Carlotta e le altre


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L’altra sera io e Carlotta ci siamo baciati. Sono stati baci lunghi, mordicchiati, teneri e animaleschi, i volti che si sfregavano come nasi eschimesi. Baci lenti e strascicati come un abbandono. Baci complici e innocenti come piccole bugie. Ero felice, e anche lei sembrava felice. “Stasera non ti faccio salire. Ti faccio salire la prossima volta, e ti preparo la vellutata di carote”, mi aveva detto tra un bacio e l’altro. Dopo essere scesa dalla macchina ha aperto il portone di casa sua, si è voltata verso di me e mi ha fatto l’occhiolino. Poi è scomparsa dentro il palazzo.

“Dovremmo mettere una ghigliottina sul telefono: quando squilla, stanf, viene giù e il telefono si spacca in due!”, mi dice Cecilia. “Anzi no, ci vorrebbe una specie di elettrificatore… sì, dai, come si chiama? Quell’affare che rilascia scariche elettriche… Insomma, noi lo attacchiamo al telefono e quando un ufficio stampa chiama per una cagata qualsiasi, noi pigiamo il bottone e quello dall’altra parte della linea si becca la scossa!”.

Magari.

Carlotta l’ho conosciuta per via del mio lavoro. Io faccio il giornalista nella redazione milanese di un mensile di attualità economica. E nell’accezione che ha preso oggi la parola giornalista mi occupo proprio di tutto quello che succede in una redazione: ricevo decine di telefonate al giorno, ne faccio altrettante, ricerco foto, curo gli impaginati, mi incazzo con i grafici, leggo le bozze, le correggo, ascolto tutte le indicazioni del direttore, che fondamentalmente non sa nulla di quel che faccio e poi, se rimane tempo, scrivo. I miei pezzi vanno dall’attualità all’economia, dal marketing al turismo, dai ritratti di personaggi più o meno determinanti nella società e nell’economia italiana fino alle immancabili marchette. In una parola, la parte più nobile del mio lavoro consiste nel raccattare il più velocemente possibile informazioni su una materia che mi era del tutto sconosciuta fino a dieci minuti prima, mettere insieme una mezza dozzina di domande vagamente competenti e porle a presunti grandi esperti di quella materia per poi scriverne come se non mi fossi mai occupato d’altro. Non faccio cronaca: non credo potrei mai fare cronaca, alla lunga mi disgusterebbe. Curo però un bel po’ di rubriche, tutte pubblicate sullo stesso periodico. Viaggi, enogastronomia, elettronica di consumo e arte. Ecco, Carlotta l’ho conosciuta per l’appunto a causa delle due paginette che dedico ogni mese agli appuntamenti culturali.

Di persone che fanno lo stesso lavoro di Carlotta, io ne sento veramente tante. Ogni santo giorno. Sono gli addetti stampa, croce e delizia di noi giornalisti di redazione. Mandano comunicati, inviti, pillole di notizie, remind e save the date, come spesso intitolano le loro mail. E poi telefonano per sapere se le ho ricevute, se le ho lette, se mi interessano, se ne farò qualcosa. In questa caterva di informazioni e richieste che mi si rovesciano addosso ora dopo ora raramente c’è qualcosa di utile, poche le parole spontanee, studiati e prevedibili gli scambi di cortesia.

C’è tutto un bon-ton da tastiera e cornetta
che ora non sto a spiegare, e una gradevolezza
a volte forzata che cerca di rendere amichevoli
rapporti che sono di pura convenienza.

All’inizio fai fatica a distinguere. Anche perché c’è persino chi bluffa, e ti telefona per la prima volta trattandoti come un amico di vecchia data. “Caro Domenico, è un sacco che non ci sentiamo, come va?”, e io come un grullo ci casco sempre. Ma dopo poco il meccanismo diventa talmente chiaro che pure le voci più ammiccanti e carezzevoli (sono soprattutto donne a chiamare) diventano fastidiose. Giuro. E come potrebbe essere altrimenti? Ti augurano buon anno nuovo anche se siamo a metà febbraio; c’è sempre una qualche vacanza da aspettare con ansia: Natale, Capodanno, Pasqua e il ponte del 2 giugno sono perennemente dietro l’angolo; le ferie estive diventano una profezia messianica, e un’utile moneta di scambio per attaccare bottone; ti dicono che per fortuna è venerdì; ti chiedono come stai anche se non gliene frega nulla. E soprattutto, cosa che mi fa ingarellare come un matto, si stupiscono quando rispondi con entusiasmo che va tutto bene, o che in fondo non ci si può proprio lamentare. “Oh, ma che bello quest’entusiasmo di lunedì mattina”, è la risposta standard. Naturalmente te lo dicono pure se è mercoledì, perché è bello avere quest’entusiasmo quando sei nel pieno del guado della settimana lavorativa. Stesso discorso per il venerdì: è stupendo avere ancora addosso quest’entusiasmo nonostante tutta la stanchezza accumulata durante la settimana.

