Comet Inc.


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Spot riposava come al solito sulla poltrona, incastrato tra i cuscini, col suo sguardo metallico che sondava tutto quel che gli stava attorno, mentre lo studio cominciava lentamente a tingersi della luce arancione del sole al tramonto. Un mare di fogli, registri, scartoffie e buste vuote pareva esalare attraverso le fessure delle veneziane arrugginite e scrostate un’aria torrida e satura di polvere.

Accovacciato sulla grossa scrivania in mogano, una mano apatica che roteava nell’atto di difendersi dagli assalti di un moscone, stava Jonathan Muller, impiegato con la tessera n. 132647 bis, dipendente modello di terza classe, perenne aspirante vice presidente del consiglio d’amministrazione della Comet Incorporated. Un ambizioso, un irriducibile stacanovista, una zucca dura, come gli piaceva definirsi.

Sembrava ieri che aveva fatto il suo ingresso alla Comet Inc., fresco di un diploma conquistato faticosamente a pieni voti, con in testa un sacco di speranze e convinzioni. Dell’università non aveva voluto sentirne parlare, tutto ciò che desiderava era dedicare ogni sua energia a quell’azienda, per la quale, diceva, sarebbe stato disposto a rinunciare a qualsiasi altra cosa. Ai suoi genitori, che pure tanto desideravano per lui e per se stessi una laurea in economia o in marketing, non aveva dato modo di intromettersi. E la sua testardaggine, sembrava pensare mentre una strana smorfia gli increspava le guance, era stata ricompensata. Fu accolto dal presidente in persona con un caloroso sorriso e con una cordialità che promettevano tanto. Così gli era parso lì per lì: “Piacere, giovanotto, Francis Sandford McGillis

Che era poi dire il proprio nome,
senza titoli né fronzoli,
senza interpretazioni fuorvianti,
senza nulla chiedere in cambio.
Ma non era così semplice;
se di Francis ve ne potevano
essere un’infinità, e di Francis Sandford
una mezza infinità,
di Francis Sandford McGillis
doveva esisterne uno e uno soltanto,
il genio, l’ideatore e il maggior azionista della Comet.

Uno degli uomini d’affari più coraggiosi di ogni tempo. Colui che aveva reso accessibile a tutti il turismo spaziale. E dall’indimenticabile giorno di quell’incontro Muller non aveva lasciato passare un solo minuto che non fosse stato interamente speso per rendere l’azienda dove lavorava ancora più florida, ancora più grande, per scalarne poi pian piano le ripide pareti dell’apparato gerarchico ed affiancarsi infine al suo idolo.

Eppure quel tardo pomeriggio, Muller, con la sua fronte stempiata, con la barba perfettamente rasa in ogni punto del viso e con le guance maleodoranti di quel pessimo dopobarba che si ostinava ad usare, non lavorava. Rimaneva, invece, immobile e sudato dentro ad una camicia bianca con la matricola stampata sul taschino, a guardare in estasi l’ombra del suo cranio ingigantirsi sul muro a est della stanza, dove era appesa una gigantografia del logo della Comet. Inebetito, non riusciva a distoglierne gli occhi e a riprendere a lavorare.

Come se l’entusiasmo l’avesse lasciato
da qualche altra parte quel giorno,
come se improvvisamente la sua batteria
si fosse scaricata.

Scosse un attimo la testa e si ridestò dal torpore in cui era accidentalmente caduto, meravigliandosi di come era stato ipnotizzato dal decorrere monotono di quell’ennesima giornata d’ufficio. Decise di prendersi un attimo di pausa: estrasse da una cartelletta che stava sulla scrivania un foglio con una tabella accuratamente redatta, e vi registrò i minuti che aveva deciso di sottrarre al lavoro. Si mise in piedi e cominciò a muoversi lentamente, pensieroso, per i quindici metri quadrati del suo ufficio, soffermandosi di tanto in tanto di fronte alla finestra, a guardare un punto indefinito che tuttavia sembrava rilassarlo, distendergli i nervi, riposargli gli occhi. Dalla poltrona Spot miagolava con voluttà svogliata e osservava con disinteresse quell’essere sudaticcio e maleodorante che continuava a stirarsi le braccia e la schiena. Muller se ne avvide e simulando un sorriso di tenerezza distese il palmo della mano sulla lucida schiena dell’animale.

