Jacopo Gnocca


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È così che l’ho salvato sulla rubrica del cellulare: Jacopo Gnocca. Il suo cognome vero non me lo ricordo. Ma Gnocca gli sta a pennello. E poi è stato lui, neanche troppo indirettamente, a suggerirmelo. Ogni tanto penso anche che potrei chiamarlo, e chiedergli come se la passa. C’è stato il terremoto, dalle sue parti, in Emilia, un mesetto fa. Non credo gli sia successo niente. Al Tg avevano detto che erano morte sei persone, tutti operai, schiacciati dai loro capannoni. Jacopo quasi di sicuro ha a che fare con una di quelle aziende che son saltate. Si occupa di alluminio. Ma è un venditore lui. Probabilmente era in auto mentre la terra ha cominciato a tremare. Diceva di guidare molto. E se pure è successo qualcosa a casa sua, sono sicuro che è andato a stare da Morena. Non sarebbe la prima volta, e non sarebbe nemmeno poi tanto spiacevole, per nessuno dei due. No, mi sa che non lo chiamo.

Jacopo l’ho incontrato non appena ho messo piede a Palermo. Uscito dall’aeroporto sono andato a cercare la fermata dello shuttle che porta in città. Tutto ciò che sapevo era che il bed and breakfast dove sarei andato a dormire si trovava lungo la via Roma, a due passi dalla stazione. E supponevo che lo shuttle arrivasse anche in stazione, ma non ne ero sicuro. Così, mentre in fila aspettavo il mio turno di salire sul pullman, mi rivolgo a questo ragazzo sulla trentina, che era l’unico non extracomunitario tra quelli in coda con me.

Anzi, più lo guardavo più mi convincevo
che era un palermitano doc,
con quei capelli castani mossi quasi ricci
ma ingelatinati, gli occhi chiari e vacui,
la bocca smilza e sorniona.
Disinvolto e annoiato, aveva l’aria di saperla lunga
su Palermo e sulla vita.


“Ciao scusa”, gli faccio. “Lo shuttle arriva in centro e ferma anche in stazione vero?”

Quello, che da un po’ si era accorto che lo guardavo e si aspettava che prendessi l’iniziativa, parte in quarta: “E diobono, non lo so mica: fa tante fermate. Credo proprio di sì, ma ma non ne sono mica sicuro. Comunque in zentro zi arriva. Non so se proprio alla stazione, ma in zentro zi arriva”, mi dice rapidissimo, con un inequivocabile accento emiliano. “Grazie”, gli rispondo un po’ perplesso. Appena salito sul pullman chiedo all’autista la stessa cosa, e lui mi rassicura dicendomi che la stazione è il capolinea.

Palermo sarebbe stata la prima tappa di un viaggio che mi avrebbe portato alle Eolie, cuore di quella vacanza che aspettavo da tempo. Ero già stato a Palermo. Però la prima volta, un paio d’anni addietro, c’ero venuto per lavoro: ma al di là del fatto che l’hotel si trovava fuori città, verso Termini Imerese, in realtà era stato un week end di puro piacere, tra gite fuori porta, spedizioni gastronomiche nei migliori ristoranti del circondario, bagni di mare e di piscina e tanti altri piccoli, grandi vizi riservati a chi faceva il giornalista prima che finisse l’età dell’oro. Insomma, tra una cosa e l’altra, di Palermo non avevo visto praticamente nulla, se non la grande piazza antistante il Teatro Politeama. Piazza Castelnuovo, mi pare che si chiami.

Invece ora scopro che arrivando dall’aeroporto ci si addentra in Palermo con gradualità, compiendo un sonnolento viaggio a ritroso nel tempo. Prima gli snelli condomini della zona intorno a viale Strasburgo, che hanno un aspetto pulito e moderno, funzionale, quasi da grande città giapponese. Poi i palazzi un po’ più bassi, ma non molto, di via Libertà: un centro commerciale pieno di vetrine luccicanti, che ricorderei con piacere se non mi avessero in seguito raccontato che quel quartiere è sorto solo dopo che tutte le ville Liberty che si affacciavano sul lunghissimo viale sono state comprate e fatte abbattere dalla mafia per far posto alle nuove costruzioni. Chi si rifiutava di vendere incorreva in brutte sorprese. Infine, le case senza sapore degli isolati vecchi ma non antichi ammassati intorno alla ferrovia. Dopo circa mezz’ora di lenta marcia il pullman si fermò lungo la costola del piazzale della stazione, e i pochi passeggeri che erano rimasti a bordo scesero senza fretta, quasi in maniera svogliata.

Via Roma era davvero lì a due passi, ma non finiva mai. Quel che è peggio, si trattava di un saliscendi continuo con pendenza verso la stazione, e la tiepida umidità di quel fine novembre siciliano non aiutava affatto. Per lo meno, trascinando la valigia metro dopo metro, mi convincevo che senza saperlo avevo preso la stanza in una delle zone più interessanti della città. Il traffico alla mia sinistra ronzava in senso unico, placido e senza intoppi, grandi austeri portoni si susseguivano alla mia destra uno diverso dall’altro.

Tra un edificio e l’altro si aprivano come feritoie
stretti vicoli asimmetrici, che di volta in volta
si immettevano nella via principale in maniera
del tutto imprevedibile, creando scorci
di motorini parcheggiati, cumuli di immondizia,
balconi dalle ringhiere scrostate, friggitorie
e scugnizzi dallo sguardo indifferente.


La progressione dei numeri civici diceva che non doveva mancare molto al bed and breakfast. Sì, ormai n5280883783_93a06f0a06_bon c’erano più dubbi: doveva essere all’interno di uno di questi condomini signorili. Ancora non sapevo però come ci sarei entrato. Il proprietario mi aveva detto per telefono che non ci sarebbe stato al momento del mio arrivo: era dovuto andare a Cefalù a sbrigare una faccenda, e mi aveva raccomandato di chiamarlo, cosicché mi avrebbe aperto il portone attraverso il suo iPhone. Aveva la voce nasale e lenta, la voce di uno che manco sa cos’è, un iPhone.

Arrivai al mio numero civico. Guardai indietro: avevo fatto un bel pezzo di strada. A pochi passi dal portone c’era la sagoma di una persona con in una mano un trolley e nell’altra un telefono, dentro il quale parlava fitto fitto. Mi basta pochissimo per rendermi conto che si tratta proprio del ragazzo di prima, il finto siciliano con l’accento emiliano. Pure lui mi riconosce, mi saluta, e chiude la conversazione schioccando un bacio. “Anche tu dormi al bed and breakfast qui?”, gli faccio un po’ insicuro. E lui: “Sì, solo che al zitofono non risponde nessuno”. Gli spiego quel che mi aveva detto il proprietario e mi offro di chiamarlo subito. In quel preciso istante il portone si apre e ne esce una vecchia signora raggrinzita.

“No, no, lasci pure aperto signora che dobbiamo entrare”, dico sorridendo.

“Entrare? E perché? Da chi dovete andare?”, sbotta lei.

“Su, al bed and breakfast, vede che abbiamo anche le valigie?”, le faccio notare per rassicurarla.

“Quale bed and breakfast?”

“Il Mariposa”.

“E va bene, va bene entrate”, concede non proprio convinta.

Dentro era buio. C’era un cono di scale che si inerpicava
in un’oscurità che sapeva di muffa,
e al centro un ascensore, di quelli vecchi,
con un cartello che lo dichiarava fuori uso.


“Vabbè, tanto comunque a piedi dovevamo andare”, dico al ragazzo, “o tu sai già a che piano è?”, e intanto cominciamo ad arrampicarci sulla scala buia.

“Boh”, sospira.

“Aspetta che chiamo il tizio, così lo chiediamo a lui, e tanto dovrà dirci anche come aprire la porta del bed and breakfast, e che stanze abbiamo”. Ma dentro le mura di quel vecchio palazzo il telefono non prendeva. “Non prende! Nemmeno una tacca. Torno giù, lo chiamo da fuori”.

Scendiamo, usciamo, e faccio ripartire la chiamata mentre il ragazzo tiene la porta aperta. “Eccoci”, mi risponde quella voce siciliana e nasale. “L’ha trovato il palazzo?”, mi chiede.

“Sì, sì”, faccio io. “Siamo qui io e un altro ospite che dobbiamo entrare. Ma in effetti al citofono non risponde nessuno, e non sappiamo a che piano è”.

“Allora, il piano è il terzo, e per entrare… ecco, mi dica se si è aperto il portone. Dovrebbe sentire uno scatto… L’ha sentito?”

“No non abbiamo sentito niente. Però ascolti, il portone è già aperto, ce l’ha aperto una signora. Il bed and breakfast è al terzo piano, ha detto? Aspetti: quale porta, ché abbiamo visto che ce ne sono tre per pianerottolo”, aggiungo seguendo la mimica del ragazzo emiliano.

“Sì, ecco. Salite al terzo piano che vi dico che porta è… Ah, guardate che l’ascensore è rotto!”, biascica il siciliano.

“No guardi, non possiamo salire senza che si interrompa la comunicazione: sulle scale il telefono non prende. Me lo può spiegare da qui?”

“Certo, certo”, non si scompone l’uomo. “La porta è quella di fronte all’ingresso dell’ascensore, non vi potete sbagliare. Allora ve la apro adesso, così quando salite potete entrare. Mi raccomando: spingete, non tirate, altrimenti si richiude e dobbiamo rifare tutto daccapo. Se c’è qualche problema, richiamatemi. Buona serata. Ci vediamo più tardi. Se riesco a passare.”