Ma ripeto, pian piano ci si fa l’abitudine, e tutto quel che rimane dopo una telefonata o una e-mail particolarmente ammiccante è al massimo la curiosità di sapere che faccia ha la tua interlocutrice. Per fortuna oggi esistono Google e Facebook. Digiti il nome delle dirette interessate e se hai un po’ di fortuna riesci a trovare veri e propri reportage delle loro vacanze al mare. In bikini e con le spalle lucide di abbronzante, sorridono dietro voluminosi occhiali, oppure fanno le facce sceme o romantiche a seconda di chi abbracciano. Dovendo lavorare prima di tutto con la propria immagine, la maggior parte di queste ragazze sono a dir poco perfettamente curate. E in generale molto, ma molto carine.

Carlotta su Internet non c’è. Ogni volta, dopo che mi ha chiamato, rimango solo con la sensazione della sua voce. La sua telefonata, rapida e indolore, arriva puntuale quando lo studio di comunicazione per il quale lavora deve promuovere una mostra. Carlotta segue la Regola a puntino: i mensili si chiamano due mesi prima della prevista pubblicazione di un pezzo. I settimanali si chiamano un mese prima, i quotidiani quattro-cinque giorni prima. È la primissima cosa che ti insegnano quando fai l’addetto stampa. Ma lei va oltre. Ormai sa esattamente anche i giorni propizi in cui chiamare, i giorni in cui ho sottomano le pagine dell’arte. Il telefono squilla, sollevo la cornetta, nessuna esitazione: “Carlotta”, le basta dire. Fa sempre così, ostenta sicurezza, e sicura lo è senz’altro, almeno sul lavoro. Ha una voce erotica, lievemente nasale. Matura, liquida e ferma. Io le do 28-29 anni, ma potrebbe essere anche più grande. Parla senza fretta ma va subito al punto, ha capito che non sono troppo interessato alla chiacchiera da convenevole, che rispondo alle battute ma che non ne faccio. “Vero che mi metti la mostra d’arte islamica a Palazzo Reale sul prossimo numero?”, miagola sapientemente. “Guarda, è bellissima. L’hai visto il materiale? Ti ho già mandato tutto”. Controllo. In effetti mi ha già mandato tutto, foto comprese. È l’evento più importante che ho su Milano per quel mese, dunque la metto. “Grazie, oggi vinci il premio del giornalista preferito”.

Una battuta del genere attesta la sua vittoria,
il trionfo della sua gentile scaltra femminilità
sull’elementare giornalista maschio.
Con le donne sarà complice e discreta, quasi un’amica.
Mi ci gioco la testa. Ci salutiamo con un cortese bacio parlato.

Non è merito della sua capacità di seduzione, non soltanto, se a Carlotta ho detto di sì: quella mostra la segnalo perché Carlotta se l’è meritato. Ha chiamato come sempre al momento giusto e per una volta di più mi ha facilitato un lavoro che comunque avrei dovuto fare. È efficiente Carlotta, ed è per questo che non mi infastidiscono il suo atteggiamento ostinatamente ammaliatore, la confidenza che si prende, il modo in cui spalma le labbra sulla cornetta. Con altre che cercano lo stesso approccio senza ripagarmi con la loro professionalità, me ne rendo conto, sono volutamente più freddo. E spesso non gliela do vinta.