“Lavorato troppo oggi, eh Spot?”

Ma il gatto non rispose alla sua garbata ironia e lui ci rimase un po’ male. Erano passati tre minuti: senza ulteriori esitazioni si gettò nuovamente alla postazione di combattimento, come amava chiamarla, si diede una sistematina ai capelli, si stropicciò gli occhi e raddrizzò il sorriso al meglio che poteva.

“Il cliente non chiede di meglio che trovare un sorriso smagliante quando bussa a quella porta per avvalersi dei nostri servigi!”

Ricordava a memoria tutti i precetti del mentore e faceva ogni cosa per metterli in pratica quanto più gli era possibile. Era un esecutore impeccabile, pensava soddisfatto tra sé e sé, e questa piccola, confortante rassicurazione non faceva altro che rendergli il sorriso ancora più sincero ed accogliente.

Capitolo uno, paragrafo sette:

“Le mani non vanno mai intrecciate tra loro, non fanno che sudare, e ciò rende innanzitutto sgradevole la relazione col cliente in occasione del primo contatto. E, in secondo luogo, manifestando chiusura e durezza, favoriscono il disagio e il sospetto di chi vi sta di fronte. Evitare dunque le mani intrecciate, tenerle distese lungo la scrivania od occupate, stringendo magari tra le dita una penna o un sigaro: conferirà senz’altro un’aria di serietà e professionalità. Vendete prima la vostra immagine, poi il prodotto!”

E quindi lui rimaneva, per ore ed ore, come prescritto, così, immobile, col sorriso sprangato sulla faccia, con la mano sinistra distesa sul bracciolo della poltrona e la destra che stringeva tiepidamente una penna, visto che il fumo lo infastidiva, nell’attesa che qualche cliente bussasse a quella porta e facesse la fatidica richiesta dei suoi servigi. Ne aveva tanti in cui prodigarsi, lui, una marea, un’infinità che da tredici anni gli rimanevano impietosamente sullo stomaco. Ma non per questo si sentiva improduttivo. Lui anzi ce la metteva tutta.

Ogni tanto gli capitava di sentire dei passi fuori dall’ufficio, ed ogni volta si gettava con maggiore foga e determinazione nel lavoro, acuendo il sorriso, roteando addirittura la biro con disinvoltura, rendendosi assolutamente irresistibile. Invece il più delle volte tanta eccitazione scompariva nel ritrovarsi di fronte un piazzista smarritosi o al più qualche malcapitato che chiedeva indicazioni riguardo a questo o a quest’altro: ma quel pomeriggio niente, nemmeno un camionista di passaggio.

Senza accorgersene ricascò nella trappola del poster. Si ridestò immediatamente: nulla, di lavorare proprio non gli veniva, ed in più avvertiva con insolita insistenza che dopotutto erano quasi le diciotto e trenta, e in breve avrebbe timbrato il cartellino.

Segnò sulla tabella delle pause un cinque e si alzò di nuovo, non tanto per sgranchirsi le gambe, stavolta, quanto per esplorare un po’ il suo ufficio. Intento come era ogni giorno nella sua attività, in tredici anni poche volte si era concesso il lusso di ammirare il posto dove lavorava. Erano quarantacinque metri cubi di aria torrida e satura di polvere, con delle veneziane arrugginite e scrostate, attraversate vagamente dalla luce del tramonto; una scrivania con un mare di carte, buste e scartoffie, ed un gatto incastrato tra i cuscini di una poltrona. La poltrona era di velluto rosso, impolverata.

La porta, neanche a dirlo,
non la notò nemmeno;
scrutarla, tenderle le orecchie,
desiderarla aperta,
questi erano i suoi compiti quotidiani.

