La Dama della pioggia


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In lontananza la foresta si apriva in una radura. E lasciava finalmente intravedere un cielo screziato di stelle che apparivano indecise tra lo scorrere rapido di nubi dense e sottili. Tirava un’aria umida e pungente. I pini ondeggiavano abbandonando al vento essenze di resina e aghi bagnati dalla notte, mentre lontani fruscii raccontavano di minuscole vite che guizzavano alla rinfusa nel sottobosco. Sovrana di quel regno soave e spettrale, la luna illuminava debolmente, e a tratti, i passi di due figure che avanzavano in maniera circospetta, facendosi strada nell’intrico dei tronchi disposti come filari di colonne intarsiate dal tempo.

“Nutrice, manca ancora molto? Le gambe non mi reggono più, e il sonno mi schiaccia le palpebre. E ho freddo, tanto freddo, Nutrice…”

La vecchia che stava davanti pareva non aver sentito, e continuava ad aggirare gli alberi con passo lento ma deciso, fiutando l’aria e girandosi di tanto in tanto come a controllare che nessuno le stesse seguendo. I suoi occhi d’antica civetta, voltandosi, brillavano nella semioscurità baluginando tra le pieghe del mantello grigio che la copriva quasi interamente, e che lasciava trasparire soltanto il naso arcuato e le mani candide e grinzose. Sfiorava con gesti leggeri la superficie delle piante, tastandole in modo impercettibile, e sembrava riconoscerle una ad una, a giudicare dalle lievi increspature che le rassicuravano le labbra. Ma non diceva una parola.

“Nutrice…”

“Shhhh! Ve l’ho detto di non parlare fin che rimaniamo nella foresta. Nessuno deve sapere che siamo qui, e poi è pericoloso: i briganti sono sempre in agguato, soprattutto dopo il calar del sole. Comunque non vi preoccupate, Padroncina, ancora pochi passi e avremo raggiunto la nostra meta. Ora vi prego, chiudete la bocca e seguitemi.”

La bambina annuì, e prese la mano della donna, calcando i propri passi laddove aveva visto muoversi la guida più anziana, e prestando attenzione a fare il minor rumore possibile. Poi, quando misero fuori la testa dal dedalo di rami, la vecchia, non prima di essersi guardata un’altra volta intorno, prese il capo della bimba tra le mani e le baciò la fronte. “Siamo arrivate, Padroncina, ora possiamo fermarci. Venite, sedetevi qui, riposate un poco, dormite se potete, tra poco avrete bisogno di tutte le vostre energie.”

Si avvicinarono a un vecchio tronco abbattuto che era diventato tutt’uno con una grande roccia liscia e coperta di muschi, e si sedettero l’una accanto all’altra. La vecchia mise la testa della bambina sulle proprie ginocchia, e dopo averla coperta con un lembo del mantello cominciò ad accarezzarle dolcemente il capo, sussurrando una lenta nenia per conciliarle il sonno. La piccola all’inizio tremava di freddo, ma la stanchezza, il lungo cammino, e tutta quella foresta che le serrava i pensieri con i suoi suoni acri e inumani, in breve riuscirono a vincere gli spasimi, facendola piombare in uno stato di incoscienza attraversato da sogni acuminati.

A un certo punto sognò la madre. Un’immagine ovattata della madre, come fosse stata nascosta dietro un velo. L’espressione della Contessa era dolce e severa, come sempre. Ma gli occhi erano sfuggenti, celati dall’ombra. Provava ad avvicinarsi a lei, muovendosi piano e senza sentire il peso dei piedi sul pavimento. Ora vedeva la scena più nitidamente. Al di là dei veli che circondavano il letto a baldacchino su cui l’aveva concepita prima, allattata poi, e pettinata in mille diverse fogge quando le erano stati fatti crescere i capelli, la donna la guardava fissa, in attesa di qualcosa. Allora lei prendeva una corona di fiori, fiori rossi, delle rose, intrecciate con foglie d’edera e spighe di grano. E gliela porgeva, senza però più potersi muovere, perché i piedi ora le si erano saldati per terra. Spingeva le spalle per raggiungerla, allungava le braccia fino alla punta delle dita, ma la distanza da colmare per arrivare alle mani della Contessa era troppa per il suo corpo acerbo. E la madre restava immobile. Continuava anzi a scrutarla con un sorriso appena accennato.

