Motel Voyeur: sesso, Dio e altre speculazioni sull’essere umano


Ho capito che Dio è il più grande Voyeur dell’Universo. E per questa magistrale lezione devo ringraziare un bonariogay-talese albergatore del Colorado, Gerald Foos, oltre che Gay Talese (nella foto a destra), l’uomo che ha saputo pazientemente custodirne la memoria per più di trent’anni. La storia di Foos infatti non sarebbe mai venuta alla luce se lo scrittore – tra i massimi esponenti del New Journalism americano – non si fosse ostinato a volerla pubblicare solo nel momento in cui la sua fonte lo avesse autorizzato a rivelare tutto, nomi cognomi e indirizzi compresi. Alla fine, Gerald Foos, sulla soglia degli ottant’anni, ha ceduto, convinto di non aver più nulla da perdere e terrorizzato all’idea di non poter condividere col resto del genere umano la sua straordinaria perversione. Una perversione sfociata nel libro Motel Voyeur [Milano, Rizzoli, 2016]. Un titolo che più azzeccato di così non si può: Foos, infatti, ha acquistato negli anni ’60 un motel per trasformarlo – con il benestare e la complicità della moglie – in una specie di zoo privato che gli permettesse di spiare sistematicamente le abitudini sessuali (e non solo) degli ospiti. Nelle lunghe sessioni di osservazione il proprietario ha assistito a stupri, incesti, tradimenti, spaccio di droga e persino a un omicidio. Pure al netto di parecchie inesattezze – o plateali panzane – riscontrate da Talese e da altri giornalisti americani ossessionati dal Fact Checking (arte invece quasi del tutto snobbata dai colleghi italiani), è quindi evidente perché Foos ha esitato molti anni prima di uscire allo scoperto.


UN GIOCO DI SCATOLE CINESI

Tutto è cominciato con una lettera anonima ricevuta da Talese nel gennaio 1980. In quella lettera il proprietario di un motel di Aurora, nei sobborghi di Denver, manifestava al già noto reporter del New Yorker la propria ammirazione per il modo con cui aveva trattato sessualità e costume nei romanzi/reportage Onora il padre e La donna d’altri, e si candidava a diventare un nuovo oggetto di studio per l’infaticabile curiosità di Talese. Lo scrittore avrebbe potuto frugare nella vita del voyeur che a sua volta frugava nella vita degli ospiti del motel. Come? Attraverso un sistema di finte grate d’aerazione – realizzato dallo stesso Foos – accessibile dall’intercapedine del tetto della struttura. Isolando adeguatamente il pavimento del solaio e insonorizzando l’ambiente, l’albergatore si era costruito una vera e propria alcova grazie alla quale poteva alimentare le proprie fantasie erotiche, masturbandosi durante le situazioni più succose, o addirittura avendo rapporti completi con la moglie, che non disdegnava di partecipare al gioco. Talese accetta titubante di incontrare Foos e si reca ad Aurora, dove con relativa sorpresa (i suoi occhi sono davvero abituati a vedere di tutto) scopre che la storia del Motel Voyeur – il cui vero nome è Manor House Motel – è autentica, e che il loquacissimo proprietario è un incallito guardone da quando era un ragazzino.

«Perciò, essendo curiosissimo del sesso anche nella prima adolescenza – con tutti quegli animali della fattoria intorno a me come potevo evitare di pensare al sesso? – cercai fuori casa dove imparare quanto potevo della vita privata della gente.» Non dovette cercare poi tanto, mi spiegò al volante dell’auto nel traffico lento dei pendolari. Una fattoria vicino, una settantina di metri dalla loro, era occupata da una delle sorelle minori già sposate di sua madre, Katheryn. Quando cominciò a guardarla, sua zia Katheryn aveva probabilmente poco meno di quarant’anni; «seni grandi, un corpo snello e atletico, capelli di un rosso fiammante», così la descrisse. Camminava spesso nuda per la sua stanza, la sera, con le luci accese e gli scuri aperti: lui andava a curiosare da sotto il davanzale –«una falena attratta dalla sua fiamma» – nascondendosi lì per un’oretta a guardare in silenzio e masturbarsi.
«È per lei che ho cominciato a masturbarmi.»