Io e il ragazzo emiliano rientriamo e ricominciamo la scalata al buio. “A proposito, come ti chiami? A questo punto converrà presentarci!”, gli dico porgendogli la mano. “E ma zerto: mi chiamo Jacopo. E tu?”. Gli dico il mio nome e gli spiego in breve perché sono a Palermo. “Ah, quindi Domenico sei senza la gnocca, qui?”, mi fredda.

“Eh… Beh… sì.”

Al terzo piano non abbiamo difficoltà a trovare la porta giusta, che effettivamente è socchiusa. La spingiamo e ci ritroviamo in una specie di grossa anticamera, che si illumina da sola non appena entriamo: di fronte all’ingresso, sul lato sinistro, c’era l’inizio di un corridoio, lungo, mentre sulla destra c’erano tre porte. Il posto sembrava deserto.

“E ora, quali saranno le nostre camere…?”, chiedo controllando il display del telefonino. “Aspetta Jacopo, qui prende, aspetta che lo richiamo un attimo!”

“Che c’è?”, mi risponde il proprietario senza però essere sgarbato.

“Ah sì, scusi se la disturbo ancora. Siamo dentro, nell’anticamera. Solo che non sappiamo quali sono le camere che ci ha assegnato…”

“Guardate, ci sono le chiavi nella toppa di ogni camera: alle chiavi c’è attaccata una targhetta col vostro nome. Comunque sono la tre e la cinque. Lei mi pare che ha la tre. Vero?”, mi chiede in realtà sicuro di quel che dice.

“Sì… sì, è vero. La mia è la tre”, rassicuro più me stesso che lui.

“Perfetto, e allora bene arrivati e a domani mattina”, ribadisce l’uomo.

“…a domani!”, rispondo, ma non so se mi ha sentito, visto che ha già attaccato.

“Ok Jacopo, io qui, te lì…”, dico esitando sul saluto. Lui, senza pensarci due volte, chiede: “Ma dopo che si fa, ti va di fare qualcosa insieme? Io devo aspettare la donna, che arriva più tardi. Se ti va zi fazzamo un giro, ché io i dintorni qui li conosco come le mie tasche”.

“Ma certo, va bene”, faccio io.

Anche se istintivamente vorrei buttarmi
a capofitto, e da solo, nella sconosciuta
notte di Palermo, piuttosto che sorbirmi
la compagnia di questo sconosciuto.


E se fosse un appiccicoso? Una palla mortale? Di più, un logorroico? Pazienza, ormai ho detto di sì. Male che vada troverò la maniera di svincolarmi. Qualcosa mi inventerò. Del resto, io non gli devo nulla.

“Ma vieni, son contento, ma sul serio! Mi fazzo una dozza e son pronto. Zi vediamo qui fra diezi minuti?”, fa lui aprendo la porta. “Fra dieci minuti, ok”, rispondo io facendo scoccare la chiave nella serratura e sorridendo a malincuore.

Entro anche io in camera, e dopo aver acceso la luce la ispeziono. È carina, accogliente e semplice, e a parte il televisore a schermo piatto sembrerebbe uscita da una stampa ottocentesca. Il soffitto è altissimo, e stuccato, i mobili in vecchio stile. E non credo fosse una messinscena. Sembravano mobili antichi sul serio, ma restaurati con cura. La finestra era una vecchia, pesante finestra con le persiane di legno verniciate di chiaro, con tutti quegli agganci, quei perni e quelle cerniere che si trovavano sugli infissi d’un tempo. Non resisto, e la scassino, aprendo uno a uno tutti i suoi duri lucchetti d’ottone. L’aria fresca e umida di quella Palermo piovigginosa mi entra nel respiro. La camera affaccia sulla via Roma, illuminata dai lampioni e dalle vetrine, con decine di altri edifici come quello in cui stavo io che riposavano severi, silenziosi, quasi imbronciati sulla strada semideserta. Tutte le persiane, tutte le altre finestre di tutti gli altri palazzi erano sprangate, sigillate, come se le stanze al di là delle serrande fossero disabitate da tempo immemore. Come se un giorno i loro abitanti ottocenteschi, vedendo che le cose stavano cambiando e che stavano arrivando la modernità, le auto, gli autobus, i motorini e gli aerei, se ne fossero andati sprangando tutto quanto. Chi lo sa, magari in quella zona gli appartamenti erano per lo più alberghi e bed and breakfast, e vista la stagione erano vuoti, se non chiusi. Accosto le persiane, ma lascio aperti i vetri, l’aria nella stanza è grave e umida senza la finestra aperta.

Quasi dimenticavo il mio nuovo amico. No, di farmi la doccia non ho voglia, al massimo una sciacquata. Ma la doccia no. Nemmeno si trattasse di una ragazza! Mi cambio la maglia, raccolgo le cose intorno alla valigia ed esco dalla stanza. Davanti alla porta di Jacopo sono tentato di sgattaiolare via. Ma no, non essere vigliacco. Busso, dieci minuti sono belli che passati.

La porta si aprì, non subito, svaporando fumi di doccia bollente, e da questi ne uscì Jacopo, nudo e bagnato con solo un asciugamano annodato alla vita. “Ah, hai già fatto tu?”, mi chiede illuminandomi con un sorriso perfettamente a proprio agio. E io, diamine, mi imbarazzo. Ma gli pare il modo di presentarsi a un estraneo?! Dissimulo, e rispondo di sì, cercando di non dar troppo a vedere che lo guardo. “Eh, ma io sono ancora a metà qui…”, fa lui senza mettersi in stato di fretta. “Facciamo così”, propongo, “io comincio a scendere, mi faccio un giretto nei dintorni e ci troviamo quando sei pronto, mi dai un colpo di telefono”. Prendo in mano il cellulare. “Dai, dimmi il tuo numero”. Lui me lo detta e io lo segno sul display. “D’accordo, ti ho squillato, ora hai il mio numero. Quando esci, chiamami, ci troviamo qua sotto”, farfuglio sbrigativo. Lui si limita a farmi un occhiolino e a sorridere. Poi fa un passo indietro tra le nuvole del suo hammam e chiude la porta. E io che nemmeno volevo passarci la serata insieme, ora ho pure il suo numero.

5300478733_0f4d25f27d_bEsco dal portone e mi intrufolo subito in una delle stradine laterali che si aprono sulla via Roma. Pochi passi e tutto cambia. Niente più vetrine, niente più marciapiedi, niente più luci, a momenti niente più strada. I fianchi degli eleganti palazzi ottocenteschi sono muri artigliati, imbrattati, segnati da ombre curve e cassonetti straripanti d’immondizia. Non passa un’anima. Lontani suoni di stoviglie e posate, il ronzio di un motorino che attutisce passo dopo passo alle mie spalle. Dopo pochi metri la città si riapre, torna il traffico, ed è un sollievo inaspettato. Quel vicolo era solo una parentesi.

Sono sulla via Maqueda, leggo in una targa, e deve essere una parallela della via Roma, un’altra importante strada di scorrimento. Alla mia destra e alla mia sinistra scivolano le automobili con le loro scie di fanali bianchi e rossi, davanti un altro vicolo, simile a quello da cui sono appena uscito. Ma sì, ci entro. Il vicolo dopo poco si allarga, e diventa uno spazio indefinibile. Quasi una piazza. Altri cassonetti dell’immondizia, un gatto che si nasconde, una chiesa dall’architettura ambigua da cui esce un gruppo di ragazzi che ride. Africani, facce che si fanno all’improvviso scure, e diffidenti. Ho la sensazione che mi guardino, che capiscano al volo che non sono di là, da qualche parte della mia mente si affaccia il pensiero che lì potrei essere una preda facile. Che ci vuole? Ogni angolo qua sembra l’ideale per un’imboscata. I miei pensieri stanno per raggiungere l’orgasmo dell’immaginazione, quando improvvisamente sento musica, e voci, e soprattutto odore di carne alla griglia. Comincia a piovigginare. Tutto a un tratto mi trovo in mezzo a gocce d’acqua e a giovani coi capelli lunghi e gli abiti trasandati. Hanno sigarette e canne appese alle labbra e grossi bicchieri di plastica, arancioni di birra. Sono assiepati intorno a una specie di pub all’aperto, incuranti della pioggia, e lì di fronte all’ingresso c’è un piccolo barbecue su cui sfrigolano dei sottili pezzi di carne sconosciuta. Il profumo della carne, anche se diverso da qualunque altro profumo di carne alla griglia avessi mai sentito, è buono. Quasi quasi…

Ma squilla il telefono. È Jacopo naturalmente. “Uè, dov’è che sei? Io sono uscito. Piove, ze l’hai l’ombrello?”. Gli rispondo che no, non ce l’ho l’ombrello, e che ci possiamo incontrare tra cinque minuti all’imbocco del vicoletto che avevo preso, subito a sinistra uscendo dal bed and breakfast. Ci metto un po’ a farmi capire, e lui non sembra troppo disposto ad avventurarsi da solo. “Rimani lì, arrivo io”, taglio corto. Ripercorro la strada a ritroso mentre la pioggia si infittisce, e dopo qualche minuto (il ritorno mi era sembrato molto ma molto più rapido dell’andata) vedo la sua sagoma sotto uno di quegli ombrellini pieghevoli che si rompono subito, gobbo e nero sotto la pioggia ormai battente. “Eccoti! Vieni, vieni sotto che ti infradici!”

