Tua madre è morta


— Ci vado io in America a cercar mia madre. — Il padre crollò il capo, con tristezza, e non rispose. Era un pensiero affettuoso, ma una cosa impossibile. A tredici anni, solo, fare un viaggio in America, che ci voleva un mese ad andarci! Ma il ragazzo insistette, pazientemente. Insistette quel giorno, il giorno dopo, tutti i giorni, con una grande pacatezza, ragionando col buon senso d’un uomo. — Altri ci sono andati, — diceva, — e più piccoli di me. Una volta che son sul bastimento, arrivo là come un altro. Arrivato là, non ho che a cercare la bottega del cugino. Ci son tanti italiani, qualcheduno m’insegnerà la strada. Trovato il cugino, è trovata mia madre, e se non trovo lui, vado dal Console, cercherò la famiglia argentina. Qualunque cosa accada, laggiù c’è del lavoro per tutti; troverò del lavoro anch’io, almeno per guadagnar tanto da ritornare a casa. — E così, a poco a poco, riuscì quasi a persuadere suo padre. Suo padre lo stimava, sapeva che aveva giudizio e coraggio, che era assuefatto alle privazioni e ai sacrifizi, e che tutte queste buone qualità avrebbero preso doppia forza nel suo cuore per quel santo scopo di trovar sua madre, ch’egli adorava. Si aggiunse pure che un Comandante di piroscafo, amico d’un suo conoscente, avendo inteso parlar della cosa, s’impegnò di fargli aver gratis un biglietto di terza classe per l’Argentina. E allora, dopo un altro po’ di esitazione, il padre acconsentì, il viaggio fu deciso. Gli empirono una sacca di panni, gli misero in tasca qualche scudo, gli diedero l’indirizzo del cugino, e una bella sera del mese d’aprile lo imbarcarono. — Figliuolo, Marco mio, — gli disse il padre dandogli l’ultimo bacio, con le lacrime agli occhi, sopra la scala del piroscafo che stava per partire: — fatti coraggio. Parti per un santo fine e Dio t’aiuterà.

Povero Marco! Egli aveva il cuor forte e preparato anche alle più dure prove per quel viaggio; ma quando vide sparire all’orizzonte la sua bella Genova, e si trovò in alto mare, su quel grande piroscafo affollato di contadini emigranti, solo, non conosciuto da alcuno, con quella piccola sacca, che racchiudeva tutta la sua fortuna, un improvviso scoraggiamento lo assalì. Per due giorni stette accucciato come un cane a prua, non mangiando quasi, oppresso da un gran bisogno di piangere. Ogni sorta di tristi pensieri gli passavan per la mente, e il più triste, il più terribile era il più ostinato a tornare: il pensiero che sua madre fosse morta. Nei suoi sonni rotti e penosi egli vedeva sempre la faccia d’uno sconosciuto, che lo guardava in aria di compassione e poi gli diceva all’orecchio: — Tua madre è morta. — E allora si svegliava soffocando un grido. Nondimeno, passato lo stretto di Gibilterra, alla prima vista dell’Oceano atlantico, riprese un poco d’animo e di speranza. Ma fu un breve sollievo. Quell’immenso mare sempre eguale, il calore crescente, la tristezza di tutta quella povera gente che lo circondava, il sentimento della propria solitudine tornarono a buttarlo giù. I giorni, che si succedevano vuoti e monotoni, gli si confondevano nella memoria, come accade ai malati. Gli pareva d’essere in mare da un anno. E ogni mattina, svegliandosi, provava un nuovo stupore di esser là solo, in mezzo a quell’immensità d’acqua, in viaggio per l’America.

I bei pesci volanti che venivano
ogni tanto a cascare sul bastimento,
quei meravigliosi tramonti
dei tropici, con quelle enormi nuvole
color di bragia e di sangue,
e quelle fosforescenze notturne
che fanno parer l’oceano
tutto acceso come un mare di lava,
non gli facevan l’effetto
di cose reali, ma di prodigi
veduti in sogno.

Ebbe delle giornate di cattivo tempo, durante le quali restò chiuso continuamente nel dormitorio, dove tutto ballava e rovinava, in mezzo a un coro spaventevole di lamenti e d’imprecazioni; e credette che fosse giunta la sua ultima ora. Ebbe altre giornate di mare quieto e giallastro, di caldura insopportabile, di noia infinita; ore interminabili e sinistre, durante le quali i passeggieri spossati, distesi immobili sulle tavole, parevan tutti morti. E il viaggio non finiva mai: mare e cielo, cielo e mare, oggi come ieri, domani come oggi, — ancora, — sempre, — eternamente. Ed egli per lunghe ore stava appoggiato al parapetto a guardar quel mare senza fine, sbalordito, pensando vagamente a sua madre, fin che gli occhi gli si chiudevano e il capo gli cascava dal sonno; e allora rivedeva quella faccia sconosciuta che lo guardava in aria di pietà, e gli ripeteva all’orecchio: — Tua madre è morta! — e a quella voce si risvegliava in sussulto, per ricominciare a sognare a occhi aperti e a guardar l’orizzonte immutato.

Ventisette giorni durò il viaggio!


Edmondo De Amicis

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