Come lo definisci uno così?


Mi porta l’esempio di Guidino Cacciapuoti: Trentasei anni, tre guerre, Abissinia, Spagna, fronte russo, sia pure come lavativo, in cavalleria. Be’, parla con lui di queste guerre che ha fatto. Hai mai scoperto un’ombra nel suo sguardo? Quel segno che ti fa capire che qualunque cosa ti è successa è veramente successa a te, perché tu, vuoi o non vuoi, te la porti appresso anche dopo che te ne sei dimenticato, e anche se non lo sai ti ha cambiato? Niente di tutto questo nello sguardo di Guidino. Tre guerre, passate nella sua vita come tre nuvolette in un cielo sereno, lo guardi e lo capisci subito, nemmeno bisogno di fare tanti studi.

Ma insomma, dico io, Guidino Cacciapuoti non è un cretino qualunque, è uno di quelli che dove lo metti là se la sbriga, di quelli che non li fai fessi, e così gli è andata bene in Africa in Spagna e in Russia, niente di strano. Non è uno eccezionale come Sasà, questo no, gli manca qualche cosa, ma per esempio metti che un altro quella mattina avesse detta la sua sul Pommerì e il Clicquò, la cosa sarebbe passata inosservata, perduta in mezzo alle chiacchiere che si fanno. Invece, detta da Guidino, per forza doveva andare a finire così, con la scommessa. Tutti lo capivano non era solo spirito di contraddizione, piuttosto una questione di prestigio, per Sasà, dato che Guidino di queste cose veramente se ne intende. E poi è un bel ragazzo, di quelli che le donne subito pensano, questo sa come mi deve trattare, pensierini del genere deve aver fatto pure Carla. E Massimo invece a dire che un tipo come Guidino non si capisce, un incosciente, un disgraziato. Se Gaetano poi gli tiene mano, allora tira per le lunghe la descrizione:

Dici Africa, Spagna, Russia, e un sottile sorriso appare sulla sua faccia, come uno che pensa compiaciuto ad una sua privata bell’époque. Viene fuori la storia della mulatta in Abissinia, della spagnola che voleva uccidersi per lui e che fino a pochi mesi fa ha continuato a scrivergli querido, della russa nascosta nel camion per migliaia di chilometri di neve, nella ritirata, scaricata a Budapest perché aspettava un bambino.

E poi?

Non ne ho saputo più niente.

Ma di’ ti sei informato? 

E che m’informo a fare?

 

Lo capisci uno così? Deve avere per lo meno cinque o sei figli sparsi per il mondo, lo disse una sera sulla terrazza del Circolo, con quell’aria, sai?, di chi tutte le ha passate, proprio tutte, ma un po’ sul serio un po’ scherzando, per interessare la signora Freda Pescaròlo, e quella cretina se lo guardava con certi occhi, scommetto che lo trovava romantico. Cinque figli, anche uno mulatto. Cominci a parlare di guerra e finisci parlando di donne, di questa figliolanza di cui ha avuto notizia soltanto dalle lettere delle sedotte, lettere accorate che l’hanno inseguito puntualmente da un fronte all’altro, che s’incrociavano tra una guerra e l’altra, e qualcuna che arriva ancora, letta da Middleton, tra un Negroni e l’altro. Una volta ha dovuto scaricare il mitra, dice, su certi poveri diavoli che non si potevano fare prigionieri, un ordine. Non l’hanno turbato quelli che ha messi al mondo, non quelli che ha fatto fuori, membro e mitra usati con la stessa disinvoltura, si vuole bene, è indulgente con se stesso, senza rimorsi, contento, come lo definisci uno così?


Raffaele La Capria

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