Io non me lo faccio ripetere due volte e cerco di infilarmi sotto quella sghemba protezione come meglio viene. Stretti stretti cominciamo a muoverci. Io mi inzuppo il braccio sinistro, lui quello destro. L’ombrello lo reggo io. Nel frattempo il pavé è diventato un acquitrino, e mi rendo conto in pochi istanti di avere una scarpa bucata. Le strade si sono allagate in men che non si dica, con le pozzanghere che si formavano persino sui marciapiedi, zampillando dai tombini, dalle grondaie, dalle buche della strada. L’acqua cresceva a dismisura dal cielo e dall’asfalto. E io camminavo stretto stretto a questo tizio coi capelli spiaccicati sulla testa dal gel. “Dov’è che andiamo”, mi fa lui. “Ho visto un posto interessante, dopo questo vicolo. C’era gente, qualcosa da mangiare, e un’atmosfera che secondo me merita”, rispondo sicuro di quello che dico.

Ma lui è già in preda a tutti quei presentimenti che erano venuti pure a me. Si guardava intorno: i cassonetti dell’immondizia, gli africani, la solitudine del luogo, quella chiesa ambigua e soprattutto la notte piovosa. “Ma sei sicuro? A me non mi piaze mica questo posto qui…”, fa dopo un po’ d’esitazione. E quella sinuosa baldanza emiliana è già andata a farsi benedire. Scruta intorno sempre più guardingo. “No sai, perché io i soldi non li ho lasciati in camera. Ho in tasca duezento euro e non mi sento tranquillo”, mi sussurra dopo che abbiamo incrociato un omone nero che sembra uscito da un film splatter. “Ma non fazzamo meglio a tornare indietro…?”, continua a piagnucolare. E io, soprattutto ora che siamo in due, non ci penso proprio. “Ma dai, Jacopo, non ti preoccupare, se qualcuno si avvicina ti difendo io!”, lo sfotto.

Poi però arriviamo al punto dove c’era tutta la teppaglia che beveva la birra sciapa e mangiava la strana carne alla griglia, e Jacopo ha una metamorfosi. Si risveglia, si riscuote, torna allegro. “Ah! Ma lo sai dove siamo?”, mi fa. “Dove siamo?”, gli chiedo un po’ deluso. “Ma siamo a Ballarò, siamo! Vieni, che conosco un postizino dove fanno un chupito alla pera che costa nulla! Ze ne danno a volontà! Vieni, vieni, ché so io”

Prende il timone e dopo un paio di svolte in qualche vicoletto che da solo non avrei mai indovinato sbuchiamo in una viottola piena di locali. I ragazzi e le ragazze, ancora non troppi forse per l’ora, sciamano in coppie o piccoli gruppi, maschi con maschi, femmine con femmine. Le ragazze specialmente sono in assetto da battaglia: gonne, rossetto, capelli. A parte qualche grassona dal viso comunque bellino sono tutte fatte molto bene, si fanno notare. Permane quella sensazione d’alternativo, da centro sociale all’aperto, che avevo avuto prima. Ma qui si vede chiaramente che è un trucco. “Ti piaze la Champagneria?”, mi fa Jacopo. “Sì, bella”, rispondo senza sapere a cosa si riferisse. Niente in questo posto è lasciato al caso, e gli abiti fintamente trasandati sono studiati nei minimi dettagli. “Ecco, qui, vieni”, mi dice il mio amico spingendomi verso un locale con il bar allestito in vetrina. Il posto è deserto, come tutti gli altri locali del resto. Una ragazza rotondetta dall’aria talmente annoiata che sembra le stiano girando di brutto ci saluta a malapena. “Due chupiti alla pera”, chiede Jacopo con sicumera.

E in quel momento mi pareva che somigliasse
a Calboni quando porta Fantozzi in qualche
posto improbabile spacciandoglielo
per qualcosa di esclusivo, roba fina.


La ragazzotta prende due bicchierini e li riempie bruscamente con il contenuto di una bottiglia di rum e con un po’ di succo alla pera. “Senti che buono”, mi dice Jacopo. “E costa solo settanta zentesimi!”, così dicendo mette in mano qualche moneta alla ragazza che sta già aspettando il denaro col palmo e il muso tesi. “Alla nostra!”, esulta facendo tintinnare il suo bicchiere contro il mio.

Devo ammettere che era la prima volta in vita mia che assaggiavo un chupito. Non lo trovai niente di che. “E allora, com’è?”, chiese Jacopo. “Buonissimo”, risposi. “Secondo giro?”, fece lui. “Secondo giro”, accordai io. “Ma stavolta tocca a me!”, proposi mettendo in mano due euro alla ragazza che li accettò senza colpo ferire. Bicchierini, rum, succo di pera e giù, seconda sorsata di quella roba . “Proprio buono, ze ne fai altri due? Grazie…”

Il terzo giro me lo sarei tranquillamente risparmiato, ma toccava di nuovo a Jacopo e mi pareva scortese rifiutare. Meccanicamente, la ragazza ripeté nella stessa identica maniera gli stessi identici gesti, e dopo un istante noi eravamo già andati giù, alla goccia. L’esperienza dei tre chupiti sarà durata in tutto sì e no quarantacinque secondi. Ma Jacopo si era sciolto, aveva gli occhi lucidi e secondo me una voglia di parlare che gliene sarebbe bastato uno, di chupito. Così comincia a raccontarmi la sua storia. Mi dice che ci fa lì a Palermo in quella sera piovosa.

“È che io z‘avevo una gnocca qui”, esordisce serio. “Ma bellina sai. Una ragassina così bellina che mi ha fatto tornare ragasso anche me! Mi aveva proprio fatto perdere la testa”, insiste con trasporto. “Qui?”, faccio io. “E come l’hai conosciuta?”. “Io sono originario di Siacca”, dice pronunciando Sciacca in maniera così schioccante che quasi sembrava il nome di un’altra città. “Zoè, mio padre è di Siacca, io sono nato a Modena. Però è lì che d’estate la mia famiglia è sempre scesa per le vacanze. E infatti zi torno anch’io. E a Siacca l’ho conosciuta. Ma bellina, che non t’immagini”. “Ah, quindi lei è di Sciacca?” “No, lei è di Palermo, vive qui, studia qui. Anche lei a Siacca zi va in vacanza d’estate. Ma bellina, piccolina, coi capelli e gli occhi neri. Una bambolina, che non hai idea” “E come si chiama questa ragazza?” “Sephora” “Sephora?” Sì, come i trucchi, Sephora” “Bel nome, Sephora. Quindi sei venuto a trovare lei…” “Eh, in teoria. Ma in pratica zi siamo lasciati”, dice senza cambiare tono o espressione. “Oh”, faccio io senza troppo interesse. Ci alziamo dal bar dei chupiti – la ragazzotta nemmeno ci saluta e manco ci guarda – e ricominciamo a camminare con l’ombrello sotto una pioggia che non accenna a diminuire.

“Io zi stavo bene con Sephora. Mi aveva fatto tornare giovane. Uscivo con lei tutte le sere, con i suoi amizi, qui, per Ballarò, la Champagneria, tutta Palermo. Mi ha fatto conoscere la zittà, l’università, i locali, le abitudini di qui. Veramente, mi sembrava d’esser tornato a vent’anni!”

“E perché vi siete lasciati, se stavate così bene insieme?”, gli chiedo con una punta di curiosità. “Ma perché io poi mi sono scocciato di quella vita lì, da ragassini. E dai! Uscire tutte le sere – tutte le sere! – con i suoi amizi a Palermo. Sempre gli stessi posti, gli stessi locali. E farsi le canne, come dei quindizenni… Ma dai, dopo un po’ ti stufi di far quella vita lì, e così le ho detto che non poteva andare avanti. Le ho detto che doveva crescere un po’…”

“Ah.”

“Solo che io mica volevo che mi lasciasse. Ma sai com’era bellina? E inveze lei questa cosa qui l’ha presa sul serio, e mi ha lasciato. Ha detto che se non mi andava bene quella vita lì potevo anche farmi la mia. Stop, fine dei giochi. E io zi son rimasto male. Sì, mi è rimasta proprio qui, casso”

“Ma quindi ora sei qui per vederla, le devi parlare…”

“No, no, macché, è finita, è finita. Non ne vuole proprio più sapere”

“E… allora?”

“No, è che io z’ho una gnocca a Modena”

“Ah…”

“Io il biglietto per venire qui questo week end l’avevo comprato già un paio di mesi fa, poco prima che Sephora mi lasciasse. Ma all’epoca che potevo saperne? E ora, è vero che non avrei più nessun motivo per venire a Palermo, ma per non buttare via i soldi ho invitato questa donna qui a fare un week end in Sizilia. Lei non z‘è mai stata, a Palermo. E crede che non zi sia stato mai nemmeno io. Quindi oh, quando la vedi, acqua in bocca”, e mi fa l’occhiolino.

“Per carità…”, sorrido entrando subito nella parte.

Nel frattempo Jacopo, il quale aveva completamente riacquistato l’orientamento in quel dedalo – che, devo ammettere, conosceva a menadito – ci aveva riportato sulla via Roma. “Andiamo alla Vuzziria, ti va?”, mi dice entusiasta. “E cos’è la Vucciria?”, chiedo un po’ sospettoso.