Mi inteneriscono invece le addette stampa alle prime armi, che incespicano, che hanno imparato un discorsetto a memoria e lo ripetono con voce claudicante di telefonata in telefonata. Dall’altra parte del telefono devono avere sorrisi sforzati e orecchie incandescenti, e qualcuno le starà scrutando, giudicandole. Guai a interromperle, guai a far loro una domanda. Vanno in panico. Sono spesso ragazze dal forte accento meridionale. Hanno lasciato Bari, Foggia, Reggio Calabria, Cosenza, Napoli e Caserta – qualcuna pure Palermo e Messina – per venire a studiare comunicazione a Milano e tentare la strada delle Relazioni pubbliche. Parlano, tentennano, deragliano su una parola e ritornano a fatica sui binari del copione. A me viene quasi l’angoscia nell’ascoltarle, qualche volta le aiuto a colmare i vuoti esitanti. Hanno tutto da imparare, per carità, miglioreranno. Tra qualche anno faranno le scarpe pure a una discreta canaglia come me. Ma una cosa è certa: per quanto potranno progredire, acquistare sicurezza, dominare l’ansia e imparare l’arte della seduzione telefonica, non saranno mai come Carlotta. Lei è così, non si sforza. A lei viene tutto naturale.

Un mesetto fa, proprio in occasione della mostra sull’arte islamica, ho colto la palla al balzo e l’ho invitata ad andare a vederla insieme, una sera. La cosa è nata così: le avevo promesso che avrei partecipato all’anteprima stampa, nel mucchio con gli altri giornalisti, ma ho dovuto disertare perché la vita da topo di redazione prevede poche distrazioni, pochissime uscite. “Noi infatti stiamo cercando un culo di piombo”, mi disse una volta un direttore che voleva assumermi nella sua redazione. Quel lavoro lo rifiutai. Io non sono un culo di piombo. E appena posso mi fiondo fuori dall’antro in cui lavoro, che è un posto pieno di facce assonnate prese a schiaffi dagli squilli del telefono. Però quel giorno il tempo di andare a un’anteprima stampa non ce lo avevo, probabilmente il giornale era in chiusura, o avevo un’intervista. Insomma, non mi ricordo perché ma non ci sono andato. L’invito lo butto lì, forse più per farmi perdonare l’assenza che per altro. Possiamo andare a vederla insieme, così mi fai da guida d’eccezione, rispondo a lei che mi aveva mandato una mail in cui mi diceva che non dovevo assolutamente perdermela. Tanto poi so che non ci andiamo, penso tra me e me. “Ma sai che potrei?”, risponde Carlotta dopo poco. Bene, allora ci si va giovedì prossimo, rilancio io, visto che il museo il giovedì è aperto anche la sera .

Dunque ho un appuntamento, ma decisamente non ho l’entusiasmo per andarci. Avevo iniziato questo mestiere da poco la prima volta che provai a uscire con una addetta stampa. Al telefono aveva lo stesso approccio di Carlotta, anzi se possibile era ancora più brillante e carnale. Ora che ci penso mi pare di ricordare che si chiamasse pure in maniera simile: Carla, certo, Carla! E mi ricordo che l’incontro con Carla, una calabrese emersa già da parecchio tempo dal bozzolo della propria meridionalità, e che aveva per di più completato in maniera perfetta la metamorfosi in effimera milanese, fu un disastro. Giuro, non per colpa mia: lei, che aveva preso l’iniziativa, lei, che aveva insistito per vedermi, si presentò all’appuntamento con due energumene in jeans a vita bassa, due sue amiche che – si vedeva lontano un miglio – avevano la stessa voglia di socializzare di un paio di rinoceronti rosa. La vecchia tattica: erano lì per ripararla da miei eventuali assalti di noia. O peggio, da qualsiasi approccio galante. E a scanso d’equivoci, erano tutte e tre arrivate con una scusa già pronta per potersene andare via subito: di lì a mezz’ora sarebbe arrivato lo zio di una di loro all’aeroporto di Linate, quindi dovevano scappare per andare a prenderlo. Ah, ma io non mi feci scoraggiare: tutto sommato mi difesi bene, imbastii con loro una chiacchierata che durò tutta quella mezz’ora, e fui anche divertente, tanto è vero che una delle energumene mi lasciò il numero. “Magari ci si sente”. Dopo quel giorno non l’ho mai più vista né sentita, l’energumena. Ma nemmeno Carla. Ancora oggi mi chiedo perché mai avesse insistito tanto per incontrarmi.

Ecco perché, sebbene fossi stato io a gettare il sasso, ero così poco entusiasta all’idea di vedere Carlotta. Tuttavia mi sono vestito decentemente, quel giovedì. Mi sono portato al lavoro una spazzola e nel bagnetto della redazione mi sono pettinato alla bell’e meglio. E ho aggiustato il sorriso oltre alla barba, per non sembrare del tutto scoglionato al pensiero di passare un paio d’ore con una perfetta sconosciuta a cui non interessava nulla di me, se non le quattro righe mensili della rubrica con gli appuntamenti d’arte.