“Madre!”, voleva dire lei, ma le parole le morivano sulle labbra. La implorava con lo sguardo di avvicinarsi, o per lo meno di allungare una mano verso di lei. Desiderava così ardentemente di raggiungere la Contessa che prese a stringere come in un abbraccio disperato la corona che aveva tra le dita, fino a pungersi coi gambi dei fiori. Lievemente scossa dal piccolo dolore, si guardava il dito, ma invece del sangue vedeva scorrere dalla ferita dell’acqua, un minuscolo fiotto d’acqua.

La goccia sembrava scivolarle
sulla mano come fosse animata
da vita propria, e le si avvolgeva
a spirale prima sul dorso e sul palmo,
poi, degradando, circondandole il polso
come un argenteo bracciale di pioggia.
Lei era stupefatta, incantata,
e avvicinava la mano al volto
per scrutare da vicino quel miracolo.

Tutto a un tratto la magia si spezzava, la goccia perdeva contatto col suo corpo e cadeva, ma non verso il basso, come fanno tutte le cose che cadono. Cadeva spinta da una gravità inversa che la portava a perpendicolo sopra la testa della bambina. Lei rimaneva in attesa, a bocca spalancata, fissando quello che le appariva come un soffitto basso di nubi dense. E dopo qualche istante la goccia ricadeva. Stavolta verso il basso. Lei col palmo della mano cercava di afferrarla, ma la goccia gliela attraversava come fosse stata impalpabile, e finiva per bagnarle la tunichetta bianca che indossava. Con lo stesso stupore che le aveva dipinto il viso fino a quel momento, si accovacciava piano sul proprio vestito e lo toccava con le dita, a cercare tracce della goccia dispettosa. Non trovando nulla, nemmeno un po’ di umido sul cotone, infilava la mano sotto la veste e si sfiorava il ventre, accarezzandosi lievemente in mezzo alle gambe. Ecco alla fine la goccia, l’aveva sentita: raccoglieva il pugno per intrappolarla. Poi, con una delicatezza estrema, estraeva la mano da sotto il vestito, e la apriva piano piano per ammirarla ancora. Ma vermiglia sulle increspature del dito indice, esattamente dove si era punta, non c’era più la goccia di pioggia, bensì una piccola macchia di sangue. Poi sentì un lapillo gelido sulla guancia e riaprì gli occhi.

“Sta per piovere, Padroncina, andiamoci a mettere al riparo…” le disse con dell’apprensione nella voce la vecchia. Lei si stropicciò gli occhi, riprendendo tutto d’un tratto possesso del suo corpo intorpidito dal freddo. Che bel tepore c’era invece in quel sogno.

“Ho sognato, Nutrice. Una cosa strana. C’era una goccia magica. Era acqua, ma in realtà era il mio sangue. Io ci giocavo, diventava un bracciale d’argento, e poi cadeva, ma al contrario… capisci? Al contrario…”

La donna la ascoltava scostandole di dosso le foglie e l’erba che si erano impigliate al mantello, e nel mentre sorrideva rimanendo in silenzio.

“Nutrice, perché ridi? Tu pensi che io sia pazza, vero?”

La ragazzina si imbronciò un poco, e si allontanò con uno strattone dalla Nutrice per sistemarselo lei stessa, da sola, il mantello. Aprendolo per scrollarlo di ciò che le aveva lasciato addosso il bosco, notò una macchia rossa sul vestito chiaro, all’altezza del ventre, proprio là dove nel sogno aveva raccolto la goccia di sangue. “Ma allora non è stato un sogno, quella goccia l’ho vista davvero!” pensò fra sé e sé, e già stava per correre a far vedere alla vecchia quanto aveva scoperto, quando considerò che probabilmente la donna non le avrebbe creduto, e che anzi si sarebbe arrabbiata perché si era sporcato l’abito. Si richiuse il pesante mantello e tornò dalla sua compagna di viaggio.

“Nutrice, dove dobbiamo andare? Ma dove siamo?”

La vecchia cominciò a guardarsi attorno, ma la ragazzina ebbe l’impressione che non stesse cercando di ritrovare la strada, bensì che, per l’ennesima volta, si stesse assicurando che non ci fossero altre persone nelle vicinanze. “Datemi la mano, Padroncina, non è lontano!”

Ripresero il cammino muovendosi di nuovo verso la foresta, nella direzione opposta a quella che avevano seguito per raggiungere la radura. La pioggia, goccia dopo goccia si faceva più intensa e in men che non si dica era diventata una fitta coltre d’acqua. Le due donne correvano sollevando spruzzi e fango per raggiungere il prima possibile la protezione del bosco. Finalmente si trovarono sotto i rami degli alberi, dove la pioggia scendeva meno fitta scavandosi canali tra le fronde e le prime gemme che si affacciavano al cielo in quella fredda notte di equinozio.