Ma il poster, il poster quel pomeriggio gli penetrava il cervello: era di un blu intenso, e con la luce del tramonto era blu come non lo aveva mai visto, anzi, probabilmente come non lo era mai stato. Era tutto pieno di punti luminosi, lontani astri di carta, ed in primo piano campeggiava più gialla che mai l’enorme scritta: COMET, I VIAGGI DELLE STELLE.

Un fremito d’orgoglio lo percorse: anche lui ne faceva parte. Era da quando riusciva a ricordarsi che aveva desiderato aprire un’agenzia della Comet in franchising, da quando era poco più di un bimbo, insomma. Gli adulti gli chiedevano: “Bambino cosa vuoi fare da grande?” e lui rispondeva tutto fiero, con la stessa intonazione della pubblicità: “Diventerò un uomo della Comet, i viaggi delle stelle!” e…? “…e lavorerò per Francis Sandford McGillis, l’uomo d’affari più coraggioso della storia!” Tutti gli altri bambini volevano essere piloti, capitani di vascello, esploratori; lui invece era affascinato dalla scrivania, dalle scartoffie, dall’intimo senso di sicurezza che la stabilità di un ufficio sembrava offrire.

E non si era mai posto alcun problema: anche dopo essere stato spedito nel bel mezzo del nulla, in pieno deserto del Nevada, a 200 miglia dal più vicino centro abitato, l’idea di lavorare in un’agenzia che organizzava viaggi spaziali non lo turbava affatto. Purché quell’agenzia fosse una filiale della Comet, pensava. Purché avesse la certezza di appartenere, sebbene dislocato in uno dei più inospitali eremi della terra, a quella grande, grandissima organizzazione.

“Tutto questo è solo un po’ di gavetta”, si era sempre detto con ottimismo: “Prima o poi passerà di qui qualche coppietta fresca di matrimonio a Las Vegas, e allora arriverà la mia occasione: presto i miei meriti verranno riconosciuti e comincerò a scalare”. Ma intanto erano passati tredici lunghissimi anni senza che avesse visto l’ombra di un cliente e senza che gli fosse pervenuta la notizia di un trasferimento o di una qualche promozione. Niente di niente.

Eppure era tranquillo, riceveva regolarmente un congruo stipendio che non sapeva mai come spendere e adeguate scorte alimentari. Certo di essere riconosciuto come membro della Comet S.p.a., continuava con mite fermezza a sorridere e ad attendere clienti, segnando scrupolosamente sui suoi taccuini pause-pranzo, iniziative personali, note per le altre agenzie e varie ed eventuali.

Diede un’ulteriore sbirciata all’orologio e si accorse che i cinque minuti di pausa che si era concesso stavano per terminare. Lievemente avvilito, ma solo lievemente, tornò a sedersi dietro la scrivania e riprese a sorridere, stavolta con più convinzione. Pochi istanti e avrebbe finito.

D’improvviso, senza alcuna ragione apparente, Spot prese a miagolare con insistenza. Lui guardò prima il gatto, poi la porta. Poi di nuovo il gatto e ancora la porta. Un’ennesima occhiata al gatto ed uno sguardo di speranza alla porta.

Cominciava, in maniera inaspettata,
a pochi minuti
dalle diciotto e trenta,
il solito rito dell’illusione:
alcuni passi dietro l’ingresso.

L’emozione era sempre quella della prima volta! Roteò un paio di volte la biro, si sfregò velocemente le mani, e al dischiudersi dell’uscio attaccò con fervore:

“Comet, i viaggi delle stelle! Jonathan Muller al suo servizio, in cosa posso esserle utile?”

Cavolo, aveva dimenticato di dire buonasera prima del suo nome, ma ormai la frittata era fatta; aspettava piuttosto di sentirsi dire che avevano sbagliato porta. Invece al sorriso appena appena sbiadito di lui una voce rauca e catarrosa rispose con tono cordiale.

“Piacere giovanotto! Ho bisogno del tuo aiuto per un viaggio che devo fare.”