A proposito, l’appuntamento è alle otto, all’ingresso di Palazzo Reale. Io, quando il giornale non è in chiusura, alle sei ho già spento il computer, salutato i colleghi e con la musica nelle orecchie fendo la sera di Milano per intrufolarmi il prima possibile nella stazione della metropolitana, che mi riporta fuori città, dove abito. Col cervello stretto tra le cuffie provo a dimenticare quanto a volte mi pare disperata Milano. E quella impassibile routine che corre intorno a me sembra in qualche modo attenuarsi, girare meno in fretta. Gli occhi bassi, i passi ansiosi, le sigarette strette tra le dita o aspirate avidamente insieme allo smog, le macchine che si fermano e ripartono, tutto assume l’aspetto di un film muto che scorre fuori a un finestrino. E Milano, anzi i suoi abitanti, che mi paiono sempre in movimento per evitare di fermarsi a riflettere se stanno facendo la strada giusta, assumono in questo modo la parvenza di sagome dense di storie, gente con un’espressione sulla faccia, con un posto da raggiungere e uno a cui tornare. Mi sembrano persone.

Spesso mi chiedo se pure io appaio a loro tanto triste
quanto loro lo sembrano a me.

Così quel giovedì ho spento il computer alle sei come sempre, ma constatando amaramente che rimanevano due ore di nulla davanti a me. Considerato che poi avrei dovuto passarne almeno altre due con questa Carlotta – o con sue eventuali guardie del corpo – ho provato a rifugiarmi in Miriam, una mia collega, che è anche un’amica. Qualche giorno prima Miriam mi aveva confessato di essersi incapricciata dell’idea di comprare un collare di finti Swarovski a Zoe, la sua gattina. E io l’avevo soavemente presa per i fondelli quando mi aveva detto che non appena avesse avuto un po’ di tempo sarebbe andata a cercare la chincaglieria in centro, in un negozio specializzato di cui le avevano detto un gran bene. Si tenga presente il fatto che lei, originaria di Roma e per anni insediata in un appartamento nel cuore di Milano, oggi vive controvoglia a casa del suo fidanzato, in un paesello sperduto della Brianza. In Culonia, come dice lei.

Di tutta questa storia, Miriam dirà:

“Certo che è una reazione strana. Secondo me deve essersi fatta prendere dal panico. Probabilmente ha vissuto un’emozione forte, inaspettata, che in qualche modo l’ha disorientata. Altrimenti non si spiega”

Miriam, le faccio sornione mentre sta archiviando delle foto con la faccia infissa nel monitor, ti va di fare un giro in centro? Non dovevi andare a cercare il collarino per Zoe? Ci andiamo insieme, ti ci accompagno. E ti offro pure un panzerotto da Luini. Capirai, quella non vede l’ora di svagarsi un po’, di far risuonare i tacchi sotto i portici di San Babila, di respirare ancora l’elegante confusione della metropoli. Non ci vuole niente a convincerla, anche perché è una zozzona impenitente, e il panzerotto di Luini è per lei un’esca irresistibile. Si mette il giaccone e ci avventuriamo a braccetto per una Milano umida e intima. Mica lo nego: ho sempre avuto un debole per Miriam. Anche se, pur essendo al di là del bene e del male una splendida ragazza, fisicamente non è proprio il mio tipo. Miriam è atletica, col seno piccolo da amazzone, ha una pelle tesa e secca, lineamenti decisi e lunghi, sottili capelli biondi. Ma non è questione di conformità fisica. I suoi occhi verdi e immobili scrutano le cose con una studiata rassegnazione, che quando meno te lo aspetti sa trasformarsi in malizia. È dolce e sorridente, a volte un po’ timida, al lavoro come con gli estranei. Ma basta un nonnulla, una battuta messa al posto giusto, una situazione che la faccia sentire a proprio agio, che tira fuori tutta la sua genuina romanità. E nell’invettiva, nel fare umorismo caustico Miriam ha del lapidario, qualcosa di geniale. E poi è incantevole, sinuosa nei gesti. Si muove dondolando una tristezza piena di fascino. La sua immagine è conturbante e malinconica come un solo di sax di Gato Barbieri. Ecco, a me Miriam ricorda Jeanne, dalla colonna sonora di Ultimo tango a Parigi. Rimane quel piccolo particolare che è fidanzata, e convivente. Il che basta e avanza per farmi passare qualsiasi grillo per la testa.

