Porno romantico? A volte il Candore non basta



Lo dico subito e col massimo Candore: ci ho messo più a tempo a capire cosa mi ha lasciato l’ultimo libro di Desiati che a leggerlo (a proposito, visto che sono in vena di sincerità, la biondina nella foto d’apertura è Dakota Skye, una delle mie pornostar preferite). Candore [Torino, Einaudi, 2016] si legge in scioltezza, ogni tanto sorridendo ogni tanto alzando il sopracciglio. Ma sempre in scioltezza. Persino quando partono dei mini-pipponi descrittivi che però si soffermano sul nulla. Un intento volutamente pornografico. Perché come molti sanno è di porno che si parla in questo libro, tutto il tempo. Di porno, inteso nel vero senso della parola: morboso, superficiale, irreale, concreto, irraggiungibile, abbordabilissimo.

candore-supercoralli-35-1478732200Non si sa perché né percome il protagonista Martino Bux, pugliese di origine albanese (ma potrebbe tranquillamente essere pure un lombardo di origine svizzera) è immerso in una pornosfera da cui, beandosene, non esce mai. A differenza delle dipendenze e delle sessuomanie che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi anni attraverso le cronache rosa e divulgazioni un pelo più serie, infatti, quella di Martino è più che altro una placida sovrastruttura onirica che lo circonda e che monta su ogni donna e su ogni situazione una parvenza di feticismo (guai a usare la parola erotismo, non esiste in questo libro!): le ragazze che incontra e che frequenta o di cui si innamora sono così reincarnazioni di pornostar e starlette, i vestiti che indossano diventano stonate forzature a ciò che la fantasia di Martino vorrebbe imporre loro (velette, reggicalze, divise da infermiera, abiti da sposa e tutto ciò che fa molto porno-chic nelle produzioni d’antan, a cui il protagonista è legatissimo). I rapporti che intrattiene con loro non portano a nulla. Sono brevi conversazioni surreali, appuntamenti lampo, senza il minimo contatto fisico. Durano il tempo di una sega, e proprio come in un orgasmo raggiunto davanti allo schermo passano dal “chi sei?” al “ti amo” nel giro di pochi istanti. Mario Desiati, comunque, non descrive mai la masturbazione né, se non in pochissime occasioni, fa immaginare – e men che meno vivere – a Martino scene esplicite di sesso. Tutto è trasposto su un altro piano.


Ci ritrovammo nella sua magione e sotto il lungo vestito
che cadde davanti ai miei occhi la scoprii fasciata
da un bustino amaranto, custodia severa e stretta.
Mi crogiolai al pensiero della preparazione
cui si era sottoposta, davanti agli specchi
nella sua stanza da letto, posizionati uno di fronte
all’altro per poter controllare la chiusura
di ogni laccio di quell’astuccio di stoffa;
le giunture tra i ganci del busto e le calze setose,
leggere, grigie erano state meditate con la gamba piegata,
la caviglia aveva assunto una deliziosa, innaturale posizione
che ne avrebbe esaltato lo spigolo delle ossa,
il nervo del tendine che collimava esattamente
con la riga scura delle calze. Una geometria perfetta,
la prova che l’adesione di Marta all’ordine
del reggicalze era avvenuta con convinzione
e un diligente lavoro di disciplina. C’era l’audacia
di chi sta osando, non di chi sta trasgredendo e basta.
C’era desiderio e non la mera voglia di un godimento.


NUDDU, AMMISCATU CU NENTI

Ci ho messo un po’ a capire cosa mi ha lasciato Candore perché, a dire il vero, la storia non mi ha portato da nessuna parte. Sia chiaro: io non sono un fanatico delle storie che insegnano qualcosa (il sugo di manzoniana memoria lo trovo anzi un’offesa alla scrittura), né pretendo che un personaggio, per dirsi tale, debba affrontare un cambiamento. Anzi: mi piace un sacco chi ha il coraggio di non cambiare per forza.Senza essere ingenuo come Charlie Kaufman, che ne Il ladro di orchidee immaginava per la propria sceneggiatura-chimera un protagonista immutabile, voglio avere a che fare con qualcuno che però abbia almeno una destinazione. Anche la più inconsapevole, anche la più stupida, anche la più inutile. Martino Bux ha come massima aspirazione quella di trasformare Roma – ma pure qui: potrebbe essere Bologna o Canicattì – nella gigantesca scenografia di un film a luci a rosse. Ma non fa nulla per provarci, se non con l’immaginazione. E anche lì con scarsi risultati. Al massimo ci rimane un po’ male quando si accorge che quel Paese delle meraviglie che aveva sognato ha vita effimera persino nelle sue fantasie, rimpiazzate continuamente da una marea di nuovi, soffici pensieri. Rivangando la sua personalità e le sue vicende, mi viene in mente un’espressione siciliana che mi ha insegnato un’amica di Palermo: nuddu, ammiscatu cu nenti. Cioè: nessuno, mischiato con niente. E a Martino, secondo me, sarebbe piaciuta. Ci si sarebbe riconosciuto


CANDORE E’ UNA GRANDE METAFORA?