“Sa-salve!” trovò solo il coraggio di dire, completamente nel pallone per la gioia. Il sudore gli scorreva a fiotti dalla fronte e sulla schiena. All’improvviso la camicia gli si era incollata al corpo, se la sentiva addosso come una gabbia di cotone, ed era una piacevolissima, mai provata, sensazione di nervosismo. La testa che si era affacciata nell’ufficio era quella di una vecchietta arzilla con i capelli grigiastri e radi raccolti in una lunga treccia che le penzolava sulla spalla. Portava sul naso arrostito dal sole un paio di lenti sporche e incrinate, e si intravedeva che era vestita come una pezzente. Sfoderava con un sorriso timido e grazioso una bocca quasi del tutto sdentata. Restava sull’uscio titubante, in attesa di qualcosa… ovvio!

“Si accomodi, prego, si accomodi!” L’aveva immaginata così tante volte quella situazione, che gli sembrava di dover recitare una parte a memoria provata in centinaia e centinaia di occasioni; e come un principiante era stato colto dal panico da scena. Si alzò, ridendo tra sé e sé per l’ingenuità e per la gioia, e si avventò come una furia sulla poltrona in balia di Spot. Con imbarazzo cacciò via l’animale e gettò a terra tutti i cuscini, togliendo alla meglio anni e anni di polvere e attesa.

“Ecco, ecco! E’ un po’ impolverata, ma… ecco fatto! Si sieda, si sieda! Mi dica, cosa posso esserle utile, volevo dire, in cosa posso esserle utile?” Era tutto un profondersi di sorrisi, ma l’etichetta di Francis Sandford McGillis sembrava ormai compromessa: con le mani inzuppate di sudore, col repertorio all’aria, con anche le minime regole di cortesia evase, ogni possibilità di riuscita era andata al diavolo. Più ci pensava più sentiva che il cliente non avrebbe mai comprato, e il polso gli doleva.

La minuscola vecchietta si sedette sulla poltrona, o meglio, vi affondò nello scricchiolio generale delle molle non più in grado di sostenere corpi che non fossero di felini. Poi prese a dire lentamente:

“Sai, giovanotto, ho fatto settantadue miglia per arrivare fin qui e ho la gola secca, non ce l’avresti un rinfrescante, qualcosa da bere?”

Ecco una fitta al cuore: nessuno gli aveva mai detto che al cliente andava anche offerto qualcosa da bere. Era stato preso alla sprovvista, ma non accusò il colpo. Rischiando di farla cascare per terra estrasse da sotto la scrivania una vecchia bottiglia contenente un liquido denso e nerastro e gliela porse assieme ad un bicchiere. La vecchietta, in maniera poco cortese, fece capire che non era quello il tipo di rinfrescante che desiderava. Poi, rassegnatasi alla sete e con un filo di commozione nella voce, si chinò per parlare più da vicino a Muller.

“Lo sai che giorno è oggi, giovanotto?”

“È sempre un buon giorno per scegliere i servizi di Comet, i viaggi delle stelle!”, rispose lui entusiasta, sperando grandemente che quella fosse la battuta giusta. Ma la donna pareva non aver sentito.

“Oggi sarebbero stati cinquant’anni assieme a mio marito, se lui purtroppo non mi avesse lasciato, se non se ne fosse andato, il mese scorso. Sai, i miei figli sono tutti andati a cercare lavoro su altri pianeti, sono rimasta solo io nella vecchia casa. Ed è molto triste vivere da queste parti in piena solitudine…”, e si soffermò un istante accarezzando con lo sguardo Spot, che in piedi sulle quattro zampe sembrava quasi smarrito “…forse capisci quel che ti dico. Vieni qui bel miciotto, vieni. Ah, al diavolo gattaccio!”

Muller in realtà non capiva, ma seguitava ad ascoltare la vecchia e ad attendere il momento di piazzare l’affare. Viaggiare nello spazio era sì diventata una consuetudine, ma rimaneva comunque una grossa spesa per chi desiderava farlo. E poi c’era da scegliere il tipo di viaggio, la destinazione, la classe di navetta, la categoria di lusso, tutti gli optional, insomma.