“Ah, non sei mai stato alla Vuzziria! E allora ti zi porto sì”, fa lui senza curarsi delle mie perplessità. “Dio, speriamo che non sia un locale”, pensavo tra me e me, ma intanto lo seguivo, sempre sotto una pioggia torrenziale.

Jacopo mi porta a lato del marciapiede, dove un paio di rampe di scale in cemento che da solo non avrei mai notato conducono a una piazzetta sotto il livello della strada.

La piazza somiglia in realtà a una pozza d’acqua, un circolo
di case e finestre disciolte dal diluvio. Sotto quel che rimane
di alcuni teloni, ci sono degli uomini, africani anche loro,
che stanno sbaraccando casse, banconi e spazzatura.
Sembrano l’unica forma di vita presente
nel pantano oltre a qualche rimasuglio di verdura
che galleggia nelle pozzanghere.


Forse c’è stato un mercato fino a poco fa. “Vieni, vieni, ti va di mangiare qualcosa qui?”, mi chiede Jacopo. “Qui dove?”, faccio io cercando di capire in che posto siamo finiti. “Qui alla Vuzziria! Zi sediamo qui e zi fazzamo grigliare un po’ di pesce, che te ne pare?”, e indicava sotto uno dei teloni, dove c’erano dei tavolacci con delle sedie di plastica vicino a un bidone adattato a barbeque e un pentolone, di quelli vecchi, dove bolliva qualcosa. “Si può mangiare qui?!”, chiesi più meravigliato che scettico. “Zerto. Qui manzi il pesce che non è stato venduto al mercato di oggi, costa niente ed è buonissimo. Sentirai che figata, andiamo?”, ma stavolta lo avevo preceduto, e a gesti già chiedevo al tizio dietro il bidone/barbeque se potevamo accomodarci. A quello, che vedeva forse gli unici clienti della serata, non parve vero, e ci accolse con tutti gli onori, apparecchiando posate e piatti di plastica e un gran sorriso.

“Da bere birra?”, ci chiese per una forma superflua di cortesia. “Sì, la birra va bene, grazie”. “E che vi faccio?”. “Cosa c’è?”. “Abbiamo polpo – è quasi pronto – spiedini di mare gratinati calamari e…”. “Io voglio il polpo”, dissi io, “e anche un po’ di spiedini di mare!”. “Per me un’insalata di mare, ze l’avete?”, chiese Jacopo. “Certo che ce l’abbiamo. Il polpo finisce di cuocersi, spiedini di mare quanti?”. “Boh, quanto son grossi?”, domandai, e l’uomo fece un incerto gesto con le dita. “Ma sì, facciamo sei, al massimo mi dai una mano te, ok?”, proposi a Jacopo. “Devi raccontarmi di quest’altra gnocca di Modena…”

“Ah, sì”, fa lui senza entusiasmo. “Doveva arrivare adesso, ma il suo aereo, che già decollava un paio d’ore dopo il mio, era in ritardo”.

“Com’è che non avete preso lo stesso aereo?”

“E perché lei il biglietto l’ha preso solo la settimana scorsa, non l’ha mica trovato per il mio stesso volo…”

“Giusto”

“Comunque lei non è niente di che. È più grande, lei. Una separata, con figlia. La figlia, diobono, dovresti vedere cos’è la figlia. Z‘ha sedizi anni ma è d’un bellino… un bellino che non hai idea… Me la farei proprio, la figlia, guarda…”

“Sì, eh?”

“Madonna!”

“E invece lei com’è…?”

“Mah, lei è grande. Z‘ha tipo quarantazinque anni. Era anche una bella donna, valà. Però lo vedi che è grande. È decadente. È vecchia, sì. Io me la trombo perché la gnocca è la gnocca, ma ti dico che a volte è una schiavitù. Lei si crede di essere la mia donna. Lei è innamorata. Non ti dico quando mi fa le scene di gelosia… Patetica, veramente. Anche perché io sono estremamente chiaro con lei, mica le do corda, la tengo a distanza, io. Con Sephora sì che zi stavo da dio mannaggia…”

“E Sephora sapeva di lei?”

“Ma scherzi?! Io sto zercando di liberarmene da tempo. Sephora era il pretesto giusto, la ragassa perfetta per lasciar perdere definitivamente quell’altra. Zi mancava solo che gliene parlassi. Che le dicessi che stavo con una vecchia. No, Sephora non doveva sapere che io avevo a che fare con una come quella…”

Arrivarono i piatti, e sotto la pioggia scrosciante il loro fumetto era ancora più invitante. Il mio polpo veramente sontuoso, devo dire: tenero, pieno di sapore, in bocca aveva la consistenza di un bacio. Anche gli spiedini gratinati non erano niente male a vedersi, e sprigionavano un profumino che apriva in due lo stomaco. L’insalata di mare di Jacopo insomma. Sembrava riciclata da qualcos’altro. Ed era più sottaceti che pesce. “Com’è la tua insalata?” “Mah, insomma…” “Uno spiedino?” “Grazie.”

Mentre mastichiamo e Jacopo mi racconta che con Sephora e i suoi amici ci veniva spesso a mangiare a Vucciria, gli squilla il telefono. “Mizetto! Sei atterrata? Bene, bene, bene, son contento. Tutto bene? Benissimo! Ora devi uscire dall’aeroporto e vai a destra. Lì trovi i pullman che ti portano direttamente a Palermo. Ma no che non è pericoloso… Ma sì che è tutto illuminato. Ma amore non dirlo nemmeno per scherzo! Comunque: prendi il pullman, venti minuti, mezz’ora al massimo, e zi troviamo. Zerto Mizetto. Allora, sul pullman vedi la scritta “Prestia e Comandè”, non ti puoi sbagliare. Z’è solo quello tra l’altro. Sali e stai tranquilla. Ti aspetto alla fermata del Politeama. È la penultima, no la terzultima forse. Sì, brava, chiedi al conducente. Sì, sì, mezz’ora vedrai. Zao amore mio, zerto, non vedo l’ora. Zao Mizetto”, poi riattacca. Lo guardo divertito. “Micetto…?”, e Jacopo sorride imbarazzato.

“Ma sì, è una donna che ha avuto una vita diffizile, un matrimonio andato in pessi, una figlia da crescere da sola… tu pensa che lei è di origine nobile! Ma anche lì, è tutto finito chissà dove. Le rimane questa grossa casa sull’Appennino, in un paesello sperduto in montagna…”

“Ma senti… una nobile? E adesso che fa per vivere?”

“Fa la parrucchiera. Zoè, ha un zentro estetico”

“Ahhh”

“Una vita diffizile, ti dicevo, con un matrimonio andato in pessi, una figlia da crescere, mille difficoltà… non sono mica uno stronso io! Solo che, davvero: a volte la guardo, le vedo gli occhi, le rughe, la fazza. È vecchia. È decadente capisci? No, non fa per me… Scusa. Pronto? Ma sì Mizetto, te l’ho detto: PRESTIA E COMANDE’. Sì, sì, Co-man-dè! Lo vedi? Sì, con la scritta rossa… bravissima. Ecco, sali. Braaaava. E scendi al Politeama. Zi vediamo lì tra mezz’ora. Zerto, Zerto. Un bazo amore mio”

È vero. Non è uno stronzo, Jacopo. È sincero.
Sia quando le dice ‘amore mio’, sia quando mi dice
che è ‘vecchia e decadente’. No, per quel poco che so di lui,
posso dire che non è un ipocrita.
È così di natura, in altro modo non saprei spiegarmi.
A meno di non conoscerlo più a fondo.


“Buoni gli spiedini!”, mi dice con l’aria di chi è satollo. “Facciamo due passi? Guarda, ha smesso di piovere!”. Non me ne ero accorto. Ma anche la luce della città era cambiata. Sotto la pioggia, nonostante i lampioni tremassero gialli nei vicoli, Palermo m’era apparsa azzurrata, fredda, adamantina. Ora, con l’acqua che sgocciolava aritmica dagli spigoli dei palazzi e dalle grondaie stracolme, col vapore che esalava dai tombini e qualche passante in più che sgusciava per le vie illuminate, mi sembrava calda e vibrante. Ma ancora essenzialmente estranea, sconosciuta. Una città straniera, mi sembrava. Madrid o forse anche Parigi. E io e Jacopo mi sembravamo due personaggi usciti da un racconto di Edgar Allan Poe. Quei due che all’inizio dei Delitti della Rue Morgue, appena conosciutisi, prendono l’abitudine di passeggiare la notte, tutte le notti, a braccetto. In una Parigi che – esattamente come l’alter ego – è allo stesso tempo cosa nuova e vecchia per entrambi. “Dai, che te la fazzo conoscere”, mi sorride a un tratto. Guarda l’orologio. “Un quarto d’ora e arriva”.

“Jacopo, sono proprio stanco… E poi dai, Micetto arriva da Modena e tu ti fai trovare con un altro…? Su, me la fai conoscere domani. Io mi faccio due passi e me ne vado a dormire”. Jacopo non fece una piega, ma sorrise amichevole e mi augurò buonanotte con una pacca sulla spalla. “E allora zi vediamo domani, che zi tengo!”, disse che si era già allontanato verso la piazza del teatro. Ricominciava a piovere, e io non vedevo l’ora di togliermi scarpe e calzini fradici. Trovo dopo un paio di sviste il mio portone austero, salgo le scale al buio, sguscio nell’anticamera ed entro nella stanza. Gli abiti buttati su una poltrona, mi chiudo dentro il letto duro abbandonandomi a un sonno pesante e del tutto incosciente.

