La morte in diretta


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Continuava a mietere applausi artificiali, mentre pallidi sorrisi restavano affissi alle pareti dello studio, tutto addobbato di rosso. Instancabile, penetrante, assidua, contagiosa la sua risata si spandeva nell’aria irrorata di spot, come un’improvvisa fragorosa combustione. Il fuoco perennemente acceso nella favella, un occhio vigile al gobbo, che a malapena strisciava sotto il suo sguardo ammiccante, si trascinava così nella solita, estenuante agonia. Ma stavolta era diverso, stavolta la protagonista era lei.

Un’ansiosa roulette russa non faceva che girare appoggiata sulle sue tempie surriscaldate, continuando a premere quel grilletto che la manteneva in vita, ma come corrosa da qualcosa di insondabile e precario, febbricitante, irresistibile: bossoli di essere-non essere ruotavano in maniera frenetica, pronti ad esplodere il colpo che l’avrebbe freddata una, due, cento, mille volte nell’impetuoso scorrere dello zapping domenicale.

Ottomilionisettecentotrentamilaquattrocento!

“Bene”, ponderava incastrando tra una battuta e l’altra i suoi pensieri, “bene, in questo istante, io sono per ottomilionisettecentotrentamilaquattrocento paia di bulbi oculari.”

E insisteva a inanellare noncurante parole su parole, in un flusso infinito di stacchi musicali e scrosci di mani preregistrati, a scrutare nella telecamera ogni minimo gesto che immaginava avrebbe procurato nell’instancabile, fedele pubblico la fonte infinita del suo talento di anchorwoman. Lei, lei sì che li conosceva uno per uno, quei visi spenti, quegli occhi accesi nella penombra dal solo baluginare dello schermo, quei gesti minimi e svogliati, tutti unicamente tesi alla soddisfazione della voglia di “qualcosa di buono” o di una grattata sulle natiche.

Non aver niente di meglio da fare.


Perché lei percepiva ogni istante l’impressione di assistere a quella noia, conosceva l’inconcepibile sensazione di essere trasformata in onde elettromagnetiche, schiavizzata, imprigionata nella claustrofobica realtà rettangolare di milioni di apparecchi vibranti di immagini; era perennemente cosciente di cominciare a esistere solo quando il bottone era pigiato, il led acceso, il canale sintonizzato. Il resto era nulla: vagare come un aborto sperduta nell’aria, la proposta non accettata, l’esistenza dissipata tra schermi ultrapiatti che zap-zap fremono in continuazione. Ora no, ora c’era lei. E nessuno voleva perdersi lo spettacolo.

Diciassettemilioninovecentoventiduemila!

Il display luminoso con i contatti del programma le rapì d’un tratto lo sguardo mostrando cifre smodate, assolute, inequivocabili. Un flipper impazzito, un’eccitazione crescente. Ingoiava con voluttà le gocce di sudore che le cascavano dalla fronte, portandole via il trucco, squagliandola come uno spaventoso clown di cera. L’abito di scena le si appiccicava addosso, ma fa niente. E sotto il suo eterno sorriso di circostanza, quella imperturbabile maschera da quotidiana, invidiata operaia dell’intrattenimento mediatico, cominciava a intravedersi il ghigno della follia. L’applauso del pubblico in fiamme sembrava accogliere, accrescendolo, l’orgasmo che correva lungo tutti i corridoi dello studio.

“Esisto, esisto ora per più di diciassette milioni di vite inutili e sospese, sdraiate sul divano in attesa del caffè, che smetta di piovere, che squilli il telefono, coi piedi inscatolati in ciabatte di peluche. Esisto per milioni di sguardi incollati allo schermo soltanto per seguire me. Come sono bella. Captata per errore, intravista mentre le dita si scarnificavano a cambiare canale, che importa? Ora sono tutti lì per me, e lo show non è mai stato sfavillante come oggi.

Era infine consapevole del proprio ego, non più qualcosa di precario, un’immagine in fieri. Era un essere libero e anzi padrone delle coscienze di una intera nazione televisiva. Provocava emozioni! Non erano più sguardi smorti, spenti e uccisi dalla quotidianità, ma espressioni vive, accese d’un nuovo, morboso interesse.