“Nutrice, ma cos’è la pioggia?” fece lei incantata da tutte quelle gocce che crepitavano con cadenza irregolare dal tetto di foglie e arbusti sotto il quale si erano riparate.

“Come? Come Padroncina?” disse distrattamente la donna. Aveva il fiato corto.

Voglio sapere che cos’è la pioggia! Perché a un certo punto cade l’acqua dal cielo? Cosa succede nel cielo quando piove?”

La vecchia si fermò, sgranando col sorriso anche gli occhi, e avvicinò il viso a quello della bimba. “Quante cose volete sapere, Padroncina…”

“Non è vero Nutrice, ti ho solo chiesto che cos’è la pioggia, non mi pare di averti fatto così tante domande. Ma tu non lo sai, o non me lo vuoi dire…”

“Avete ragione, Padroncina. Venite, ripariamoci in quella grotta. E se la Dama della Pioggia ce lo consentirà, vi racconterò la sua storia…”

“La Dama della Pioggia? E chi sarebbe?”

La vecchia prese la mano della ragazzina e la aiutò a saltare una pozzanghera talmente estesa da sembrare un torrentello. La trascinò dolcemente fino all’imboccatura della profonda crepa nella roccia che si apriva dinnanzi a loro, e sistemò alla meglio un giaciglio di erbe secche per potersi sedere.

La pioggia continuava
a cadere senza sosta,
la si sentiva nell’aria
come un alito freddo.
E tutto intorno si diffondeva
il profumo della vegetazione bagnata,
come se gli umori della foresta
si fossero risvegliati,
aprendosi boccioli corolle arbusti
e foglie al suo contatto benefico.
Ogni goccia, un bacio.
E in questo languido scorrere di dolcezze umide
la foresta notturna rinvigoriva
tutta la sua bellezza primordiale.

“Padroncina, mettetevi qui sulle mie gambe, starete più comoda, e più calda”, ma la piccola si mise affianco alla donna, calcandosi ben bene sulla testa il cappuccio e stringendosi con stizza nella lana del mantello.

“Nutrice, smettila di trattarmi sempre come una bambina. E dimmi piuttosto della Dama della Pioggia… non penserai che io creda ancora alle favole di fate, maghe e stregoni? Mi auguro proprio per te che non sia la solita storia della dama smarrita nel bosco e dei poteri incantati! E magari parla pure con gli animali, questa Dama della Pioggia!”

La vecchia la scrutò con un sorriso d’indulgenza, poi si scoprì il capo svelando alla notte azzurrata i suoi folti, straordinariamente lisci capelli grigi. Sospirò, come a raccogliere le energie per cominciare una lunga storia, mentre la pioggia pian piano s’acquietava, e diventava un sottile fruscio, quasi lo scorrere di un ruscello in lontananza.

“Dovete sapere, Padroncina, che da tempi immemori, quando il cielo si frantuma e le nuvole diventano dolce, liquida irruenza, si risveglia la Dama della Pioggia. Vaga solitaria per le strade incrinate dall’acqua, sorridente e silenziosa artefice di questo capolavoro”. E diede un lungo intenso sguardo al mondo che crepitava sotto le tracce oblique delle gocce che cadevano sempre più rade. Le nuvole si erano all’improvviso squarciate, e la luna era tornata a decorare con i suoi riflessi le chiome delle piante.

“Solo in pochi hanno la fortuna di riconoscerla nel suo peregrinare”, concluse soddisfatta la vecchia. Un tuono riecheggiò in lontananza.

“Sì, ma poi?”, chiese incredula la bimba dopo qualche momento d’esitazione.

“Poi cosa?” esclamò con tono beffardo la donna. “Me l’avete detto voi che non volevate sentire storie di fate e sortilegi…”

“Ma quella che mi hai detto non è nemmeno una storia! Chi è questa Dama della Pioggia? E come fa a creare lei la pioggia?”

“Non ho mai detto che è lei a creare la pioggia…”

“E allora…?”

“Allora mi permettete di narrarvi una storia, anche se nel raccontarla mi ci vorrà un pizzico di magia…?”

“Permesso accordato, mia cara Nutrice, oramai sono troppo curiosa… e tollererò persino la presenza degli elfi dei boschi!” fece ridendo la piccola. Anche la vecchia rideva di gusto.