Gerald Foos alla reception del Manor House Motel
Gerald Foos alla reception del Manor House Motel

DIVENTARE UN DIO

Dunque, l’indole c’è sempre stata. A quella si sono aggiunte col tempo la scientificità, la perseveranza e anche l’audacia nel portare a termine un progetto tanto astruso. Tutte doti di cui Foos è assolutamente consapevole. Nel rapporto epistolare che nel frattempo si è instaurato con Talese, e attraverso il quale l’albergatore lo aggiorna delle sue rilevazioni, il giornalista vede germogliare nelle parole di Foos un sorriso di autocompiacimento che pian piano sfocia in una vera megalomania.

«Ho avuto una sensazione di incredibile potere ed euforia per il risultato conseguito. Ero riuscito a realizzare quel che altri uomini hanno solo sognato di fare, e il pensiero della mia superiorità e intelligenza mi ha occupato la mente. Un uomo ha solo una vita da vivere e con determinazione e zelo inesorabili
stavo realizzando il mio sogno.»

Foos addirittura a un certo punto comincia a parlare di sé come de “il Voyeur”. Esatto, così, in terza persona. E commenta con paternalismo e a volte commiserazione lo spettacolo umano dell’America che nelle camere del suo motel parla, sogna, scopa (o si masturba) e soprattutto guarda la TV. Attraverso segni e gesti apparentemente banali (come ci si lava, come si mangia, come si dà piacere al partner) Foos ricostruisce esistenze, rapporti, intere società. Lo sconcerto di scoprire vuoto e disperazione nella vita degli americani lo fiacca, lo irrita, lo deprime. E al tempo stesso lo innalza sul piano morale di chi tutto sa perché tutto vede.

«Conclusione: questa è la vita reale. Queste sono le persone reali! Sono completamente disgustato dal dover sopportare da solo
il fardello delle mie osservazioni.»

***

«Questa è la “piaga del corpus umano” e sono sicuro che la risposta sia che se la miseria del genere umano fosse rivelata tutta insieme, spontaneamente, ne seguirebbe un genocidio di massa.»

Foos giudica e condanna in silenzio, senza intervenire, lasciando piuttosto la parola – un vero Vangelo – al messaggero che ha scelto, Gay Talese. Proprio come farebbe un dio. Proprio come hanno fatto gli dei adorati nelle religioni monoteistiche.


…RICORDATE PHIL CONNORS IN RICOMINCIO DA CAPO?

Ed è qui che ho capito qual è la vera natura di Dio. Dio è un Voyeur, che crea un mondo da scrutare a proprio piacimento. E nel migliore dei casi affida a qualcuno il compito di avvisare il resto del genere umano che sulle azioni di ciascuno, anche le più segrete, grava il giudizio di uno sguardo più elevato e invisibile. Prima di me chissà quanti altri ci sono arrivati… Un’idea simile l’ha espressa il regista Harold Ramis (ve lo ricordate? L’Egon Spengler di Ghostbusters), che nel film Groundhog Day (Ricomincio da Capo, nella localizzazione italiana) racconta l’avventura del giornalista Phil Connors (interpretato da Bill Murray), costretto a rivivere all’infinito lo stesso giorno, mantenendo però la memoria di quanto gli capita interagendo col continuo ripetersi degli eventi. Superato lo shock iniziale e rassegnatosi al proprio destino, Connors arriva a conoscere nel dettaglio tutto ciò che durante quel giorno succede a Punxsutawney, la città in cui è imprigionato dal paradosso temporale. Connors vede e rivede – e per questo sa – le esistenze degli altri. Connors sa tutto di tutti. Sa come vive la gente, sa cosa cerca e di cosa ha paura. Sa persino come la gente morirà. E a un certo punto, a una sbigottita e incantevole Andie McDowell, spiega questa nuova consapevolezza: «Probabilmente il vero Dio usa dei trucchi. Probabilmente non è onnipotente, ma è lì da tanto tempo che sa tutto». Uno spettacolo di film, così come Motel Voyeur è uno spettacolo di libro.


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