La mattina dopo, verso le nove e mezza, scopro che il cielo si è aperto, anche se le nuvole continuano ad addensarsi. Palermo al di là delle imposte è quieta e luminosa, auto e scooter sciamano lungo la via Roma, e da fuori la porta arrivano rumori e odori di colazione. Jacopo. E Micetto. Sono là, oltre quella porta. Diamine, sono proprio curioso di vederla, questa donna. E di vedere Jacopo, com’è con lei. Mi fiondo sotto la doccia, mi vesto, ed esco con aria noncurante. Di fronte a me, seduto a un tavolino che la sera prima avevo pensato fosse semplicemente ornamentale, mi guarda e mi saluta un ometto grigio sulla cinquantina. Ha l’aria cordiale e un maglioncino azzurro sopra una camicia ben stirata. È il proprietario del bed and breakfast, il tizio del portone che si apre con l’iPhone. Gli stringo la mano, mi chiede la carta d’identità, vuol sapere come mi sono trovato a dormire, mi racconta un po’ di sé e dei figli all’università. Io ascolto fino a quando non vedo arrivare dalla sala della colazione Jacopo insieme a una donna che mi sembra davvero una mignotta in disarmo.

Nera come la pece, dalle sneaker passando per i pantaloni aderenti e la leggera maglia scollata che lascia intravedere un tatuaggio sul seno sinistro, fino ai capelli, scuri e liscissimi. Micetto mi fa veramente una brutta impressione. E se la notte, prima di addormentarmi avevo invidiato Jacopo che se la stava pastrugnando nel letto mentre io ero solo come un cane, in quel momento capivo esattamente cosa intendeva lui quando diceva decadente. E vecchia, anche se obiettivamente il fisico sembrava tenere. Dev’essere stata di sicuro una donna attraente, appariscente se non bella, una di quelle che ti fanno girare la testa quando le vedi per il corso del pomeriggio di provincia. Ma ora, con quel muso lungo e forzatamente malizioso, quelle rughe, quel grosso neo – quasi un porro – sulla guancia e soprattutto quella mise che addosso a una signora sull’orlo dei cinquanta era per lo meno ridicola, Micetto sembrava davvero una mignotta in disarmo.

Jacopo, vestito di tutto punto ma con ai piedi un paio di infradito e i capelli bagnati, fa velocemente le presentazioni, mentre l’omino del bed and breakfast guarda quella coppia un po’ perplesso. “Ecco Domenico, questa è Morena. Morena, questo qui è il mio amico Domenico”, e mi fa l’occhiolino.

“Ma io non ci credo: questo non fa in tempo ad arrivare in una città che non ha mai visto prima e già si trova un amico. È o non è unico?”, mi chiede Morena dando per scontata la risposta. “Sì, sì, è proprio un bel tipo in effetti”, minimizzo io rispondendo a un altro occhiolino di Jacopo. “Che fai, Dome”, mi dice, “vieni con noi a fare un giro? Morena si è studiata un po’ la città e mi porta lungo un itinerario con i posti da vedere. Se ti va…”, e per un attimo ho avuto la sensazione che mi stesse implorando. Era evidente invece che lei si sarebbe venduta l’anima al diavolo pur di non avermi tra i piedi.

“No, no, ti ringrazio, vi ringrazio. Rimango solo un giorno a Palermo, domani vado a Milazzo e mi imbarco per le Eolie. Oggi vorrei farmi un giro per conto mio, e per prima cosa devo andare a comprarmi delle scarpe. Queste mi sa che sono bucate e se ricomincia a piovere mi inzuppo tutto di nuovo…”

“E allora fazzamo stasera a zena”, rilancia Jacopo. “Un mio collega che conosce bene Palermo mi ha lasciato l’indirisso di un ristorante trucido dove si mangiano i migliori spaghetti all’astize della zittà. E costa nulla!”, altro occhiolino. “Va bene, dai, ci sentiamo oggi pomeriggio per stasera!”, dico senza promettere nulla e rintanandomi in camera.

Una serata con quei due, penso tra me e me, non so se sono in grado di reggerla. Ora andiamo a comprarci le scarpe, e poi godiamoci Palermo. A stasera ci pensiamo stasera. Mi lavo i denti, preparo la macchina fotografica ed esco. Li incontro di nuovo nell’atrio, anche loro pronti a uscire. L’omino dell’iPhone è sempre lì, e li guarda ancora perplesso. Si voltano. “Oh, rieccolo! Sei proprio sicuro che non vuoi venire con noi”, sorride lei infastidita. “Ma no Morena, vi lascio a voi due, noi magari ci vediamo stasera, eh?”, la rassicuro mentre ho già fatto un cenno di saluto al proprietario e ho afferrato la maniglia della porta d’uscita, evitando qualsiasi occhiolino di Jacopo. Scendendo le scale al buio tutti e tre ci impegniamo in qualche discorso non troppo impegnativo per poi separarci sul portone. “Ah, voi andate di qua? Io vado di là, verso i negozi. Ci sentiamo più tardi, eh! Buona passeggiata ragazzi!”

Mi infilo nel primo negozio di scarpe che trovo e mi imbatto in un cicciotto dall’aria svogliata, intento a mettere a posto delle scatole. Gli si intravede dai pantaloni calati il solco delle natiche. “Buongiorno”, gli dico. Lui mi fa un cenno con la testa. “Avrei bisogno di un paio di scarpe comode e resistenti, buone da camminarci insomma. Sa, sono qui in vacanza”. Quello mi guarda. “In vetrina ne ho visto un paio che forse fanno al caso mio”, propongo.

“Mmh. Quali?”

“Quelle marroni”

“Ah sì. Mo le prendo”

“Quanto vengono?”

“Sono 32 euro”

“Bene. Ho il 40-41”

“Ok…”

Va in vetrina e prende le scarpe esposte. “Ah, c’è solo quel paio col mio numero?”, gli chiedo.

“No, veramente è l’unico paio. Vediamo se è il suo numero”, e me le mette in mano. Poi torna a fare il suo nulla, quasi voltandomi le spalle. Il numero è il 41. Le provo e mi pare che siano piuttosto larghe, il piede ci balla. “Sono un po’ grandi secondo me”.

Lui si avvicina e mi tasta il piede. “Eh sì, sono un po’ grandi”, è la sua diagnosi.

“Non ci sono altri modelli simili a questo che posso provare?”

“Ho detto di no”

“Ma forse queste vanno bene… Il piede tutto sommato ci sta.”

“Ma sì…”

“Mi sa che le prendo”

“Va bene”

Non c’è l’ombra di un cliente in giro, nonostante sia sabato mattina, nemmeno un passante che si fermi davanti alla vetrina. Eppure lui non sorride nemmeno di circostanza. Con un enorme sforzo apparente si issa sulle gambe e va a cercare la scatola delle scarpe che ho preso. Me la porge.

“No, no, le metto subito grazie. Queste che ho son bucate, da buttare. Anzi gliele posso lasciare con la scatola delle nuove, così ci pensa lei allo smaltimento?”, gli dico mentre tiro fuori i soldi dal portafoglio.

“Eh, e come le smaltisco?”

“Nel retro, non ha un contenitore per le scarpe da buttare?”

“No. Lo deve fare lei”

“E dove? Le ho detto che vengo da fuori…”

“Ci sono i cassonetti dell’immondizia, per strada. Le butti lì.”

Non insisto. “Mi dà almeno un sacchetto di plastica?”

“Guardo se ce l’ho”, e fruga sotto il bancone. Ce l’ha. Ma nemmeno quella piccola vittoria o quel piccolo fastidio sembra turbare la sua espressione. Me lo porge, imbusto, pago e dopo una breve attesa gli chiedo lo scontrino.

“Ah sì, eccolo”

“Arrivederci”, gli dico senza sorridere e sono fuori.

Piove di nuovo. Pazienza, per vedere Palermo ho soltanto oggi a disposizione, sarà meglio farsene una ragione. Non ho nemmeno una mappa, né una guida. È il mio modo di esplorare le città. Mi affido al mio senso dell’orientamento. So di perdermi senz’altro qualcosa, ma è più forte di me. Quando non conosco un posto mi piace camminare senza avere una meta precisa, che mi distoglierebbe dall’osservazione e dalla sorpresa di scoprire quel che non conoscevo. È bello secondo me imbattersi in qualcosa di inaspettato, anche se già visto in una foto o in un video. Ancor più bello, riconoscerlo, dopo averlo scovato mettendo insieme indizi raccolti casualmente.

Se al mio arrivo a Palermo la città mi era sembrata equamente divisa tra vecchi palazzi e cassonetti dell’immondizia, quella mattina non riuscivo a beccarne nemmeno uno. Non solo su via Roma: mi affacciavo nei vicoletti, entravo nei parcheggi degli slarghi e dei piazzali, scrutavo ogni angolo promettente. Nulla, nemmeno un cassonetto. Sto per rassegnarmi e infilare busta, scatola e scarpe in un bidone dell’immondizia stracolmo, quando finalmente ne vedo uno. Anche lui stracolmo, ma per lo meno è un cassonetto. Appoggio la scatola imbustata sulla cima della piramide di rifiuti e vado in cerca del mio panino alla milza.