Siamo io e lei per Milano, forse è la prima volta che usciamo insieme di sera, e l’appuntamento con Carlotta è un ronzio lontano, quasi inesistente. Sembra stia per piovere, ma non si decide. È fine gennaio, ma non fa freddo. Io e Miriam camminiamo all’unisono, scherzando come una coppia affiatata. I binari dei tram luccicano, la città si svuota, s’infittisce di una bellezza inconsueta.

E l’idea dell’appuntamento con Carlotta
è nient’altro che un fastidio.

All’interno di quel famoso negozio di chincaglierie per animali ci hanno accolto due commesse che sembravano top model. Avevano vertiginosi sandali ai piedi, cinematografici capelli lunghi e minigonne ridottissime ma veramente di classe. Una era bionda, l’altra mora. Ci hanno salutato col sorriso, però svogliatamente e con un filo di disprezzo nello sguardo. E questo, credo di parlare a nome mio e di Miriam, ci ha un po’ indisposto. Dopo esserci guardati intorno, tra elaboratissime ciotole laccate, collari con fibbie d’oro e fantascientifici giochini di plastica, ci siamo resi conto che quello che cercava Miriam non c’era. In realtà lo avevamo trovato un collarino con qualche rado brillocco attaccato qua e là, però di certo non era l’oggetto semplice ma voluttuoso che immaginava lei: una specie di girocollo intarsiato di (finti) brillanti che avrebbe reso la randagina Zoe simile a Duchessa, la protagonista degli Aristogatti. Quando per scrupolo abbiamo chiesto a una delle due top model se per caso non avevano un collarino tutto pieno, fitto fitto, intessuto, diciamo così, di finti Swarovski, quella dall’alto dei suoi sandali ci ha risposto un po’ scocciata, indicandoci proprio l’oggetto scialbo e triste che avevamo adocchiato poc’anzi. “Ecco, questo lo abbiamo fatto noi con le nostre mani, e con veri Swarovski”, ha spiegato trasudando orgoglio. Ah beh. Il prezzo non l’abbiamo nemmeno chiesto. Ce ne siamo andati ringraziando ipocritamente.

Dopodiché, aspettando che si facessero le otto, siamo entrati in un paio di negozi d’abbigliamento. Io odio entrare nei negozi d’abbigliamento. È una cosa che detesto fare quando devo comprarmi dei jeans nuovi – e ne compro solo quando mi accorgo che i vecchi hanno il buco all’inguine – figurarsi la rottura di entrarci con una donna che più che comprare vuole solo lustrarsi gli occhi, giocare a poker con le grucce dei vestiti appesi. Invece accompagnare Miriam a provarsi un po’ di vestiti è stupendo: ne approfitto, ad ogni cambio d’abito, per descrivere il suo corpo, facendole notare cosa di quel capo lo esalta e cosa invece l’affossa. Naturalmente non è vero nulla, è solo un pretesto per dirle che ha un collo sensuale e un culo formidabile. Ma mi pare di avergliela detta in altri termini, questa cosa del culo formidabile.

Squilla il telefonino, è Carlotta.

“Sono Carlotta. Hai letto la mia mail?” Non l’avevo letta: come ho detto alle diciotto e trenta secondi ero già sgusciato via dalla redazione. Ha la voce affannata, ansima. “Sono veramente mortificata, anche se te lo dico sinceramente: sono più angosciata che mortificata. Mi ha chiamato un vicino e mi ha detto che sono entrati in metà degli appartamenti del mio condominio. I ladri. Ora sto correndo a casa in bicicletta! Mi spiace tanto, ma dovremo rimandare la nostra uscita…”

A me non sembrava vero. Che si trattasse solo di una frottola per scansare l’appuntamento o che fosse successo sul serio, in quel momento riuscivo solo a pensare che tutto a un tratto non dovevo più mollare Miriam per questa estranea. Naturalmente mi spiaceva per Carlotta, soprattutto perché non sapevo come fare – e francamente non avevo alcun titolo – per aiutarla. Figurati, ma stai scherzando, la rassicuro. Non preoccuparti… Ma almeno c’è qualcuno che possa darti una mano, le domando.