Sapeva che ogni suo gesto era seguito
ora con la dissacrante inquietudine
di conoscere il seguito, di sapere come la meraviglia
dello spettacolo avrebbe saputo concludersi,
e spegnersi stupendo.

Viveva con violenti spasmi lungo tutto il corpo quella tanto attesa rinascita, una gioia che tuttavia non le serrava la gola, non le impediva di parlare e di far scaturire centinaia di parole, fiumi di mitragliatrici. Se ora un leggero balbettio tradiva l’emozione, rimaneva sempre in grado di reggere l’enorme sforzo dello sguardo in camera, grazie alla sua straordinaria professionalità.


E volgeva il capo a destra, a sinistra, elargendo a tutte le telecamere l’espressione del suo volto furioso, accompagnando con larghi gesti delle braccia l’interesse del pubblico stroncato dall’emozione. Ed erano effettivamente tutti con lei: abbarbicati nelle proprie case, cogli occhi sgranati sul televisore, in attesa di ciò che lei avrebbe fatto.

Per loro, solo per loro doveva inventarsi qualcosa di eccezionale. Frugò nella mente per trovare un diversivo, qualcosa che le concedesse una manciata di secondi per pensare, ideare, improvvisare magari. Tutto pur di riuscire a stupire quella torma di accattoni telematici di cui però lei non poteva già più fare a meno. Di mandare in onda la pubblicità non se ne parlava; mai e poi mai avrebbe rischiato di perdere quella storica audience e poi al diavolo detersivi e dentifrici. Che poteva mai importare al pubblico di detersivi e dentifrici? E poi lei aveva il diritto di rimanere in onda. Se l’era conquistato. La presentatrice, le altre ballerine, loro non avevano fatto altro che metterle i bastoni tra le ruote. Per anni. Ma lei sapeva che il suo talento sarebbe emerso, prima o poi, sapeva che l’avrebbero notata, era solo questione di tempo. E che si fosse dovuta liberare della star, di gran parte del corpo di ballo, del produttore e persino del regista con qualche colpo basso e con modi un po’ spicci dopotutto era solo un dettaglio. Quell’audience monumentale le dava inequivocabilmente ragione. Anche la vecchia tigre della domenica pomeriggio, come la chiamavano nell’ambiente, ora la guardava da dietro le quinte con gli occhi sbarrati e increduli. Le labbra rigide di ritocchi all’acido ialuronico trattenevano a stento il livore.

Trentadue milioni di contatti.

In quel preciso istante le porte laterali dello studio si spalancarono con uno schianto e un numero imprecisato di uomini fasciati di futuristiche tute e caschi blu, fece irruzione all’interno della sala di posa, circondandola in una superba, precisissima coreografia, i muscoli e gli sguardi tesi, i volti del tutto indifferenti all’occhio delle macchine da presa. Nuovi obiettivi puntati su di lei. Il pubblico era senza fiato.

“Ecco! Ecco quello che aspettavo! Ora sì che possiamo andare al gran finale!”, pensò guardando con soddisfazione il corteo che l’aveva attorniata.

Uno dei nuovi arrivati ruppe il silenzio surreale che era calato sulla scena. Ma il pubblico a casa non riuscì a capire bene cosa avesse detto, essendo la comparsa priva di microfono. Chinando appena il capo, come per salutare la gente nascosta dietro la cortina delle telecamere, prima dello spegnersi delle luci, lei, le mani tremanti, lo sguardo allucinato, si portò nella bocca sorridente la canna della mitraglietta che aveva brandito per tutto il tempo della trasmissione. Poi, con la stessa grazia, premette il grilletto, facendo sobbalzare i poliziotti.

7 pensieri su “La morte in diretta

      1. Questo è vero, sì! Come anche negli altri racconti, solo che è curioso che abbiano in comune la stessa fine: la morte del protagonista. Poi sì, per fortuna non proprio tutti i tuoi racconti finiscono così 😆

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