A casa dell’Adelmo


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È di una dolcezza impalpabile e sublime tornare ad aprire gli occhi, godere di nuovo dell’aria limpida del mattino dopo una notte stritolata dall’afa. E non erano nemmeno stati i maledetti bambini della tenda affianco a svegliarmi. Era stato come riaffiorare alla vita, uscire direttamente fuori dai sogni, avendone ancora la testa impastata e piena di echi lontani.

Il rumore di cucchiai e pentolame, gli odori di cibo in avanzata cottura dicevano che altro che mattino: era già quasi ora di pranzo. Mi sollevai appena sul fianco, piano, per non svegliarla, sfilandomi con ormai accresciuta maestria dalla trappola plasticosa del sacco a pelo. Mutande, calzoni e poi di filato al ‘bagno’, a quella fetida latrina dove oltretutto mi aspettava una fila di bimbi, vecchietti incontinenti col giornale sotto l’ascella e uomini dalle pance grosse e pelose.

“Madonna che afa stanotte”, dicevano tra loro. Ed era vero: la tenda sembrava un sudario in silicone, e le zanzare avevano continuato a martoriarci per ore, ronzando come piccoli elicotteri vicino alle orecchie. Non ho nulla contro quegli esserini: se succhiano il sangue, penso io, è perché anche loro devono pur vivere. Possono pure mordermi mentre dormo, basta che lo facciano senza ronzarmi vicino all’orecchio. Perché c’è una cosa che non sopporto è quando mi ronzano vicino all’orecchio proprio nell’attimo in cui sto per addormentarmi. Allora da indolente ma convinto ecologista mi trasformo in una belva sanguinaria, pago solo della vista dei corpicini degli insetti storzellati per terra. E ci godo il doppio se riesco a spiaccicarle subito dopo che hanno fatto il pieno di sangue.

Una notte infernale dunque. A un certo punto mi ero dovuto mettere completamente nudo e con la tenda aperta per trovare un po’ di sollievo. L’umido dell’alba fu refrigerante, gradito regalo. E finalmente mi ero addormentato. Ma ora mi scappava una pisciata pazzesca. Così, visitata ancora una volta l’orrenda ritirata che nei campeggi chiamano bagno, ripromessomi ancora una volta che naturale è meglio e che il giorno seguente avrei ritrovato il contatto con la secolare pace della pineta, tornai alla tenda, dove Giada già piegava i sacchi a pelo.

“Buongiorno amore…” un bacio, ma la sua tenerezza tradiva di nuovo un po’ di tensione.

“Giada, ti sono venute?”

“No”, due settimane di ritardo.

“Ah… e… come ti senti?”, non sono mai stato incline all’ottimismo. Ogni tanto ci provo: è il mio modo di dare una spintarella alla speranza. Ma stavolta era più forte di me, ero davvero preoccupato. Perché era preoccupata lei. È sempre stata lei, con la sua schiettezza, con la sua maturità precoce di donna – già sviluppatissima nonostante i suoi sedici anni – ad appianare i nostri momenti difficili. La sua risolutezza nell’affrontare i problemi mi ha sempre dato coraggio. Però stavolta era diverso anche per lei, impossibile non accorgersene.

“Ma bene, amore, non ti preoccupare, lo sai che è già successo altre volte che sono un po’ irregolare. Magari è la stanchezza; dai, siamo sempre in giro, non ci fermiamo mai, un po’ stanca lo sono… e poi lo sai che stiamo sempre attenti! Dai, aiutami qui!”

Cazzo, Giada è sempre stata fredda e controllata. Se pure lei adesso ha paura – perché paura ce l’ha, glielo leggo negli occhi – se pure lei ha paura… no, no! Non ci dovevo nemmeno pensare, lei era stanca e noi abbiamo sempre fatto attenzione. Però se… no!

Non c’era nemmeno da pensarci.

“Giò, a che ora arrivano i tuoi?”, mi fa senza guardarmi. Altra batosta. Loro si sarebbero sicuramente accorti del mio nervosismo. Mi avrebbero chiesto cosa c’è che non va, e io sarei franato, poco ma sicuro.