“No, nessuno…”, esita. “Beh, c’è il mio vicino”. E poi, facendo vibrare l’ugola: “Sai, io sono una ragazza che vive da sola…

Non ho alcun dubbio sulla voce di Carlotta. Una qualche antica divinità deve aver campionato la modulazione del canto delle sirene, e poi l’ha trasfusa nella gola di questa giovane donna. Ogni frase, ogni parola che pronuncia è un accordo sensuale, e pare un’allusione, un invito. Così arriva al mio orecchio la voce di Carlotta. Dunque Carlotta è una ragazza che vive da sola, e senti con che tono me lo viene a dire! La mia fantasia, per un attimo, galoppa. Carlotta invece pedala: deve correre a casa, ché potrebbero esserci stati i ladri.

Giusto, certo, ciao! Ci salutiamo sbrigativamente, ma con la promessa di rimandare il tutto al giovedì successivo. A me basta e avanza: la settimana dopo, se Carlotta avrà voglia, mi ricorderà del nostro appuntamento. Se non lo farà, molto probabilmente quella dei ladri sarà stata solo una fola. Nel frattempo io mi godo la serata con Miriam.

Quando le ho detto della buca di Carlotta, Miriam mi ha sorriso maliziosa. La storia dei ladri in casa le sembrava poco verosimile, e come darle torto. A me in questo giro di appuntamenti presi, disdetti e riciclati veniva quasi il sospetto che Miriam a sua volta sospettasse che m’ero inventato tutto per stare solo con lei, quella sera. Ma tant’è… “Peccato”, mi ha detto, “ti eri vestito anche carino…”. Abbiamo fatto un po’ di congetture su quella strana telefonata e poi non ci abbiamo più pensato. Siamo entrati e usciti da un altro paio di negozi, lei mi ha fatto un altro paio di sfilate e poi siamo andati a comprarci i panzerotti, che ci bruciavano tra le mani, i sacchetti frusciando allegramente, mentre ancora non si decideva a piovere. Il modo in cui Miriam mangia è bellissimo: è golosa, e le guance quando mastica qualche porcata si gonfiano di libidine. È quasi buffa, lontana anni luce da quell’impalpabile barriera di tristezza che spesso la circonda. Chissà a cosa pensa.

La sera poi è scemata così, senza colpi di scena o piacevoli incidenti. Chiacchiere amichevoli, nemmeno troppo intime, fino a quando ci siamo separati in metropolitana.

Rientrato a casa trovo il gatto che mi aspetta affamato solo di coccole. La pappa, che gli avevo lasciato abbondante in previsione dell’uscita, gli è persino avanzata. Guardo il cellulare e c’è un messaggio di Carlotta. Mi dice che la situazione che ha trovato nel suo appartamento non è nulla di troppo grave. Si raccomanda di non scriverle mail il giorno dopo, perché non sarà in ufficio, la sua posta verrà letta da altre persone e non vuole che si sappiano i fatti suoi. Le rispondo, la tranquillizzo, e penso che quella dei ladri era proprio una palla. Probabilmente non avrò mai più notizie di Carlotta, se non attraverso i suoi comunicati.

Invece la settimana dopo, il mercoledì, Carlotta sbaraglia i pronostici miei e di Cecilia, a cui naturalmente avevo spifferato ogni cosa, e mi scrive. Tutto confermato per l’indomani: appuntamento alle diciannove, sempre a Palazzo Reale. Quasi speravo non si facesse più sentire, anche perché già la sera del mercoledì avevo promesso a Marilena, una vecchia amica, di vederci. E mi pare di averlo già detto o per lo meno fatto intuire: in linea di principio a me non piace stare a Milano più del tempo strettamente necessario, che è il tempo del lavoro. Invece così mi toccavano due sere di seguito – e per di più proprio in mezzo alla settimana – da sprecare in questa città ruvida e disadorna.

La serata con Marilena è stata la stessa di sempre. Basti sapere che lei è una donna sui quaranta, sola, che ha scoperto da pochissimi anni chi è, cosa le piace fare e le persone che le interessano davvero. In altre parole, sta cercando disperatamente di recuperare il tempo perduto su tutti fronti della sua esistenza. A volte mi sembra che si sforzi di dimostrare un entusiasmo che non ha. Ma la sua impalcatura di ottimismo sorregge il suo presente in bilico, in qualche modo le dà forza e vitalità. Sono consapevole che ha un’ammirazione sconfinata per me, mista a qualcos’altro di cui non ho mai voluto indagare la reale natura. Non è bella, nemmeno brutta. Ma la sua spontanea dolcezza a volte la rende attraente. È intelligente, colta, sensibile. Eppure c’è qualcosa di lei che mi repelle: non riesco ad accettare l’idea di stare con una donna di dieci anni più grande di me che non ha ancora capito esattamente cosa fare della propria vita. Sarebbe castrante, perché dovrei sopportare da una parte l’attesa infinita della sua completa maturazione, dall’altra tutta la frustrazione che nasce dalla sempre più dura consapevolezza di una acerbità incolmabile.

