritti altrui, mi fanno sostare».

Molta vanità, nessuna ambizione.

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