Vi voglio bene, Padroncina, ve ne ho sempre voluto, ricordatevelo, anche quando non ci sarò più…”

“Via, Nutrice, ti pare questo il momento di dirmi certe cose? Perché non continui con la tua storia?”

La vecchia assunse un’espressione seria, e giunse le mani come in una preghiera. Dopo un istante di esitazione cominciò a parlare con una intonazione profonda, così limpida e possente da non sembrare nemmeno più il petulante gracchiare della vegliarda che l’aveva cresciuta, e di cui conosceva a memoria ogni modulazione della voce.

“Da tempi immemori un ordine segreto di sacerdotesse devote al culto della Terra e del Cielo tramanda il rito della Vocazione della Pioggia. Qualcuno sostiene che la prima a codificarlo fu la tessala Ctonia, vergine consacrata ad Apollo, che assimilò l’adorazione delle frecce sacre del Dio all’osservazione dei fenomeni celesti, delle precipitazioni e delle piogge. Riconobbe nel simulacro d’Apollo il potere del messaggio che congiunge la Terra al Cielo, il Seme che la feconda ogni volta che l’acqua si rovescia sul suolo. E ne assunse forma e consistenza. Cominciò a vagare per il Continente predicando il culto, facendo molti proseliti, soprattutto tra coloro che temevano i capricci degli Dei pagani o tra quelli che non comprendevano i moti del volere del nascente Dio unico. Insegnava l’amore per la Terra, il rispetto per il Cielo, e si narrava che fosse capace di comunicare con loro attraverso il tramite della loro unione, la Pioggia. Si dice che la sapesse richiamare, volgere al proprio desiderio, divenuta ella stessa messaggera del Cielo e della Terra e del loro sconfinato regno. Tutto grazie a un antico gioiello che era anche il simbolo del suo ordine. Ma per quello che ci è tramandato, Ctonia morì. Uccisa come una strega. Senza lasciare figlie, e discepole, così che il rito della Vocazione della Pioggia si spense con lei”.

La vecchia ora aveva chiuso gli occhi, ripensava a qualcosa di lontano e doloroso, a giudicare da come premeva le palpebre nello sforzo. La piccola non osava fiatare.

Intorno a loro la pioggia aveva
ripreso forza, e ora cadeva con insistenza,
benché la luna continuasse
a risplendere febbrilmente tra le nubi.
Le gocce tonfavano nelle pozzanghere
dando vita a milioni
di minuscole danze circolari
che prendevano vita
sulla superficie agitata dell’acqua.
Ogni goccia rimbalzava
con tanta forza sul suolo
che quasi ne era respinta.
E risorgeva volgendosi verso il cielo.

La bambina era rapita da quella delizia, riviveva il miracolo del suo sogno, e avrebbe voluto condividere quel pensiero con la Nutrice. Ma non osava fiatare.

“L’umanità da allora visse epoche oscure, oh sì, epoche davvero oscure”, riprese lei con la voce rotta dalla commozione. “Carestie, pestilenze, guerre. Ah Padroncina, voi non ne avete idea. I tuoni e l’acqua si abbattevano con forze immani sui campi, divorandoli col vento, annegandoli con le alluvioni. Gli uomini, affamati come lupi d’inverno, ripresero a combattersi, e a distruggersi, un popolo contro l’altro. Cadde l’Impero, caddero gli Dei, il rito della Vocazione della Pioggia pareva del tutto dimenticato. Così per centinaia di anni. Fino a quando una bambina, per puro caso, non trovò l’eredità segreta che Ctonia aveva lasciato a chi le sarebbe succeduta. Era una notte di equinozio di primavera, proprio come questa, ed era la notte in cui la bambina avrebbe colto il fiore della sua femminilità”.

Qui la vecchia si interruppe, e dopo aver disteso lo sguardo sulla notte che si avvolgeva intorno alla foresta, fissò la ragazzina.

“Che significa? Che significa, Nutrice?”. La piccola era sicura di aver indovinato, ma non aveva il coraggio di dirlo alla donna, per pudore. “Forse”, pensava, “forse il fiore della femminilità è quello che ho colto prima tra la mie gambe. Era un sogno, certo, però ancora ne porto il segno sul vestito”.