“Ma non lo so, forse tra una mezz’oretta. Senti, io non c’ho proprio voglia di andare dall’Adelmo, Giada perché hai detto di sì? Ce ne stavamo per conto nostro e invece no… tu assecondi sempre mia madre!”

“Ma amore, ma ci teneva tanto. E poi sei tu che me ne hai parlato, che mi dici che è strano, che è un soggetto… dai, io sono curiosa, tu no?”

Ma che me ne fregava a me di questo? Con tutti i pensieri che avevo nella testa ci mancava solo di andare da quel vecchio matto! Non mi ricordavo nemmeno che faccia avesse. Strano era strano, ma non che valesse la pena di andarci a casa manco fosse questo spettacolo, soprattutto visto come stavano le cose.

“Dai, vestiti che fra un po’ arrivano… io sono curiosa, tu no?”

In macchina, mentre ondeggiavamo tra strade strette e circondate da altissimi sempreverdi, lungo la via che portava alla tenuta di Adelmo, partecipavo con monosillabi distratti alle domande querule di mia madre e alle risposte ancora più querule della mia ragazza. Cosa avete fatto… che avete visto… che bello… ma dai… si, si… no?! I discorsi che sembrano sempre gli stessi pure che ne sentissi mille del tutto differenti. Un calvario, e invidiavo l’apparente tranquillità di Giada, la sua allegria di circostanza. Mio padre taceva e dallo specchietto retrovisore mi scrutava – almeno così pareva a me – con occhi attenti.

La macchina, dopo un’interminabile serie di curve, si fermò in uno spiazzo contornato da aiuole che andavano a incontrarsi in un cancello nero in ferro battuto. Animato dal nostro arrivo, il cancello si aprì sommessamente.

Senza emettere un suono.
Gettando la sua ombra verso l’interno, come a invitarci.

Prato all’inglese, mattonelle di marmo unite in un sentiero che serpeggiava sopra la collinetta dove stava la villa, cespugli e piante che sembravano disegnate con squadre e righello, fiori ovunque, in perfetto stato e ordine. Una specie di paradiso New age in miniatura. Come silenziose guardiane di quel geometrico splendore c’era una decina di statue tutte uguali, ma di dimensioni via via crescenti, come fossero matriosche di pietra messe in fila. Indefinibili, strane, in controluce creavano sempre più estese eclissi di sole man mano che le si guardava avanzando… Lisce e levigate, sculture d’arte moderna panciute e sinuose… apparentemente prive di qualunque significato. Strane.

“Che bello! Ma che bello! Guarda quelle statue, non c’erano l’ultima volta che siam venuti, ma che care! E il giardino, per il resto è proprio come me lo ricordavo… l’Adelmo l’ha tenuto proprio bene!”, ho sempre invidiato come mia madre vede la realtà. Da brava pittrice mancata e rassegnata in insegnante d’educazione artistica per lei tutto è bello, tutto è caro. Mai strano.

L’Adelmo ci aspettava sulla soglia, sdraiato su una chaise longue nel patio della villa. Proprio come me lo ricordavo: un po’ di ossa a mo’ di uomo con un involucro di pelle grinzosa, due ciuffi di capelli candidi attaccati sopra le orecchie e gli immancabili occhialetti scuri in equilibrio sulla punta del naso. Un’aria di secchezza gli aleggiava attorno. Portava una simpatica quanto patetica camicina hawaiana a grandi fiori arancioni e azzurri, giovialmente aperta su di un ventre protuberante e striato di bianco.

“Sempre arzillo, eh?”, mio padre, un altro con le fette di salame sugli occhi, un eterno distratto, un inguaribile sognatore. Ma che potevo pretendere da lui? In fondo l’Adelmo era amico suo.

