Calamari


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È un miracolo che l’uomo abbia scoperto che il calamaro si può cucinare e mangiare. Sono due specie completamente16593410097_265ef97def_b diverse, l’uomo e il calamaro, abitano in contesti naturali del tutto differenti, non si conoscono, non si capiscono. Il calamaro è un essere insignificante, tedioso, sgusciante, insopportabile al tatto e tutt’al più penoso alla vista. Può raggiungere dimensioni considerevoli, come nel caso dell’Architeutis Dux, meglio conosciuto col nome di suddetto gigante, che arriva fino a svariati metri di lunghezza, ma per lo più l’animale non supera i venti centimetri. Esso vive in tutti i mari e gli oceani della terra, in genere a parecchie centinaia di metri di profondità, dove la luce filtra appena ed è per lui possibile imbattersi in quei due o tre miliardi di infinitesime forme di vita conosciute come plancton, suo preziosissimo alimento. Un ambiente che proprio non si confà alle abitudini di un animale bipede e inesorabilmente terrestre, dotato di straordinaria intelligenza, creato a immagine e somiglianza di un dio. Eppure l’uomo se ne ciba, lo caccia con avidità per gustarne le carni misteriose e traboccanti di sapori millenari. Carni. Una parola che ha del paradossale quando si parla di architeutis (diciamocelo, mai nome più imponente fu scelto per chiamare un essere tanto ridicolo):

due occhi spenti di cetaceo, incastonati in una specie
di corpo affusolato e alieno, fissano allibiti
tra l’esserci non esserci di minuscoli tentacoli
vispi come bambini furibondi un vuoto denso di significato
e un istinto di sopravvivenza che ha del sublime.

Ecco, le cosiddette carni si trovano tra questi enormi bulbi, avvolte in una specie di cappello da gnomo che lo tiene tutto intero e in equilibrio, e consistono in una sacca sottile piena di schifezze, poltiglie bianchicce e liquidi nerastri. Sì, insomma, avete capito: gli organi.

Qui comincia la magia. Perché quest’essere ripugnante da schiacciare, da trucidare per la sua insignificanza, da odiare in quanto microscopica incarnazione di paure inconfessabili di profondo e sindromi da capitano Achab, diventa nelle mani sapienti dell’uomo un’inaspettata prelibatezza, lo scaturire di un odorino che spalanca lo stomaco, uno stuzzichino che fa vibrare di piacere e sorpresa le papille gustative. E via, fiumi di inchiostro sprecati per descrivere in minuziosi dettagli gli svariati riti di conservazione e preparazione della ridicola bestia.

Che siano tramandati di generazione in generazione
come mistiche funzioni religiose, o pubblicati
come inserti della Settimana enigmistica in angusti trafiletti
dedicati alla cucina sfiziosa,
o ancora celebrati con parole colme di retorica
nei ricettari dei più sontuosi ristoranti,
non fa alcuna differenza: il calamaro piace.

E piace così tanto che per questo semplice e ottuso motivo viene pescato, stordito, ucciso, imballato, trasportato su grossi camion nelle pescherie o negli impianti di congelamento e poi venduto senza batter ciglio. È un business, è sterminio di massa, ha del mafioso. All’animale tutto ciò non fa piacere. Il pescatore, che non ha il coraggio di guardarlo negli occhi quando è ancora vivo, in qualche modo riesce a farla franca, sente più o meno di avere la coscienza pulita, osserva mestamente le casse gonfie della sua fatica e si augura, segnandosi, di non dover mai avere a che fare con una preparazione gastronomica a base di calamaro. Il peggio lo affrontano gli chef e i golosi avventori di surgelati. Stavolta tocca a Tania.

Il calamaro, infatti, che non ha avuto la sua vendetta, anche da morto non smette mai di osservare la sopraffina carnefice del suo corpo straziato, e fa di tutto perché si senta a disagio. La turba, le scarica addosso ogni responsabilità. Per postumo gusto sadico la punisce affliggendola con mille sensi di colpa, trasforma la cuoca in un inconsapevole chirurgo pervaso da insicura mania omicida. Pensa il calamaro: “Si, è vero, tra un po’ mi mangerai, godrai del sapore del mio organismo, magari abbrustolito in un dito d’olio, o pieno di uova con tonno, prezzemolo e peperoncino. Ma prima Tania, oh sì, prima dovrai pentirti d’aver fatto di me il vanto del tuo ventre.”

E l’ingenua sfrega sotto un’acqua gelida
l’altrettanto gelido corpicino dell’animale stecchito,
stringendolo tiepidamente tra le dita
come a ridargli forma e vitalità, per poi adagiarlo
con infinita delicatezza sull’orlo di un lavello,
i tentacoli esausti stesi come a prendere il sole.

