In memoria di tutte le cose che finiscono


E da ultimo, col sopraggiungere dell’inverno, furono attaccate le piante. Cominciò la povera gente che cercava rami e foglie per il focolare spento, ma subito essa fu sopraffatta e travolta da folle organizzate ed esperte del mercato nero, che in pochi mesi rasero al suolo intere foreste di parchi, di giardini, di viali, le testimonianze secolari dell’amore che ciascuno ha per il proprio villaggio, per la propria città, per la propria patria. E lasciarono una terra che mostrerà ai venienti la sua miserabile calvizie, o forse la nudità macabra del suo teschio. E ieri, proprio ieri, è stata la volta del viale di pioppi che dalla Fornace, davanti al cancello della mia casetta, conduce a San Canziano. Nei tre anni che sono qui essi hanno accompagnato con la loro vita silenziosa la mia lenta agonia; e ho amato a primavera il prorompere della loro vegetazione in foglie verdi e bianche, ho amato nell’autunno il loro rassegnato e quasi obbediente spogliarsi; ho amato nell’inverno i tranquilli letarghi, che mai hanno risvegliato in me l’idea della morte. Nelle notti illuni, quando dormivano più profondamente, i razzi lanciati dagli aeroplani che attaccavano il ponte mi rivelavano la loro fila sempre composta, e solo lievemente stupita di quell’effimero capovolgimento dell’antico ordine della natura. E ieri, proprio ieri, sono venuti alcuni violenti armati di scure e di sega, e hanno cominciato la strage. Mi sono avvicinato, e ho riconosciuto fra essi Brighella, il figlio di Barcarola, il guardiano col quale per tanto tempo ho parlato di politica sotto quei pioppi e ho scambiato onestissimamente tabacco con uova, che si apprestava a vibrare il primo colpo. – Brighella – gli ho detto timidamente – taglierete soltanto gli alberi vecchi? –. Si è voltato verso di me con gli occhi iniettati di sangue: – Non lasceremo neanche una radice –, mi ha risposto. Ed io ho capito che con la stessa semplicità di spirito avrebbe vibrato, ieri o domani, contro di me la sua scure.

Allora sono tornato a casa, ho chiuso le imposte per non sentire lo schianto degli alberi che crollavano, e in memoria di tutti gli uomini che muoiono, di tutte le piante che cadono, di tutte le cose che finiscono, ho riletto il canto del dolore e della speranza: «De profundis clamavi ad te, domine».


Salvatore Satta

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