Le lacrime di Nietzsche: se il Superuomo piange, il borghese non ride

Io al liceo lo odiavo a prescindere, per quel nome impossibile da scrivere. Nietzsche: c’è sempre il rischio di perdersi qualche lettera per strada. Poi fu proprio Nietzsche a salvarmi il culo alla maturità. Dovevamo per forza trovare un collante interdisciplinare per gli argomenti da portare all’esame orale, e io scelsi qualcosa tipo La strumentalizzazione del concetto di Superuomo nicciano da parte dei totalitarismi del ‘900”. Non so come, ma riuscii a buttarci dentro tutto, persino matematica. Mi ricordo che durante l’esame l’intera commissione scoppiò a ridere dopo che avevo affermato, tutto serio, che altro che Superuomo: Friedrich Nietzsche non era manco buono con le donne! Ma io non ci trovavo nulla di buffo, perché era tristemente vero. Ecco, ne Le lacrime di Nietzsche, di Irvin D. Yalom [Milano, Neri Pozza, 2006] si parla di questo e di tutto ciò che Nietzsche non sarà mai per chi è stato costretto a studiarlo sulle antologie filosofiche.


NEL MEZZO DEL CAMMIN DI NOSTRA VITA…

Paul Ree, Lou von Salomé e Friedrich Nietzsche ritratti nello studio di Jules Bonnet, a Lucerna. Corre l’anno 1882

Siamo nel 1882 e Nietzsche, sull’orlo dei quarant’anni, è in crisi. Al di là dell’aggravarsi dei sintomi che lo porteranno alla follia degli ultimi giorni, il filosofo, convinto che l’idea dell’Eterno ritorno sfonderà i limiti del tempo terreno procurandogli gloria eterna, è fiaccato dalle conferme che invece non arrivano da quel mondo e da quel presente che tanto dice di disprezzare. Ma soprattutto non gli va proprio giù d’esser stato rifiutato dall’unica donna per cui abbia provato qualcosa (e con cui ci abbia mai provato). L’incontro con la giovane Lou von Salomé e la breve esperienza del menage a trois (chissà se davvero vissuto puramente sul piano intellettuale come vuole la leggenda) con lei e l’amico comune Paul Ree sono diventati uno spartiacque nell’altrimenti assai monotona esistenza dell’ex professore di filologia: la pensioncina concessagli dall’università di Basilea gli regala una libertà e una solitudine invidiabili, e lui migra da un Paese all’altro in cerca di conforto per la propria salute e di tranquillità per mettere insieme il suo rivoluzionario pensiero filosofico.

Non vi è alcun aldilà, nessuna meta verso cui questa vita miri,
nessun tribunale né giudizio apocalittico.
Questo momento esiste in eterno,
e il tuo unico pubblico sei tu, solo

L’amore non corrisposto, questo rintronante fulmine a ciel sereno, produce invece in Nietzsche un senso di disperazione che non solo gli è incomprensibile, ma addirittura inaccettabile. E lui, pur incatenato all’ossessione di dover partorire l’opera che lo renderà immortale, Così parlò Zarathustra, comincia a meditare il suicidio. Nella finzione del romanzo, è proprio Lou von Salomé, preoccupata per lo stato d’animo dell’amico, a chiedere aiuto a Josef Breuer, geniale medico viennese tra i primi a tentare la terapia della parola per accompagnare le cure sui disturbi psicosomatici e dell’isteria e non a caso amico e maestro di Sigmund Freud. La ragazza propone a Breuer di incontrare Nietzsche, di visitarlo e di aiutarlo a uscire dallo stato di prostrazione in cui è caduto. Più facile a dirsi che a farsi, visto che per ovvi motivi Nietzsche nulla deve sapere dell’intercessione di Lou von Salomé, e soprattutto non deve avere il minimo sospetto di essere diventato un paziente.