Compito suo era far lievitare il prezzo,
tentare con le parole
il facoltoso turista perché scegliesse
l’opzione più costosa.
Pian piano rientrava sui binari
che Francis Sandford McGillis
aveva tracciato per tutti
i dipendenti della Comet.
Riacquistava fiducia.

“Ricordo che per il viaggio di nozze ci comprammo un giro intorno all’orbita di Saturno. Eh, all’epoca era una sciccheria, sai, una cosa per pochi… io indossavo un abito color pesca che mi faceva sembrare una stella, mi diceva lui. ‘Gwen, sembri una stella’, mi diceva proprio così. E io ero felice, tanto felice… ma sono passati tanti anni, ormai, tanti anni…io, sai…”

“Saturno! Lei intendeva un meraviglioso giro intorno all’orbita di Saturno!” fece Muller sornione e ammiccante. “La capisco, sa: gli anelli, le sfumature del marrone, del giallo, del rosso… e poi, uhm, gli anelli! Anche io sono sempre stato affascinato da quel pianeta. Dunque pure lei è un’inguaribile romantic…”

“… a me fa schifo, invece! Detesto quel grumo circolare di ghiaccio, sassi e merda spaziale; mi fa venire la nausea, mi prende il capogiro quando lo guardo, fosse anche solo in fotografia, sul serio! Un cesso di pianeta davvero, non so cosa Gilbert ci trovasse. Ma a lui piaceva e, tu mi capisci, giovanotto, cosa non si fa per amore…” Gli occhi le si illuminarono “…era sempre stato il suo sogno, vedere Saturno. Caro Gilbert”

Di fronte alla faccia scettica di Muller la vecchia si impegnò a fondo per rivoltare le tasche e ne cacciò fuori una foto tutta spiegazzata e ingiallita. Con mano tremante gliela porse, accendendosi d’un sorriso malinconico e pieno d’orgoglio.

“Guarda giovanotto, guarda! Ero proprio una bella figliola, eh? Che ne dici?”, e poi curvandosi sulla scrivania, come per non essere ascoltata da orecchie indiscrete, disse a bassa voce: “E questo qui è Gilbert. Ah, che pezzo di uomo! Senza offesa, ma uomini come lui non ce ne sono più. In cinquant’anni mi ha rivoltata come un calzino, mi ha fatto fare dodici figli, dico, dodici! He he he…”

Muller era quantomeno interdetto. Ma insomma che voleva quella vecchia da lui? Inoltre il fatto che l’orologio segnasse le diciotto e ventotto lo indisponeva alquanto; uno dei suoi massimi principi era il rispetto degli orari d’ufficio. Per fortuna cominciava ad intuire di avere un certo vantaggio culturale sulla poveretta e decise di approfittarsene. Sfoderò un sorriso ruvido e optò per un approccio un po’ più aggressivo, capitolo due paragrafo tredici.

“Dunque, gentile signora, sarebbe così cortese da esporci il modo in cui possiamo aiutarla? Purtroppo stiamo quasi per chiudere e la dobbiamo sollecitare a essere rapida!”

Si congratulò con se stesso ed aspettò una risposta. Ma la donna in realtà non lo aveva sentito. Era assente, nell’atto di accarezzare l’immagine del marito che sorrideva. Sembrava quasi un’altra, cogli occhi lucidi e pieni di tenerezza. Intuendone il dolore, Muller esitò un istante a richiamare la sua attenzione. Poi, costretto dall’empietà dello scorrere del tempo, dovette interrompere il momento dei ricordi.

“Mi dispiace davvero molto per suo marito, posso solo immaginare la felicità della vostra vita insieme… e se c’è un modo in cui posso aiutarla, la prego, me lo dica. Forse vuole allontanarsi per un po’ da qui, sì, voglio dire, fare un viaggio per distendersi, per distrarsi. Abbiamo un mucchio di offerte in questo periodo, vuole che gliele illustri?”

Mossa vincente, Muller! Capire il cliente, sta tutto lì il segreto del successo di un buon venditore, capire il cliente! La vecchia si riscosse come fosse stata svegliata improvvisamente da un lungo sonno. Si stropicciò gli occhi umidi e si rivolse nuovamente all’uomo dietro la scrivania.