“Caro Antonio! Ma quanto è passato? Hai messo su pancia bello mio, hai messo su pancia! Oh, la mogliettina! E qui, chi abbiamo qui? Ma mica è quella pulce di tuo figlio, il Giovanni?! Ma quanto sei cresciuto? Ma è un colosso!”, tutto questo nel giro di forse due secondi, con le mani e le braccia che si agitavano secche e mollicce in gesti circolari “Carina la tua ragazza, dì bella, come ti chiami? Bel nome! Ah, beata gioventù! Entrare, entrare!”

Mi scappò uno starnuto. Con fare studiato, lentamente, l’Adelmo si voltò verso di me e sorridendo: “Abbiamo dormito col culo di fuori stanotte, eh Giovanni?”

Ci lasciammo sprofondare nei divani di un salotto candido, tutto bianco, tutto in pelle, luminosissimo, con una immensa porta-finestra che dava sui guardiani di pietra del giardino. Adelmo si era seduto per primo, su quella che doveva essere la sua poltrona, continuando a sorridere con le dita incrociate davanti al naso. Guardava il nulla. Ma io, affondato nei cuscini, mi sentivo osservato.

Nel frattempo era entrata in scena anche la moglie, una donna tutta squittii e modi servizievoli, una bella signora col rossetto e i capelli grigi striati di nero raccolti sulla nuca. Simile a un’umile geisha faceva gli onori di casa prodigandosi in complimenti e osservazioni inutili su di me e soprattutto su Giada.

Come spesso succede, la conversazione cominciò dal lavoro di papà, che è giornalista, e ci trovammo a chiacchierare delle ultime interviste che aveva fatto, delle riviste che lo avevano pubblicato, del suo infallibile fiuto per le storie. Le solite cose che ascoltavo da una vita. Ma in realtà parlavano solo mamma, Giada, che ha sempre ammirato mio padre in maniera sconfinata, e la signora. Papà bofonchiava e lui, l’Adelmo, se ne stava zitto come se non gliene importasse nulla. Ora guardava la mia ragazza. Insistentemente.

“Sapete” esordì l’Adelmo, troncando in una volta tutto il discorso sul viaggio di papà in Israele, come se però volesse continuare con pertinenza ciò che aveva appena finito di dire mia madre, “è da due anni che ogni giorno vola in giardino una farfalla nera che si appoggia su quella statua là…” e indicò una delle sculture in giardino. “Quella lì, la terza da sinistra”, precisò. “E da allora succedono cose strane. Non è vero, cara?”

Noi ci voltammo forse con malcelata aria di sufficienza – e a dire il vero un po’ sorpresi per quella sua idiozia – prima verso la statua e poi verso il musetto sorridente della signora.

“Si, si, è vero, proprio così caro, è vero!”

Un po’ impreparati alla complicità della moglie, ci lanciammo un’occhiata curiosa ma, come dire, bonaria, immaginando che vivere da soli con quel tipo non doveva essere proprio qualcosa di semplice, e giustificammo in cuor nostro quella risposta con una ammirevole manifestazione di amore incondizionato per il povero Adelmo.

“E poi cara, sono cominciate le premonizioni. Se certe cose non le avessi viste coi miei occhi, non ci crederei neppure io!

“Si, si, è vero, proprio così caro, è vero, in effetti è proprio incredibile!”

“Ma davvero? Ma raccontami…”, la cara mamma.

“Ma sì… niente… è successo che una volta ho incontrato un mio amico medico, un epatologo, che mi raccontava del suo ultimo caso. E così, non so perché, m’è venuto da dirgli: tra sei mesi sarai tu a doverti operare al fegato, e quello si è messo a ridere. ‘Io, con la salute che ho e con tutti i controlli che faccio?’, m’ha risposto. ‘Poi tutto può essere, Adelmo, tutto può essere’, m’ha detto. ‘Ma vedi di non tirarmela, eh’. E io non sapevo che dirgli, perché questa cosa la sapevo dentro di me come se fosse già successa. Beh, non ci crederete, ma dopo qualche tempo gli è venuto un tumore al fegato e si è davvero dovuto operare. Meno male che ora sta meglio. Vero cara?”