TIRA PIU’ UN PELO DI FILOSOFIA CHE UN CARRO DI BUOI

Entra qui in scena il protagonista e la voce narrante (anche se non in prima persona) del romanzo. Ma per quale motivo Josef Breuer accetta un incarico tanto delicato quanto astruso? Dopotutto, in quegli anni Nietzsche era un signor nessuno. E Breuer era un professionista quanto meno impegnato, ricercatissimo dalla crema della società austriaca e non solo. La psicoterapia non era nemmeno ai suoi albori, e l’idea di guarire la disperazione di un individuo ripercorrendone il vissuto aveva più dello sciamanico che dello scientifico. Breuer accetta per il semplice fatto che anche lui, come Nietzsche e praticamente come tutti gli altri uomini che hanno avuto la fortuna di imbattersi in Lou von Salomé, è rimasto soggiogato dal fascino di una donna tanto carismatica da risultare atipica per qualsiasi epoca, figuriamoci per la Fin de siècle e per la sua sonnolenta, imbolsita, castrata borghesia. Borghesia di cui Breuer è un emblema perfetto: sposato con cinque figli, realizzato dal punto di vista professionale, stimato – anzi ammirato – dai suoi simili e immensamente infelice. La vita coniugale zoppica, anzi arranca. La decadenza della società nei suoi riti e nei suoi tabù lo opprime. La consapevolezza del declino – dopo l’inarrestabile, automatica ascesa dettata dalle regole della carriera – lo fa sentire prematuramente vecchio. Quasi una conseguenza di tutto ciò, Josef Breuer è attratto da una sua giovane paziente, Bertha Pappenheim, che soffre di isteria e che sta diventando per lui una vera ossessione erotica.

Forse, rifletté, qualche speranza mi rimane. Forse posso servirmi di questa donna per cacciare Bertha dal palcoscenico della mia mente. Che io abbia scoperto un equivalente psicologico della terapia della sostituzione farmacologica? Una droga benigna come la valeriana può sostituirne una più pericolosa come la morfina. Allo stesso modo, forse, Lou Salomé al posto di Bertha… sarebbe una felice progressione! Dopotutto questa donna è più sofisticata, più consapevole. Bertha, come dire, è pre-erotica, una donna mancata, una bambina che si agita goffamente nel corpo di una donna. Eppure sapeva che ad attirarlo era proprio l’innocenza pre-erotica di Bertha. Entrambe le donne lo eccitavano: pensare a loro gli procurava una calda emozione all’inguine. E gli facevano entrambe paura: tutt’e due pericolose, ma in modo diverso. Questa Lou Salomé lo spaventava a causa della sua forza, di ciò che avrebbe potuto fargli. Bertha invece a causa della sua sottomissione, di ciò che avrebbe potuto fare lui a lei. Pensando ai rischi che aveva corso con quella giovane, fu preso da un tremito: quanto era arrivato vicino a violare la più fondamentale regola dell’etica medica, a rovinare se stesso, la famiglia, tutta la vita!

Breuer, in poche parole, si sente un uomo finito. Forse anche per questo, inconsciamente, decide di incontrare Nietzsche. In lui, nella sua disperazione, cerca il richiamo della propria disperazione, incomprensibile per qualunque altro borghese, persino per il giovane Freud, accecato dal futuro e ansioso anzi di ripercorrere i passi del mentore.


DUE ESISTENZE ALLO SPECCHIO

Pur non subodorando il complotto, Nietzsche inizialmente rifiuta qualsiasi supporto, temendo che una relazione interpersonale basata sul confronto possa implicare una diminuzione della propria potenza e quindi un atto di sottomissione (ricordatevi di chi stiamo parlando…).

Così come ossa, carne, intestini e vasi sanguigni
sono racchiusi dalla pelle che rende sopportabile
la vista della persona umana, così inquietudini e passioni
dell’anima sono avvolti dalla vanità,
che dell’anima è la pelle.

Breuer ricorre così a uno stratagemma, proponendo a Nietzsche uno scambio delle parti: sarà il filosofo a curare Breuer e a spingerlo oltre il malessere esistenziale e l’appiattimento intellettuale da cui si sente schiacciato. Breuer, promette, si limiterà a monitorare la salute di Nietzsche.

Devo convincerlo che mi sta aiutando e intanto invertire
in maniera impercettibile i ruoli fino a far ridiventare
lui il paziente e tornare ad essere io il medico

Comincia così un vero duello dialettico e psicologico tra il dottore, che indirizza tutte le proprie energie alla riuscita del piano, e il filosofo, che in maniera arrogante e tendenzialmente insopportabile martella le convinzioni di Breuer cercando di imporre la propria profetica visione della realtà, stigmatizzando il marcio alla base delle regole che costituiscono la società moderna.

È sbagliato fare figli senza bisogno,
usarli per alleviare la solitudine,
dare scopo alla vita riproducendo altre copie di se stessi.
Ed è anche sbagliato cercare l’immortalità
facendo zampillare il proprio seme nel futuro,
come se lo sperma contenesse la nostra coscienza!