Il porto. È lì che mi devo dirigere. Anche perché ho una voglia matta di vedere il mare. Orientandomi un po’ a spanne imbocco corso Vittorio Emanuele, che è la perpendicolare di via Roma e di via Maqueda, con la quale traccia una grande X nel centro di Palermo. E mentre cammino verso il porto vedo Palermo riempirsi di automobili e di persone. Da un momento all’altro temo possano sbucarmi davanti Jacopo e Micetto. Speriamo non mi chiamino presto. Speriamo non mi chiamino proprio.

Spuntano da un lato all’altro del marciapiede alcune friggitorie. Profumi inconfondibili mi dicono di fermarmi. Mi prendono allo stomaco, lo contorcono, lo spalancano. Cerco di non guardare. Se guardo è finita. Ho guardato, cazzo.

Ci sono fettine di melanzane impanate e fritte,
polli allo spiedo appena sfornati che appannano
le vetrine dei banchetti allestiti vigliaccamente all’esterno
dei negozi, polpette ai mille aromi, chele di granchio
e misto di mare. E naturalmente le arancine.


È presto, diamine. Non sono nemmeno le undici. Non posso, non devo. Resisto al primo assalto e vado oltre. Ma nemmeno dopo trenta metri ci risiamo. Ci manca solo che mettano i ventilatori per spandere il profumo, pensavo tra me e me. A ogni stazione di quella untuosissima via Crucis c’erano carrettate e carrettate di bontà che non chiedevano altro se non d’essere comprate. Vabbeh, cedo.

“Buongiorno”, e il tizio dietro il banchetto smette di parlare con un compare e mi guarda infastidito.

1223104780_d63d0f6b8f_o“Vorrei un po’ di fritto…”, lui agguanta una vaschetta d’alluminio e una paletta. Poi si mette in posizione d’attesa. Io prenderei tutto, ma cerco di darmi un contegno. “Due, no tre fettine di melanzana, poi… sì, un’arancina… e poi vorrei anche un po’ di… quella cos’è?”

“Mozzarella”, biascica.

“Ecco, sì. Un paio di pezzi di mozzarella in carrozza. E qualche anello, sì, qualche anello di totano…”, dico trattenendo a stento l’acquolina. “Sì, un altro po’, grazie”. Il risultato finale è un monumento pastellato che mi viene elargito senza batter ciglio. “Grazie. Quant’è?”

Lui bofonchia qualcosa di incomprensibile. Cerco di decodificarlo, di adattarlo a un ipotetico prezzo che avrei potuto pagare per quella roba. Ma non ci riesco. Così, a costo di sembrare stupido, gli dico: “Mi scusi, non ho capito. Quanto?”

Lui riemette gli stessi identici suoni. Tergiverso. “Ehm… quanto?”

Si spazienta, però prova a scandire: “Uneuroeottantacentesimi”

Stavolta mi pare di aver compreso, ma non credo alle mie orecchie. “Ha detto: un euro e ottanta centesimi?”, balbetto. E lui annuisce, odiandomi.

Pago senza fiatare, svuotandomi le tasche di monetine, saluto e me ne vado. Qua la roba te la tirano dietro, gongolavo cercando avidamente una panchina dove sedermi. Ne trovai una alle porte di un parco spelacchiato in riva al mare. Dovevo essere al Foro italico. Non pioveva, ma l’aria era gonfia di umidità, le nuvole spesse e grige viaggiavano veloci verso l’entroterra, cambiando continuamente e impercettibilmente forma. Larghe pozzanghere venivano accuratamente evitate dai pochi passanti, qualche turista straniero un po’ disorientato e alcuni fanatici del jogging.

Io mi rimpinzavo di frittura e pensavo a dove sarei potuto andare dopo. Tanto la mia meta finale era comunque l’uscita serale con Jacopo e Micetto, anche se avessi girato tutta Palermo. Ecco. Avrei potuto mettermi a girare tutta Palermo, fino a consumarmi le scarpe nuove, e tornare la sera in camera sfinito, esausto, troppo stanco per uscire di nuovo. Non se la sarebbero bevuta, avrebbero insistito senz’altro. “Vabbeh, pensiamoci dopo”, mi dico mentre cerco un bidone per buttare la vaschetta vuota e unta. Ma ricomincia una lunga caccia alla monnezza, che dopo avermi fatto circumnavigare il Foro italico mi riporta dentro la città, imboccando via Lincoln.

Le palme e i pennacchi vegetali di Villa Giulia e dell’orto botanico si affacciano su questa lunga, vitale arteria che dopo non troppo cammino incontra la stazione, e quindi via Roma e quindi la sua parallela via Maqueda. Per chi visita Palermo per la seconda volta sono punti di riferimento preziosissimi. Si ha quasi la sensazione di avere in mano la città, di cingerla, di potercisi smarrire a piacimento, e ritrovarla all’occorrenza proprio quando si pensava di aver perso l’orientamento. Via Roma, via Maqueda, corso Vittorio Emanuele e via Lincoln, ricordatevi queste quattro strade in croce e potrete dire di conoscere Palermo, mi ripetevo compiaciuto. Ma io voglio vedere il cuore, o meglio le frattaglie, di questa città. Ballarò, e la Vucciria. Il giorno prima c’ero stato quando la festa era già finita, adesso non me la volevo perdere. Sì, lo so. Ci saranno Monreale, il Duomo, Palazzo dei Normanni, Mondello e un’altra infinità di altre cose che vanno viste quando si è a Palermo. Ma col poco tempo che avevo a disposizione, a me interessava sentirla, più che vederla. E da quel poco che m’era parso di capire, i mercati erano i luoghi che facevano per me. Senza contare che lì non avrei corso il rischio di incontrare i piccioncini.

La Vucciria, per lo meno di giorno, è un po’ deludente. Ovvero lo è se ci si addentra con l’idea di perdersi in un luogo esotico. Perché è un normalissimo mercato rionale. Anzi ha quasi del borghese. La gente gironzola tra le bancarelle entrando e uscendo dai portoni degli edifici su cui sono ammassati i tendoni che le ricoprono. C’è un banale chiasso da mercato, e i soliti colori sgargianti delle verdure, dei legumi, dei pesci e delle carni che si trovano in qualunque assembramento commerciale all’aperto. Giro, rigiro, mi aggiro. Ma dopo un po’ il mercato finisce, me ne vado. Molto meglio la sera prima, deserto, umido, col profumo del pesce alla griglia fatto apposta per me e Jacopo.

A chi ci entra per la prima volta, Ballarò offre invece
la sensazione di un improvviso, quasi spiacevole, dislocamento.
Ci sono arrivato che era il tramonto: vedevo
sagome di vecchi palazzi, torri, campanili
e cupole barocche, tutto screpolato, aperto, dilavato,
in decomposizione, stagliarsi nel cielo grigio-azzurrino
che sembrava finalmente rasserenarsi. Pareva di camminare
in una città fantasma, fatta di straordinarie
architetture fatiscenti, pensate e costruite in un’altra era dell’umanità.


Una città abbandonata al cui interno si era accampata una tribù vociante. Datteri, lupini, olive, pesce salato, pomodori secchi. Anche la merce esposta ricordava quella che si trova in un bazar. Uomini e donne di tutte le razze vendevano a pieni polmoni la propria roba, il denaro frusciava di mano in mano, la gente si accalcava spintonandosi e muovendosi lentissimamente, in un unico flusso indistinto di piacevole caos. Io facevo fatica ad avanzare in mezzo alla calca, eppure quando sopraggiungeva un motorino si infilava tra una persona e un’altra con l’agilità di un gatto. Poteva essere Babilonia, o Gerusalemme, o Sidone per come le avevo sempre immaginate.

5254571086_b0145e677f_bDentro Ballarò, anche a furia di scattare fotografie, ho completamente perso la cognizione del tempo. Il cielo s’è fatto prima violetto e poi blu scuro, fino a diventare cupo, completamente nero. Sopra il mercato di tende rosse, verdi, gialle scomparivano anche le guglie della città estinta. Non illuminata come ci si potrebbe aspettare succeda per un monumento, quella meravigliosa decadenza svaniva nell’anonimato della notte. Ma pur facendosi sempre più tardi, Ballarò non accennava a spegnersi, anzi.

Squilla il telefono, è Jacopo. “Alloraaa? L’hai fatto il tuo giro?”, mi chiede col sorriso nella voce. “Oh, non mi dare buca eh?”, bisbiglia senza lasciarmi il tempo di rispondere. “E quindi, dove sei? Noi siamo rientrati. Zi fazzamo una dozza e poi siamo pronti per uscire. Ma senza fretta. Dimmi dove zi becchiamo.”

L’appuntamento è per le nove in strada, davanti al portone del bed and breakfast. Jacopo ci porta a cena in quel “ristorante che gli ha suggerito il suo amico” e poi in un altro posto, un locale dove suonano musica dal vivo, sempre raccomandatogli da quel suo famoso amico. E io dovrò reggergli il gioco con Micetto. Ammesso che Micetto non abbia già capito tutto da sola. Figurati se una come lei non ha già mangiato la foglia. Guardo l’ora: sono le sette. Pensavo più tardi. Ho una fame spaventosa, e non ce la farò ad aspettare fino alle nove e mezza, presumibile ora in cui ci saremmo seduti a tavola. C’è un bar in uno degli angoli non fluttuanti di Ballarò. E dentro c’è l’immancabile vetrinetta coi fritti. Un’arancina non me la toglie nessuno. Sto per ordinarla al barista quando mi si avvicina una bimba sui sette-otto anni che non avevo notato e mi dice: “Ho fame.”