“Si, si, è vero, proprio così caro, meno male!” cinguettava la signora. “Ma è ancora sotto osservazione..”

I miei, io e Giada ci prodigammo in un imbarazzato sorriso corale. Cominciava a fare caldo, si sudava in quella stanza.

Fuori il sole arroventava la liscia superficie
dei bonzi immobili nel granito.

“E poi ti ricordi il Roberto? Caro ragazzo… l’ultima volta che venne a pranzo da noi, un paio di mesi fa, io gli dissi: tu devi stare attento ad attraversare, ché ti mettono sotto, e quello dopo un mese fece un brutto incidente d’auto, lo investirono sulle strisce. Poverino, c’è rimasto sul colpo! Ma meglio, eh, ché l’avevano maciullato. Che disgrazia. E sì che glielo avevo pure detto, al Roberto… ricordi cara?”

“Poverino, poverino! È vero, è vero!”, trillava mestamente la moglie.

“Il Parolisi dici? Il Roberto Parolisi è morto? Oddiosanto!”, mia madre fu l’unica a parlare. “Mica lo sapevo”. Noialtri eravamo allibiti, non sapevamo cosa dire, e ci sembrava, anzi temevamo, che il precedente, noioso ma rassicurante discorso non fosse più recuperabile. Non ricordo in che modo, ma mentre la moglie di Adelmo spiegava il quando e il come della faccenda di questo Roberto, trovai un pretesto per alzarmi e uscire sul patio.

Tanto l’Adelmo ce l’aveva con me, ormai l’avevo capito. Mi raggiunse all’esterno e rimanemmo per un po’ vicini, in silenzio. Si era acceso un sigaro e fumava tranquillamente, osservando le sue statue rotonde. Io non osavo guardarlo, mi limitavo a stare immobile, così immobile che sentivo le gocce di sudore scivolarmi sulla schiena. “Carina Giada, molto. Va tutto bene con lei?”, mi chiese con noncuranza. “Sì, sì, tutto benissimo, grazie”, balbettai io. Decisi di rientrare, almeno dentro c’erano i miei genitori e lo sguardo confortante della piccola Giada. Solo lei sapeva cosa stavo passando. Feci un cenno ai miei per far capire loro che volevo andarmene. Ma papà non intese, mamma fece finta di niente.

Dietro di me sento i passi dell’Adelmo.
È rientrato pure lui.
Io mi siedo al mio posto, l’Adelmo si avvicina a Giada,
e da dietro lo schienale del divano
comincia ad accarezzarle piano i capelli, paternamente.
L’alone di sigaro, sfumando nei colori hawaiani dell’Adelmo,
la circonda.
L’aria trema, i miei genitori non dicono nulla ma vorrebbero.
Guardano come ipnotizzati.

Il silenzio fu rotto dal suo sorriso. Con aria di trionfante soddisfazione, proclamò:

Antonio, ma stai per diventare nonno!”, e mi sembrò che, annuendo a me e al capino che teneva fra le mani, lo scandisse con indicibile cattiveria.

“Oh che bello! Oh che bello! Ma davvero cara? Felicitazioni!”, giubilò naturalmente la moglie dell’Adelmo.

Gli occhi, due paia dei quali sconcertati, erano tutti puntati su di noi. Io mi sentii mancare le forze e gettai con tutto quello che mi rimaneva lo sguardo verso la mia ragazza. Giada non era nemmeno esterrefatta, era semplicemente impietrita. Dietro di lei il sole calava sulle statue di pietra. Anche mia madre si accorse che Giada era stata presa dal panico, e tentò di rimediare all’anatema lanciato su di noi, e su di lei.

“Ma Adelmo, Giada e Giovanni hanno solo sedici anni”, disse col sorriso disteso. “Forse parli di Martina, la più grande, te la ricordi no? Non è qui perché è partita per l’Australia, quest’anno. Sta da tempo con un bravo ragazzo, a novembre forse vanno a convivere. Oddio forse sarebbe un po’ prestino anche per la Marti, ma magari è lei che…?” e un’ombra di speranza affievolì il bruciore dello sconcerto.

