Gradazioni di grigio a Philipsburg


Potresti venire qui domenica per capriccio.
Mettiamo che la tua vita sia in panne. L’ultimo bacio bello
è stato anni fa. Cammini per queste strade
tracciate dai pazzi, passi davanti ad alberghi
che non sono durati, bar che invece sì, il tormentato tentativo
degli automobilisti locali di accelerarsi la vita.
Solo le chiese le tengono bene. Il carcere
ha compiuto settant’anni da poco. L’unico detenuto
è sempre dentro, senza sapere cos’ha fatto.


Adesso la principale attività produttiva
è la rabbia. L’odio dei vari grigi
che scendono dalla montagna, l’odio per la fabbrica,
per l’abrogazione della legge sull’argento, per le ragazze più amate
che ogni anno se ne partono per Butte. Un solo buon
ristorante e dei bar non riescono a cancellare la noia.
Il boom del 1907, otto miniere d’argento in attività,
una pista da ballo molleggiata:
tutta la memoria si risolve in sguardo,
nel verde panoramico di cui sai che si cibano le mandrie
o due ciminiere che svettano sulla città,
due fornaci morte, l’enorme fabbrica in rovina
da cinquant’anni che non vuole definitivamente venir giù.


Non è questa la tua vita? L’antico bacio
che ancora ti brucia gli occhi? Non è così precisa
questa sconfitta, che la campana della chiesa sembra
un puro e semplice annuncio: squilla e non arriva nessuno?
E le case vuote non squillano? Bastano forse
il magnesio e il disprezzo a tener viva una città,
non solo Philipsburg, ma città intere
di bionde torreggianti, buon jazz e alcol
che il mondo non ti permetterà mai di avere
finché la città da cui vieni non muore dentro?


Di’ no a te stesso. Il vecchio, che aveva vent’anni
quando il carcere fu costruito, ride ancora
anche se le labbra gli cascano. Un giorno di questi,
dice, mi addormento e non mi sveglio più.
Tu gli dici di no. Stai parlando da solo.
La macchina che ti ha portato qui ancora cammina.
I soldi con cui paghi il pranzo,
provenienti da chissà quale miniera, sono d’argento
e la ragazza che ti serve da mangiare
è snella e ha i capelli rossi che illuminano il muro.


Richard Hugo

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