Seduta dopo seduta, però, Breuer e Nietzsche cominciano gradualmente a deporre armi e secondi fini, e gli incontri lasciano nell’animo dei due uomini sempre di più il sentore di un confronto alla pari, intimo e delicato, fraterno, indispensabile. I sogni, i simboli, i ricordi si frantumano e riacquistano il loro significato originale nel vissuto e nella vita di entrambi.


IL RITRATTO DI UN’EPOCA

Anche se nella realtà storica Nietzsche e Breuer non si sono mai incontrati (e molto probabilmente non hanno mai saputo nulla dell’altro), la ricostruzione di questo rapporto è ben più di un artificio letterario. L’autore Irvin Yalom è lui stesso uno psichiatra, professore emerito all’Università di Stanford, e ha infuso nel libro tutta la dedizione che un terapeuta dedica al proprio paziente, accompagnando la gradualità e la spontaneità delle scoperte che emergono dal confronto, dal dialogo, dall’esplorazione volontaria del sé. Non a caso Le lacrime di Nietzsche è un libro recensito e consigliato anche negli ambienti scientifici, dove se ne sottolinea l’accuratezza metodologica. Detto questo, è o non è un romanzo che consiglierei anche a chi non è appassionato di psicologia o a chi non è alla ricerca di una sorta di bigino del Nietzsche-pensiero? Decisamente sì. Al di là del percorso intrigante scavato nella mente dei protagonisti, della caratterizzazione lineare e coerente degli altri personaggi, e delle descrizioni mai pedanti di stati d’animo e scenografie, il libro ha il pregio di essere scorrevole e moderno, alternando paragrafi densi e incalzanti, cruciali per lo snodo della trama, a passaggi più didascalici sulle abitudini e sui luoghi della Vienna di fine ‘800 (ho trovato adorabili tutte le minuziose spiegazioni delle pietanze servite a tavola, per esempio). La neve sui marciapiedi vista dalle carrozze, le nebbie tra i lampioni, le luci delle finestre e i cappelli dei passanti, i caffè degli intellettuali e le misere esistenze ai margini di questo bailamme, vivide testimonianze della società asburgica al suo culmine. A pensarci bene, magari sto aggiungendo elementi che nel libro non ci sono. Ma l’atmosfera è talmente ben resa che seppure certe cose Yalom non si sofferma a descriverle, sbocciano nella testa man mano che si prosegue nella lettura. Un po’ come succede in Doppio sogno, di Arthur Schnitzler, ambientato sempre a Vienna, anche se qualche anno dopo, e sempre incentrato – in chiave psicoanalitica – sul conflitto tra uomo e società, pulsioni e ordine morale. Più leggo storie legate a quest’epoca, più si rafforza in me l’idea che non mi sarebbe dispiaciuto se il tempo e il progresso dell’umanità si fossero fermati a quegli anni, prima che i dubbi e turbamenti di un’epoca mutassero nella schizofrenia collettiva e nell’ansia da futuro che opprime oggi la civiltà occidentale.

5 pensieri su “Le lacrime di Nietzsche: se il Superuomo piange, il borghese non ride

  1. devi essere una buona forchetta (questa cosa delle minuziose abitudini delle pietanze servite a tavola…)
    : ))
    zio Federico era uno dei miei idoli ai tempi del liceo (ne lessi l’opera omnia). oltre trent’anni dopo, rimane uno dei pensieri più formativi e scomodi che abbia incontrato in vita mia… soprattutto, rimane senza risposta la sua domanda più drammatica: “quanta verità può sopportare un essere umano?” ecco, secondo me Irvin D. Yalom può sopportarne pochina… mmmmm… eniuei, al di là delle mie discutibili opinioni, nonché della mia scarsa considerazione per la psichiatria, resta il fatto che le tue recensioni sono sempre ricche di spunti di riflessione e, come già notato in precedenti occasioni, finiscono probabilmente per essere più interessanti del libro stesso (mica cosa da poco!)
    : )

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      1. chettidico, Domenico, in rete siamo quasi tutti scrittori: i lettori sono una specie ormai estinta, tipo il bue vu qang o la pulcinella di mare. se cerchi “torme di fan” l’unico espediente è quello di reinventarti cantante, calciatore o youtuber
        : ))
        se invece ti piace l’idea di contribuire ai moti carbonari della resistenza narrativa, mi piacerebbe pubblicare nella riserva indiana di neobar un tuo racconto (magari, essendo ottimisti, da quelli parti quattro o cinque lettori superstiti li troviamo…)
        : )))

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