Sorpreso, e un po’ imbarazzato, capisco dopo qualche istante quel che devo fare. “Cosa vuoi?”, le chiedo gentilmente ma senza tenerezza. “Un’arancina”, risponde senza il minimo disagio lei, che invece ha immediatamente capito con chi aveva a che fare. “Mi dà due arancine?”, dico al barista che aveva assistito a tutta la scena con un’espressione indifferente. Lui le mette direttamente in mano la prima arancina avvolta in un pezzo di carta assorbente, un gesto che secondo me non gli era nuovo, e lei se ne va tutta contenta. Non mi ringrazia nemmeno, non ne ha bisogno. Sa perfettamente che avendomi lei concesso il privilegio di una buona azione dovrei essere io a ringraziarla. Penso questo mentre addento la mia arancina. Che però è fredda e stantia. “Arrivederci, grazie”, e mi incammino verso la via Roma.

Appena rientrato in camera mi getto sul letto e lascio passare un’oretta ascoltando musica e scrivendo SMS. Praticamente invio lo stesso messaggio a una decina di persone, calibrandolo di volta in volta, a seconda del destinatario, omettendo o enfatizzando dettagli per colpire l’immaginazione di ciascuno dei miei amici. Ma di Jacopo e Micetto non faccio alcun cenno. Prima devo sapere io come va a finire. Quando mancano venti minuti alle nove mi infilo sotto la doccia e mi lavo di dosso una giornata di pioggia intermittente, sudore e vari odori di cibo e di strada. Nello specchio mi accorgo di avere la barba lunga, anzi comincia a essere incolta. Ma non ho tempo né voglia di radermi. Mi vesto comodo e alle nove in punto sono davanti al portone, in attesa dei piccioncini. Esce Jacopo per primo, senza fretta, sorridendo. Mi fa un occhiolino.

“Vedrai dove ti porto! Ah, Morena fa in un attimo…”

“Certo, non ci corre dietro nessuno”, e abbasso lo sguardo.

Morena esce dopo qualche minuto, giusto il tempo di far fare a Jacopo un rapido, annoiato resoconto della giornata con Micetto. Era apparentemente vestita come la mattina: nera e decadente. Ma indossava un sorriso diverso, più tranquillo, più disteso, più autentico. “Allora, come è andato il tuo giro? Piaciuta Palermo?”, mi fa mettendosi sotto braccio a Jacopo. “Sorprendente”, rispondo io con un’espressione enfatica. “Andiamo? Ho mangiato un’arancina prima, ma sto già morendo di fame! Che…? Ragazzi, qua ricomincia a piovere…”

Jacopo torna su a prendere un ombrello.“Prendi il mio, ché il tuo è tutto sbrindellato”, gli grida Micetto, e io rimango da solo con lei. Non ho idea di cosa le frulli in testa. Ha capito tutto? Non sa niente? Mi farà qualche domanda morbosa da donna in preda alla gelosia? “Cosa ti ha detto Jacopo di me”, mi dice non appena il portone si è chiuso. Ecco lo sapevo, sobbalzo un nanosecondo prima di dirle che Jacopo mi aveva detto di essere molto contento di visitare Palermo insieme a lei.

“Sì, anche io”, risponde. Cazzo, se l’è bevuta. “Sai, io e Jacopo stiamo insieme da tanti anni, ma questo è il primo viaggio che facciamo. Io gli avevo chiesto tante volte di farmi vedere la sua Sicilia, ma lui mi ha sempre detto che non c’era nulla di speciale, che se ci tornava ogni anno era solo perché i suoi ci avevano la casa, lì a Sciacca. E invece… che meraviglia Palermo, vero?”

“Una strana sensazione, a dire il vero. Strana ma bella”, accondiscendo.

“E invece poi, quest’idea tutta all’improvviso, il biglietto che ha vinto alla lotteria aziendale, un week end insieme, da sol…”

“Ah, ma pensa! L’ha vinto alla lotteria aziendale?”

“Sì! E all’inizio nemmeno voleva partire. Voleva darlo via. Poi gli ho detto che io sarei venuta con lui volentieri. Beh, lui me l’aveva fatto capire chiaramente che aspettava solo che glielo proponessi. Ed era così contento, caro! Fa lo scontroso, lui, ma è un tenerone. Ah eccolo. Ci stiamo tutti e tre sotto un ombrello, Jachi? Stavo raccontando a Domenico di come hai vinto il biglietto per Palermo…”

“Sì eh?”, sorride lui senza la minima vergogna. E mi fa un occhiolino. “Dai Mizetto, andiamo, ché se zi muoviamo zi bagniamo di meno. Vieni Dome, zi stai pure tu sotto!”

Camminiamo a passo spedito, io Jacopo e Mizetto. La pioggia al di là dell’ombrello scroscia spietata, e ancora una volta strade e marciapiedi si allagano. Ma tutto ciò non ci importuna. Spinti dall’appetito e dalle chiacchiere, che nonostante tutti i miei preconcetti erano piuttosto gustose, avanziamo leggeri e incuranti. Jacopo in realtà taceva, era Morena a tenere banco, a chiedere di me, a mostrarsi curiosa e divertita del mio lavoro. “E ieri sera, dove siete andati a mangiare?”

“Jacopo mi ha portato alla Vucciria”, rispondo d’istinto. Jacopo mi guarda e solleva le sopracciglia, impensierito.

“In che senso ti ha portato?”, chiede lei dall’altra parte del manico dell’ombrello con una smorfia di sospetto sul volto. “Eh, quando ci siamo passati davanti, lui l’ha vista e mi ha detto che doveva essere la famosa Vucciria. E mi ha proposto di provare il leggendario pesce grigliato sui bidoni! Che gli dicevo, di no?”

Devo averlo detto in maniera veramente convincente, dal momento che lei gli ha sorriso piena d’orgoglio. Lui fa un occhiolino a entrambi. Finalmente, ripercorrendo parte della strada che avevo fatto io la mattina per raggiungere il Foro italico, arriviamo al ristorante, che visto da fuori sembra più che altro un negozio aperto anche di notte. Non c’è l’insegna e le vetrine sono miseramente coperte con due tende arancioni. Entriamo.

Tavolacci quadrati in legno con tovaglie
di carta, muri ricoperti di piastrelle azzurrine
e trofei ittici messi a dire il vero un po’ a casaccio.
Non c’è nessun odore in particolare
in questo posto, men che meno
di cibo buono. E non c’è anima viva,
anche se sono le nove e mezza di sabato sera.


Il padrone, che pare uscito da un film di Lino Banfi, distoglie lo sguardo da una vecchia tivù appesa sul muro in alto. Ci saluta sciattamente e ci dice di accomodarci.

“Però ha un suo perché, no?”, mi sorride Morena. “Se mi scusate, io vado un attimo in bagno. Ammesso che ci sia…”

Si alza e si allontana ondeggiando il sedere. Jacopo guarda preoccupato il padrone del ristorante, che non se lo fila per niente, tutto preso com’è a guardare la televisione. “Speriamo non mi sputtani, diobono, speriamo non mi riconosca!”

“Ci venivi spesso con Sephora?”, chiedo in maniera abbastanza disinteressata.

“Una volta, zi siam venuti. Ma han fatto baldoria, quegli scemi dei suoi amizi. Speriamo non mi riconosca, diobono.”

“Vabbeh, ma che vuoi, che lo dica a Morena? Guardi, il suo fidanzato è venuto qui una volta con un gruppo di casinisti, e c’era anche una bambolina che secondo me stava insieme a lui…”, lo sfotto. “E poi ‘sti siciliani non spiccicano una parola nemmeno ad ammazzarli, e questo qui non fa eccezione mi pare. Io al tuo posto starei più che tranquillo.”

“No, ma che hai capito”, fa lui veramente angosciato. “Io ho paura che mi riconosca e che pensi che ho fatto veramente una brutta fine. Casso che decadenza! Lui non più di un mese fa mi aveva visto con quella gnocchetta, quella patata che era davvero uno schianto… piccolina, bellina, sexy, giovane. E ora mi vede con ‘sta vecchia. Che decadenza. È proprio decadente, vero? Guarda me lo puoi dire, mica mi offendo. È proprio decadente, no? Si vede che è vecchia, no? Gli occhi…”

“Ma è ancora una donna piacente…”

“Certo, me la trombo. Te non te la tromberesti? Perché la gnocca è la gnocca. Ma ti pare che posso farmi vedere in giro con una così?”, diceva sul serio. “Dio che darei per riavere Sephora.”, sospirò avvilito. Io non sapevo cosa dire.

“Shhhh!”, mi previene. S’era avvicinato il padrone del ristorante con tre menu di carta plastificata macchiati e unti. Notai che un piccolo insetto marrone si arrampicava sul muro alla mia sinistra. “Mi sa che qua si mangia da dio!”, dissi entusiasta a Jacopo, affascinato dai nomi delle pietanze accompagnati da prezzi veramente ridicoli.

“Eccomi qua”, esclamò Micetto strofinandosi le mani ancora bagnate sui pantaloni. “Allora, che prendete voi?”, continua col menu in mano. “Io mi sa proprio che mi faccio gli spaghetti coi ricci di mare. Mi sa proprio di sì. Jachi tu prendi la mega-grigliata, vero?”