Tania ripete l’operazione una due tre quattro volte, tante quanti sono gli ospiti a cena moltiplicati per due (e a dire il vero è un po’ sconcertata all’idea di dover poi presentare a tavola quelle misere povere flaccidità) e lancia un’occhiata ansiosa al libro delle ricette, che in quel momento, con le sue belle, invitanti foto, è l’unica cosa che le dia un po’ di fiducia.

Terminata l’operazione più semplice, Tania deve dunque fare i conti con la parte sporca del lavoro. Il calamaro infligge il proprio corpo a chi vuole profanarlo. Bisogna tagliare e gettare via la parte inferiore del cappello da cui sporgono appiccicosi filari di tentacoli e misteriose protuberanze dall’aspetto poco rassicurante. Un materiale plastico. Indeformabile, infrangibile, impossibile da incidere, figurarsi a tagliarlo. La donna non si dà per vinta. Sebbene quella creaturina priva di vita sembri dibattersi, scivolare via, guizzare dalle mani come impazzita, alla fine6930126584_e15db8d68c_k Tania ha ragione del suo capriccio e strappa via i tentacoli dal resto del corpo con un impeto d’ira. Le mani sotto uno sguardo stupefatto si tingono di un liquido denso, nero, maleodorante, che sgorga a fiotti dalla testa. Solo allora, finalmente, Tania se ne rende conto: “Certo, anche lui è un animale, deve pur avere il suo sangue! Anche lui viveva, anche lui possedeva una qualche esistenza prima che lo pescassero, lo colpissero in testa e lo gettassero nel ghiaccio della pescheria.” Filosofeggia, teorizza a ritroso la cuoca rammaricata, si giustifica, ma non comprende in realtà l’intimo dramma del calamaro. Spera a vuoto che quello sia l’ultimo afflato della bestia trucidata, l’ultima denuncia del suo essere stato macchia grigiastra e senziente spersa tra i flutti del mare.

Il peggio sembra passato, quegli occhi inespressivi giacciono non casualmente seppelliti sotto mucchietti di tentacoli viscidi e senza ormai alcun senso.

Forse il calamaro è morto davvero,
forse il calamaro non fa più paura.

E invece non è finita. Per impossessarsi delle carni del grande sopravvissuto bisogna ancora penetrarne il sacrario, profanare l’involucro che ha protetto questa piccola divinità da millenni di spietata evoluzione, spolpandolo, affondandovi con decisione indice e medio che, soli, intuiscono una complessa religione d’alveoli e ventricoli, palline mollicce, sfilano con disgusto stringhe di cartilagine e materiali bituminosi custoditi gelosamente a dargli e preservargli vita. Le dita di Tania intuiscono un silenzio; e trasmettono con scariche nervose precise come segnali morse ogni loro minima impressione al cervello, sempre più emotivamente coinvolto. Si impietosiscono le braccia, fremono le spalle, si stringe il torace, il collo si accascia da una parte. È un grottesco susseguirsi di sorprese sgradevoli, la sensazione di iniziale eccitata curiosità si piega suo malgrado all’idea di accettare sequenze infinite di organi sconosciuti, alieni, uncinati come proprie inconfessabili estraneità.

È questo il breve punto di contatto tra la donna e la bestia, quando la prima, acquisita una sofferta maturità, arriva 15860280228_c5e2f9e6f9_kinfine a provare qualcosa che, tradotto nel linguaggio di tutti i giorni, si può definire, a seconda delle gradazioni che il fenomeno assume e della sensibilità dell’interessato, compassione, pietà, pulsione affettiva o senso di riconoscimento. Le mani tremano, e per poco l’operazione si interrompe. Le mani tremano. Lasciano per un attimo da parte l’oggetto della carneficina e tornano colpevoli a rimestare coscienza tra quei tentacoli esiliati come un branco di paria iscritti al sindacato, si tuffano a cercare risposte tra quei resti scartati come escrementi di mosca. Le mani tremano. Afferrano con titubanza e rispetto quel che rimane del calamaro e vi scrutano negli occhi una pacifica, imperturbabile superiorità. Le mani tremano. Senza colpo ferire l’animale ha vinto. Concede alla donna un serafico perdono, ora ha un’espressione rassegnata e innocua e non sembra più un alieno indifferente, fa quasi simpatia il calamaro. Ne nasce una profonda reciprocità.

Ma è solo un idillio istantaneo. Come riscossa da un lungo sonno pieno zeppo di incubi Tania si accorge di tenere fra le mani una disgustosa mucillagine grigia, la ributta nel mucchio, afferra con lo sguardo spazientito la più corta delle lancette dell’orologio e si accorge che tra un po’ arrivano gli ospiti. L’olio, il sale, il pepe assistono inorridendo. Brandisce con nuova sapienza il coltello e incide regolari aberrazioni a quanto appreso.

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