“No, no. Io dico proprio Giovanni e Giada, lei è incinta”

“Ecco, vi ho portato il caffè! Bevete, se no si fa freddo! E un po’ di pasticcini, qui…”, la signora voleva evidentemente festeggiare la notizia.

Si era come squagliati sul divano, Giada sembrava lì lì per piangere, io ero senza parole e senza sguardi. Mio padre assiso nella sua immobilità, forse senza nemmeno sembrare troppo sorpreso. Mia madre aveva un’espressione ebete, forse pensava ancora a Martina e a tutti i preparativi. La signora continuava a ciarlare allegramente, dicendo che non si è mai troppo giovani per mettere al mondo una creatura. Dopodiché, miracolosamente, mamma riuscì a tornare a Israele, alla scala mobile e alla situazione politica, ma furono solo lei e la moglie di Adelmo a chiacchierare. Io cercavo Giada, ogni tanto, e lei con la fronte nel palmo della mano sembrava prostrata. “Sì, sì. Ho solo un po’ di caldo e stanchezza”, rispondeva lei fievole e sorridente quando mia madre le chiedeva se andava tutto bene.

Come Dio volle quella giornata finì, non senza altre stranezze, che parvero tuttavia inezie di fronte alla rivelazione dell’Adelmo su me e Giada. Io e lei uscimmo da quel cancello trascinandoci, in silenzio, sopravvissuti non so come a un’esperienza terrificante. Da lontano, attraverso il candore delle statue splendenti alla luce rossiccia del tramonto, l’Adelmo ci salutava sbracciandosi, col sorriso a cerniera, affiancato dalla gentile sua signora tutta trillante. “Tornate presto, tornate presto… e col bebè!”

In macchina, nel buio che scendeva piano, mia madre si voltò verso di noi dal sedile anteriore:

“Vah che è sempre stato così, è un tipo strano l’Adelmo… Giada, ti vedo turbata, cara, mica darai retta a quel vecchietto? In fondo ci siamo divertiti, no? E poi la moglie, che tipo… una forza della natura!”

Ma mamma non sapeva quel che io e Giada sapevamo, e non poteva comprendere perché io e Giada eravamo tanto sconvolti. E nemmeno si azzardava a sospettarlo. Secondo me l’Adelmo aveva messo paura anche a lei, persino a lei. Quella notte io e Giada non dormimmo, né parlammo. Abbracciati l’uno nell’altra ci limitavamo a respirarci vicino, a proteggerci silenziosamente dal futuro che l’Adelmo ci aveva imposto.

Due giorni dopo, due difficilissimi giorni dopo, Giada, con le lacrime agli occhi, mi disse di aver avuto una perdita di sangue, finalmente le era venuto il ciclo! Ma a quella perdita non ci fu seguito, passarono altre due settimane, e questa volta il flusso fu regolare. Lei non commentò, non disse niente, era solo contenta di quello che era successo. E io non le ho mai chiesto niente. Anche a distanza di mesi non abbiamo mai più parlato di quella strana storia. Io non ho mai voluto pensarlo, io non ho mai voluto crederci. Ma a volte mi chiedo se quella perdita non sia stato… un… No, non è possibile, Giada non è mai stata incinta.

3 pensieri su “A casa dell’Adelmo

  1. È stato la mia lettura di stanotte prima di andare a letto.
    È scandaloso che nessuno si sia preso la briga di leggerlo tutto, per poter lasciare un commento o un mi piace.
    Te lo metto io, allora. Purtroppo posso metterne solo uno, però, tu moltiplicalo per dieci.

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      1. Credimi, ogni tanto. Poi piace un sacco anche a te, se no non l’avresti pubblicato.
        Al di là della storia – comunque piacevole – mi piace proprio come è scritto e alcune similitudini che hai usato.
        Ok, basta che qua si riempie tutto di zucchero e arrivano le formiche.
        Piano piano li leggo tutti, in attesa del libro che non é ancora arrivato.

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