Boh. Forse si potrebbe tentare un paragone con quel che sta succedendo alle relazioni umane da quando Mark Zuckerberg (che io – per inciso – considero l’Anticristo) ha inventato Facebook. Sui social network ormai è la regola innamorarsi di ciò che non si conosce, di ciò che si desidera e che si plasma amplificando con l’immaginazione un paio di foto di profilo. In fondo Martino fa lo stesso, solo che stranamente non usa chat o social network. Si muove in cerca di lavoretti tra un locale equivoco e l’altro (tutti disadorni, asettici e privi di riferimenti descrittivi, proprio come i set dei film gonzo), scovando le peggio nefandezze della città e incontrando personaggi improbabili senza mai scandalizzarsi o giudicare. Ci clicca su un attimo, vede se c’è materiale eccitante, e se c’è ci struscia sopra l’immaginazione. Punto.


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DA LEGGERE PRENDENDO LE DOVUTE PRECAUZIONI

Di questo romanzo c’è una cosa che mi è piaciuta molto e un’altra che mi è piaciuta molto poco. Ho apprezzato molto la capacità di Desiati di raccontare tutto in prima persona, calando il lettore nei pensieri e nei gesti di Martino. Che pur non essendo assolutamente normali sono assolutamente spontanei, quotidiani, veri, privi di quell’accartocciamento da dilemma esistenziale che fa sempre comparire la sagoma dell’autore dietro un personaggio strampalato. Che ci sia una stortura seria nella psiche di questo ragazzo emerge solo dalle sue battute che non si incastrano mai con i dialoghi dei “normali”. Mica facile, bravo Desiati. Forse sta qui il candore. O nell’idea che basti scrivere un libro romantico sul porno per proporre una storia interessante. Sarò netto: l’assenza totale di trama, con un finto intreccio tenuto in piedi da miserevoli coincidenze che impongono corsi e ricorsi degli stessi inutili personaggi (le vite degli altri, quelle sì, cambiano, ma senza effetti sull’esistenza monodimensionale di Martino), mi ha quasi estenuato. E quando sono arrivato al finale… Ma no, non ve lo dico. Se no vi tolgo pure l’ultimo pretesto per leggerlo.

 

3 pensieri su “Porno romantico? A volte il Candore non basta

  1. recensione che è quasi più bella del libro.
    : )
    aggiungerei solo un paragone scomodo, ovvero PPP, inteso come archetipo umano e culturale dell’essere umano condannato all’isolamento affettivo nonché all’incomprensione (destino ahimè ineludibile ogniqualvolta si ceda alla tentazione di sporcarsi le mani coi propri bi/sogni invece di moralizzarsi in astratte categorie del pensiero).
    circa la mancanza di una trama unitaria, hai ragione. la cosa tuttavia mi pare accettabile tenendo conto del ragionevole intento dell’autore di dar corpo più a un “antiromanzo” che a un romanzo (è nella finzione letteraria che gli eventi della vita assumono una consequenzialità lineare e finalistica, mentre nella realtà d’ogni giorno eventi casuali, coincidenze e compagnia bella governano il non senso delle nostre vite).

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    1. sono d’accordo fino a un certo punto. un antiromanzo per come lo intendi tu non dovrebbe avere allora salti temporali, digressioni, cambiamenti di ritmo che sottolineano l’importanza o meno di determinate scene. qui ci sono: il protagonista racconta la propria storia scegliendo gli episodi, il che implica dar loro gerarchia e senso. ma poi, messi uno di seguito all’altro, il senso non si esplica. perché non c’è alcuna finalità. pecca secondo me sottolineata dalla paraculata di cambiare il narratore a poche pagine dalla fine.

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      1. sì, la “paraculata” non è piaciuta per niente neanche a me.
        : )))))
        però, ecco, quando affermi che “non c’è alcuna finalità” a me viene da ribadire “proprio come nella vita”!
        : )
        con ciò non voglio dire che la tua analisi letteraria non sia corretta, anzi, mi rendo conto che è molto più accettabile del mio punto di vista… in ogni caso ho l’impressione che molto dipenda da come ci poniamo di fronte alla realtà delle cose, ovvero dall’aspettarsi o meno che “gerarchia e senso” siano una proprietà emergente della materia umana.
        : )

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