“Un po’ di allergia, scusami, con tutto questo deserto gli occhi mi si irritano sempre”, si giustificò lei asciugandosi gli occhiali. “Dicevamo? Ah si! Ero venuta qui per un motivo serio! Allora giovanotto: io voglio fare un viaggio e credo che tu mi puoi aiutare.”

“Noi della Comet siamo qui apposta per aiutarla!” Aveva aspettato questo istante per anni e non voleva lasciarselo scappare. “Dunque, cosa le posso offrire? Abbiamo proposte e tariffe per tutti i gusti e tutte le tasche: un tranquillo week-end su Venere? La rievocazione storica dello sbarco sulla Luna? Un’emozionante discesa sulla superficie di Marte? O preferisce un avvincente viaggio verso la nostra stella per osservare lo straordinario fenomeno delle macchie solari? Va molto di moda, ultimamente. Altrimenti io…”

Ma la vecchietta interruppe quel fiume in piena con una risata che franò in una crisi di tosse. Si riprese dopo qualche scatarrata, con Muller che letteralmente tremava dall’ansia. No, non erano mica cose per una della sua età, quelle! Figurarsi: un’emozionante discesa su Marte, lei, sul pianeta rosso, con quell’odioso pulviscolo rosso che si appiccica ovunque! Ma per favore. E rise ancora

“No, no, giovanotto, niente di tutto questo!”, disse poi facendosi improvvisamente seria.

Io voglio andare dal Creatore:
quando parte la prima navetta?
Ho fretta di rivedere mio marito!”

Diciotto e trentuno. Muller si concesse ancora venti secondi per non farsi prendere dal panico, poi, dopo aver scartato tutte le altre ipotesi, compresa quella del suicidio, esclamò sudato e trionfante:

“L’abbiamo esaurito! Non le interesserebbe piuttosto un’esperienza ai confini del sistema solare fino all’avamposto di Plutone? Le garantisco… le garantisco che non troverà nessunissima, nessunissima differenza… non troverà…

***

Spot riposava come al solito sulla poltrona, incastrato tra i cuscini, con lo sguardo metallico che sondava tutto quel che gli stava attorno, mentre lo studio era un mare di fogli, registri, scartoffie e buste vuote che esalavano un’aria torrida e satura di polvere. Quel tardo pomeriggio, Muller, con la sua fronte stempiata, con la barba perfettamente rasa in ogni punto del viso, e con le guance maleodoranti di quel pessimo dopobarba che si ostinava ad usare, non lavorava. Rimaneva, invece, immobile e sudato dentro ad una camicia bianca con la matricola stampata sul taschino, a guardare in estasi l’ombra del suo cranio ingigantirsi sul muro a est della stanza, dove era appesa una gigantografia del logo della Comet.

3 pensieri su “Comet Inc.

  1. Ben due refusi.
    Il primo: “Ma intanto era passati tredici lunghissimi”, erano!
    Del secondo non ne sono sicurissima: “Invece al sorriso appena appena sbiadito di lui”, forse hai scritto di proposito i due appena? In effetti, appena appena di dice.

    Comunque, la vecchietta mi è piaciuta tanto! Sincera, vera, dolce nei suoi ricordi… e poi quando ha chiesto di arrivare dal Creatore per ricongiugersi a suo marito, mi ha fatto tanta tenerezza! Forse, di fronte a lei, avrei pianto, e avrei sentito l’inutilità del mio lavoro… che porta pure le persone su altri pianeti, ma non può soddisfare alcun desiderio più profondo, come appunto di chi vorrebbe solo quello di raggiungere i propri cari. Invece, il nostro protagonista, mi è parso come un robot pronto solo al suo compito, ma non preparato ai bisogni umani, è stato insomma preso alla sprovvista 👀.
    Nel lavoro, penso sia immancabile un bel po’ di umanità, ma umanità sincera, non per “comprarsi” il cliente.
    Un racconto che fa riflettere!! 👍

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