Di tutta questa storia, Marilena dirà:

“Deve aver vissuto con te qualcosa di bellissimo. Chissà che magia le hai regalato. È spaventata, sì, e probabilmente è stata costretta a mettere in discussione tutte le convinzioni che aveva. Nelle tue parole, in quello che mi hai raccontato, c’è tutto il capolavoro di te che ami ma osservi e giudichi. Non è finita, te lo dico io”

Dunque quella sera sto con Marilena, e dopo la nostra tradizionale cena giapponese facciamo tardi. La mattina dopo, il giorno dell’appuntamento con Carlotta, sono totalmente rincoglionito, e se possibile ancora più svogliato all’idea di incontrarla. Il pensiero di dovermi impegnare per essere piacevole o almeno non noioso mi tormenta già dal mattino, mentre mi lascio sciogliere sotto la carezza bollente della doccia. Indosso la prima cosa che capita, non saprei dire se mi aggiusto la barba o meno, ed esco di casa con la vaga intenzione di dare buca alla ragazza dalla voce di sirena, ammesso che non sia lei a pensarci per prima.

In redazione la prima cosa che noto accendendo il computer è una mail da parte di Marilena. L’oggetto dice “The day after”, e il messaggio, sostanzialmente, è una mia elegia. Dopodiché mi ringrazia per la bellissima serata e si augura che capiti presto di nuovo. Le rispondo ringraziandola a mia volta, ma il tono – cosa del tutto inusuale per me – è dimesso, le parole neutre, banali. Marilena è stata accuratamente abituata a questo modo di comunicare che non mi appartiene, non ci farà troppo caso, o almeno spero. Comunque meglio far passare qualche mese prima di risentirla.

Dopo poco mi scrive Carlotta, e mi dà indicazioni sul dove e quando per la nostra serata. Ora ci penso. Penso a che faccia avrà la ragazza dalla voce di sirena. Inavvertitamente mi viene da chiedermi: come mi tratterà? Sarà distaccata? Formale? O forse una persona alla buona? Di sicuro avrà classe. Già, ma come me la porgerà, questa classe. Le domande si infittiscono man mano che passa la giornata.

E la giornata, senza colpo ferire, passa in un lampo.

Sto già attraversando piazza Duomo, sono a pochi metri da Palazzo Reale, a passi lenti. Tra qualche istante la incontrerò, e ancora mi sto tamburellando la testa con le stesse identiche domande. Lo ammetto, in questo momento la curiosità ha preso il sopravvento sulla noia. Ma anche se mi sorprendo a considerare che sono vestito veramente come un pezzente, continuo a tenere il pensiero ben ancorato all’idea che l’incontro con Carlotta potrebbe pure essere una rottura colossale.

Sono un po’ in anticipo, e l’aspetto per una decina di minuti. Davanti a me passano almeno cinque donne che potrebbero essere lei. Una di loro è raccapricciante, e il cuore mi si tuffa nello stomaco quando mi accorgo che mi guarda con insistenza. Si avvicina. Cazzo, ma indossa una giacchetta leopardata, e non ha trent’anni, ne ha almeno quaranta. Biondastra con la permanente, gli occhi incavati e la pelle rugosa. No, ha più di quarant’anni. Mi sorride, io istintivamente abbasso lo sguardo. Ti prego fa che non sia lei. Tira fuori il cellulare, chiama. Sta chiamando me per vedere se rispondo, se sono io quello che ha di fronte a sé. Stringo il cellulare nella mano in tasca. Lei mi passa a pochi centimetri e comincia la conversazione. Non era Carlotta, per fortuna. Proprio di fronte a me compare uno gnometto catanzarese. Scuro, imbacuccato fino al naso. Ha un viso che non capisco, tutto cappuccio e occhiali com’è, e mi chiede: “Aspetti Carlotta?”.


CONTINUA…

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