Non lo disse come fanno alcune donne
che cercano di indirizzare la scelta
del proprio compagno. No, lo disse
con disinvoltura, conoscendolo, dando per assodati
i suoi gusti e leggendo il menu
con gli occhi di lui.


“Eh sì, vorrei Mizetto”, risponde Jacopo, “però bisogna prenderla in due almeno, diobono!”, incalza mostrandole col dito quel che c’è effettivamente scritto sul menu. “Io non mi tiro mica indietro”, e mi candido con slancio alla mega-grigliata.

Ordiniamo, e dopo un’attesa incredibilmente breve arrivano i nostri piatti. Pantagruelici, c’era poco da dire. E buoni, di quella bontà prepotente e casereccia. “Tu Morena cucini?”

Morena guarda Jacopo e lui annuisce con un sorriso distratto, lei si incupisce un po’. “Ma quella stronza di mia figlia non apprezza per niente. Qualunque cosa le faccio, lei dice che fa schifo. È vero o non è vero Jacopo?”. Lui, per tutta risposta, mi fa un occhiolino palese.

Eh, sempre così lui, per lui son tutti buoni”, lo rimprovera deliziosa Morena. “Ma a volte mia figlia è davvero insopportabile. Fortuna che almeno con Jacopo va d’accordo. Si son trovati bene. Però con lui si trovano bene tutti… Comunque sì, mi piace anche fare la pasta all’uovo fresca, i dolci e il pane in casa. Ma la mia specialità è… diglielo tu Jachi”.

“Eh? Cosa, Mizetto?”, si era distratto a guardare la televisione.

“La mia specialità in cucina, sciocchino!”, e gli prende la mano.

“Ah beh zerto: la crema di zucca!”

“La crema di zucca con funghi porcini. È una tradizione di famiglia. Famiglia montanara, tradizione montanara! Diglielo Jacopo”, e aspetta un altro segno di assenso da Jacopo. Ma lui è tornato a seguire la tivù, un programma di varietà del sabato sera senza volume. “Cosa Mizetto?”

Lei stavolta si risente un po’. “Delle mie origini…”

“Ah sì, certo. Morena è di origini nobili, una famiglia nobile dell’Appennino parmense”, ruminava tra un gamberone e un pezzo di pesce spada, ma sempre con gli occhi puntati sul televisore.

“Sì, mi aveva accennato a qualcosa del genere…”, la conforto io. “Mi ha detto anche che ora hai un salone di bellezza.”

“Oddio, salone è un po’ una parola grossa. Faccio la parrucchiera”, sorride cercando lo sguardo di Jacopo, che non c’è. “Ma lo sai che è veramente tremendo, questo qui?”, mi dice alzando tono e voce. “Chi lo schioda dalla tivù è bravo. A volte mi sembra un drogato! L’anno scorso, nel periodo che non aveva più lavoro e non riusciva a trovare un affitto a prezzi decenti, abbiamo convissuto per qualche mese. Oh! E lui sempre davanti alla televisione, sempre! Non ti dico quando c’erano le partite di calcio: uno zombie veramente…”, e già il tono di Morena s’era addolcito. “Ma io l’ho avvisato, eh”, continuò evidentemente scherzando. “Se continua così, lo mollo. E altro che futuro insieme come mi mette in croce lui. Se ne trova un’altra. Vediamo se la trova un’altra che lo sopporta”, disse raggiante. Come lo amava. Jacopo si destò dal suo torpore e mi fece un occhiolino.

La cena trascorse così, tra chiacchiere e battute di questo tenore. Più con Micetto che con Jacopo, a dire il vero. Jacopo era taciturno e assorto nelle immagini televisive. Non sembrava nemmeno godersi il cibo, che pure doveva piacergli. Non sembrava nemmeno lui.

Uscimmo dopo aver pagato un’inezia, e per chiudere la serata Jacopo rilanciò l’idea di andare in cerca di quel posto di cui aveva sentito parlare. Inutile dire che lo trovammo senza difficoltà, dopo poche svolte che Jacopo aveva imboccato con naturalezza. Aveva smesso di piovere, e il cielo in mezzo alle nuvole luccicava come non sarebbe mai capace di fare a Milano. Ci infilammo in questo grosso locale che doveva essere stato un magazzino e che era stato trasformato in una raffinata location dove tubature di rame si intersecavano con elementi di design, tele piene di graffiti e modernismo e librerie colme di libri. Una band, al di là del caos incredibile di persone stipate l’una contro l’altra, suonava uno standard jazz piuttosto ritmato, mentre al lato opposto un paio di barman preparavano a tempo di record cocktail e altre consumazioni. Qua e là erano sparsi divanetti e poltrone, con accanto tavolini anche loro pieni di libri. Mi guardo meglio intorno. Sono tutti radical chic. I ragazzi con le barbe e i capelli lunghi indossavano maglioni e pantaloni finto-sdruciti, le ragazze scambiavano baci e saluti nelle loro sciarpette d’ordinanza in pendant con gonne patchwork. Hanno tutti la faccia di chi si sta divertendo seriamente. Così poco palermitano, pensavo io. Mi piaceva. Non che il resto di quel che avevo visto a Palermo non mi fosse piaciuto. Ma questo posto era un’ulteriore sorpresa in un giorno pieno di sorprese.

Io sarei rimasto a lungo là dentro: la musica era davvero ben suonata, e l’atmosfera, anche se non ero proprio in vena, sembrava promettere la possibilità di qualche incontro. Ma Jacopo e Micetto parevano a disagio, non apprezzavano per niente l’insieme. Morena si sedette su una poltrona e cominciò a sfogliare svogliatamente un libro, mentre Jacopo andava avanti e indietro in mezzo alla calca, un po’ per vedere meglio la band, un po’ per prendere le cose che avevamo ordinato da bere. Inutile provare a intavolare un discorso: la serata era finita. Così, dopo nemmeno una ventina di minuti, uscimmo e ci incamminammo verso il bed and breakfast. Jacopo e Morena allacciati sottobraccio, io al loro fianco con le mani in tasca e l’alito che faceva il fumetto. Avevo quasi freddo. Non scambiammo molte parole.

“Ci vediamo domani allora. Tu a che ora parti?”, mi chiese Jacopo una volta nell’atrio del bed and breakfast. “So che ci sono due treni per Milazzo: uno alle otto, l’altro alle dieci. Non so ancora quale prendere dei due…”

“Ma dai, prendi quello delle dieci, mica ti vuoi svegliare all’alba, in fondo sei in vacanza e domani è domenica”, dice Morena sbadigliando. “E poi così fai colazione con noi e ci salutiamo”, rincara la dose Jacopo. Io sorrido e rispondo: “Va bene ragazzi, allora a domani. Buonanotte!”

Scivolano l’uno dopo l’altra in camera e Jacopo prima di chiudere la porta mi saluta con un occhiolino. Io entro nella mia stanza, mi spoglio, mi lavo i denti e mi seppellisco sotto le coperte. Prendo il cellulare e imposto la sveglia alle sette.

L’indomani esco alla chetichella, senza nemmeno fare colazione. Corro, letteralmente 5293117189_3a8775891a_bcorro alla stazione facendo sobbalzare dietro di me la valigia, e compro un biglietto per il treno che è lì lì per partire. Salgo in carrozza e mi siedo in un posto vicino al finestrino. Ho il fiatone. Palermo comincia a sparire sotto i miei occhi. Dopo Brancaccio la città si dirada e il treno inizia a viaggiare a due passi dal mare, perfettamente parallelo alla costa. La giornata è tersa, di un azzurro intenso, quasi accecante. E laggiù in fondo, oltre Cefalù, mi aspettano le Eolie. Da quel che m’è parso sulla cartina, dovrebbero essere chiaramente visibili anche dalla costa, soprattutto con una giornata così. Chissà il profilo dello Stromboli…

Ciuffi di carciofi a perdita d’occhio, pascoli,
rocce vive e spiagge deserte intervallate
da cittadine che sembravano bocche piene
di denti cariati scorrevano davanti ai miei occhi.
Mi pareva di essere l’unico passeggero di quel treno,
forse lo ero, ed ero felice anche di questo.


Improvvisamente mi ricordai che ero scappato. Presi il telefono e scrissi un SMS a Jacopo, impegnandomi perché non sembrasse un messaggio di scuse. Ma in qualche modo ero sicuro che lui avrebbe capito, e non mi avrebbe nemmeno disprezzato. Dopo un bel po’, almeno un paio d’ore più tardi, mentre la sagoma dello Stromboli si stagliava anche lei azzurra tra il mare e il cielo, Jacopo mi risponde. “Buon viaggio Dome, è stato per entrambi un piacere conoscerti. Quando passi dalle nostre parti fatti vivo, così ci vediamo. Un caro saluto da Jacopo e Morena”.

9 pensieri su “Jacopo Gnocca

  1. “No, no, lasci pure aperto signora che dobbiamo entrare”, dico sorridendo.

    “Trasiri? E picchì? Unni cú aviti a gghiri?”, sbotta lei.

    “Su, al bed and breakfast, vede che abbiamo anche le valigie?”, le faccio notare per rassicurarla.

    “Quali bdnbrefst?”

    “Il Mariposa”.

    “E sta bonu, sta bonu, trasiti”, concede non proprio convinta.

    (Andava scritto cosí: le signore anziane di Palermo parlano in dialetto al 99% e bed and breakfast lo pronunciano in quel modo).

    È stato bello fare un giro per Palermo, compreso quello sul mitico bus Prestia e Comandé.

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