Nel reparto dei matti


Alla fine trovai il coraggio di scroccare una sigaretta a Carmen, un’italiana dai modi melodrammatici che aveva la stanza accanto alla mia. Batté il pacchetto e ne fece uscire una. Sembrava una sigaretta sterile, bianchissima, da ospedale, che non avrebbe mai potuto causarti alcun danno, meno che mai farti venire il cancro. Me la passai sotto il naso, annusandola come si fa con i sigari pregiati. «Mi hai salvato la vita», dissi. «Posso chiederti anche un cerino?» «Sai», disse lei, «io sono figlia unica e da piccola tutti i miei compagni di scuola mi davano addosso! Sono stata presa in giro per tutta la vita, e il modo in cui mi vestiva mia madre certo non mi aiutava! Ero lo zimbello della scuola, non mi ricordo di essere mai stata felice da bambina, dagli undici ai quattordici anni ho subito abusi sessuali, a sedici ho cominciato a scappare di casa, mi hanno stuprata varie volte, ho tentato il suicidio varie volte… poi ho conosciuto un tipo di trentacinque anni, sono rimasta incinta e l’ho sposato, mi ha preso a botte per sette anni, l’ho lasciato e mi sono ritrovata da sola, senza un posto dove andare, con tre bambini, sono crollata, mi hanno ricoverata in ospedale per la sesta volta… sono uscita, sempre senza un posto dove andare, sono finita a casa di un altro tizio, un mio amico, abbiamo avuto una tresca, mi è nato il quarto bambino, e adesso quando ripenso a tutto questo, uff, non ho mai conosciuto l’amore, la mia vita mi fa schifo. Vorrei non essere mai nata, ci sono dei giorni in cui mi sento così idiota che per farmi il bagno ci metto due ore perché non riesco a pensare!» Ecco, nel reparto dei matti bastava chiedere un cerino e la gente ti raccontava di tutto. Dopo una settimana conoscevi l’eziologia di tutti i pazienti. La malattia era la nostra lingua franca. Ciascuno annunciava i suoi peggiori disturbi fin dal primo momento, ma nessuno osava parlare della sua vita normale. Ah no, quella era una cosa vergognosa e imbarazzante, un fallimento a cui non si faceva il minimo accenno durante una conversazione educata.


Charles D’Ambrosio

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