La Nutrice proseguì il suo racconto, senza badare alle domande che le aveva rivolto la ragazzina. “Dunque, quella bambina si spaventò assai di quello che era successo. Era una notte di tempesta, proprio come questa, e nella vecchia stalla dove dormiva – era una bambina di umili origini, povera creatura – rimaneva rannicchiata sulle sue ginocchia tremando a ogni tuono che sentiva fuori e dentro di sé. Il suo corpo sanguinava, piccina, e lei non sapeva perché. Fu l’insonnia a spingerla nei boschi, e la paura il giorno dopo di dover dire alla madre di quella ferita che le si era aperta inspiegabilmente tra le gambe. Forse desiderava di morire, forse soltanto di vincere quella paura”. La vecchia deglutì una lacrima.

“Così si ritrovò da sola in mezzo alla foresta, a vagare tra gli alberi scuri, che però la accoglievano in una specie di rassicurante deformità. Capite, Padroncina? In quel momento lei stessa si sentiva un mostro! Trovò una grotta, e spossata dal lungo peregrinare, col ventre imbrattato del suo sangue, si gettò per terra, facendosi un letto di foglie e rami secchi…” una lunga pausa, la Vecchia ora sembrava stremata.

“Continua, Nutrice, cosa è successo dopo? Cosa le era successo? Perché sanguinava?”, incalzava la bambina.

“Lei… lei trovò un’incisione nella grotta. Non la capiva, ma sapeva leggerla. Cominciò d’istinto a scavare la terra, sotto l’incisione. E dopo poco affiorò dal terreno un piccolo oggetto metallico, inciso con gli stessi simboli che aveva visto sulla parete di roccia. Lo disseppellì. Un cofanetto d’argento intarsiato, coi cardini consumati dal tempo ma non arrugginiti. Il tempo. Da quanto tempo era lì quello scrigno? Fu solo curiosità di bambina, lo aprì. Scoccò un fulmine e il lampo le spalancò gli occhi al tesoro che aveva rinvenuto. Stringeva tra le mani un monile che pareva anche lui d’argento, un bracciale che splendeva nel buio di tutta la sua ritrovata bellezza. Di certo non aveva la stessa età dello scrigno, pensava la bambina, perché sembrava appena forgiato, lucido lucido. Il bracciale era un serpente che s’aggrovigliava sul polso e sulla mano, creatura che nella spirale diventa l’infinito, e scorre su di sé come solo una goccia d’acqua può fare, compressa dalle energie infinitesime che si scatenano sotto la sua minima superficie”. La vecchia non era più lei. Parlava come posseduta da una forza che la sovrastava, e faceva paura. “Manca poco Padroncina

“Nutrice…”, ma la tempesta di fulmini che si era scatenata all’improvviso le impediva la voce. Sopra i tuoni si sentiva solo una preghiera solenne che la donna aveva issato con parole antiche e incomprensibili. Ora teneva alte le braccia al cielo, e tra i lampi le balenò sul polso la spirale del serpente d’argento.

Tu sarai la Signora della Pioggia”, gridò. “Camminerai invisibile tra i mortali, tra i loro dolori, tra le loro gioie, e tra la loro indifferenza. Porterai a ciascuno di essi il dono che il Cielo riversa sulla Terra quando la feconda. La Pioggia ti seguirà, e obbedirà al tuo volere. Trascinerai con te l’equilibrio che le gocce ristabiliscono sul suolo ogni volta che tentano una nuova ascesa al nembo. Tramanderai il culto della Vocazione della Pioggia, che tu ora ricevi in dote”.

L’acqua nell’aria cominciò a muoversi vorticosamente, a spirale, come sospinta dalla salmodia della vecchia. Le piante si contorcevano, i rami si spezzavano, il vento impazziva di furore tra gli anfratti delle rocce e i tronchi degli alberi. E il mondo si sbriciolava sotto l’irruenza della pioggia. Poi, improvvisamente, tutto si placò. Restava solo il pesante scrosciare dell’acqua, e il suo alone gelido sulla pelle delle due donne riverse per terra.

La vecchia giaceva esanime,
la faccia con una smorfia di pietra,
mezza impressa nel suolo impregnato d’umido.

Sulla sua figura esile e sottile il mantello era stato dilaniato dalla furia della tempesta. Il bracciale a forma di serpente che portava al braccio si sciolse e cominciò a strisciare verso la bambina, luccicando nel fango come un’anguilla d’argento.

La giovane donna riaprì gli occhi. Guardò il corpo senza vita dell’amata Nutrice, e cercò di sollevarsi per raggiungerlo. Fu allora che vide insinuarsi tra le vesti lacere e zuppe il bracciale splendente. Animato da vita propria, si serrava freddo e sinuoso al suo polso.

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