Un amore è sempre uno scandalo


Di solito la scrittura di Dino Buzzati, la sua cronaca, la sua narrativa, gli schemi mentali e comportamentali dei suoi personaggi ricalcano essenzialmente quel che traspare dalle decine di fotografie che gli ha scattato l’Italia borghese del boom economico: un uomo mite, gentile, dai modi pacati ma dallo sguardo vigile e intelligente. Sempre impeccabile nelle sue sobrie maniche di camicia, sempre garbato nel porgere una mano delicata – che però sa arrampicare le Dolomiti – e nel rivelare un sorriso e un naso pietrosi, ma benevoli. Certi silenzi si intuiscono, tuttavia. Sono anzi piccole voci, le voci inquiete di un animo che, in alcuni racconti, anche quelli più fiabeschi, bisbigliano sommessamente: sottili, oscure ansie cittadine, solitudini d’ospedale, rapporti familiari inceppati dal non detto trasudano in molte delle storie di Buzzati, a prescindere dall’epoca e dalla geografia in cui sembrano essere inseriti. Però con un garbo nell’essere surreale che per esempio invece manca a Kafka, autore a cui spesso Buzzati è stato – secondo me impropriamente – paragonato. Tutto questo non vale per Un amore [Milano, Mondadori, 1963], l’ultimo romanzo di Dino Buzzati, che per molti versi ribalta in extremis la prospettiva su una vasta produzione letteraria e su un’esistenza improvvisamente messe a nudo dallo scandalo, dalla rivelazione, dalla disperazione urlata della paura di morire. O di scoprirsi morti da sempre.


PRIMA DI INCONTRARE UN AMORE

La trama di Un amore è infatti autobiografica: il titolo di un’essenzialità quasi sconsiderata evoca la forza e la banalità di una vicenda, una relazione, che tanto può essere insignificante per chi non la vive in prima persona, tanto può essere scarnificante per chi, come Buzzati, ne è stato succube. Dico subito che l’infinito merito dell’autore sta nell’essere riuscito a fondere queste due dimensioni. Chi legge Un amore diventerà pian piano il protagonista, sarà travolto dalla sua soggettività, proverà sulla propria pelle tutto il disagio e l’esaltazione di chi vive l’ansia dell’amore in maniera viscerale e autodistruttiva. L’immedesimazione avviene lentamente, in modo quasi impercettibile, e segue lo sprofondamento di Antonio Dorigo, affermato e colto architetto della Milano anni ’50, da una vita incasellata nelle abitudini e nelle certezze dei ruoli sociali a una dipendenza che lo porterà sull’orlo del tracollo. Dorigo ha più o meno la stessa età di Buzzati, e con l’autore ha in comune anche un aspetto e un modo di fare simili, oltre a un’oggettiva difficoltà a relazionarsi con le donne. Dorigo, come molti altri uomini dell’epoca e di tutte le altre epoche, va a puttane. Non per necessità – lo ammette lui stesso – ma per vizio. Ha una ruffiana di fiducia che gli presenta ragazze giovani e belle, ragazze pronte a tutto, ragazze che se dovesse conquistare nella maniera tradizionale gli porterebbero via tempo, pensieri e denaro – paradossalmente molto più denaro di quanto chiede una prostituta – e senza garanzia di arrivare al dunque. Ma non è solo questo. Per Dorigo è prima di tutto una questione di turpe compiacimento.

Che cosa meravigliosa la prostituzione, pensava Dorigo. Crudele, spietata, quante ne restavano distrutte. Però che meravigliosa. Si stentava a credere che possibilità del genere potessero esistere nel mondo d’oggi, così regolamentato e squallido. Il sogno realizzato, a un colpo di bacchetta magica, per ventimila lire. Per ventimila lire, anche per meno spesso, avere subito, senza la minima difficoltà e pericolo, delle figliole stupende che nella vita solita, fuori del gioco, sarebbero costate una quantità di tempo, di fatiche, di soldi e poi magari al momento buono capaci di bruciare il paglione. Mentre qui! Una telefonata. Un breve percorso in macchina, sei piani di ascensore, ed ecco già la ninfetta stava togliendosi il reggipetto, sorridendo. C’era del male nel fare questo? Non mancavano a Dorigo gli scrupoli morali. Ma per quanto ci avesse pensato a lungo non era riuscito a trovare il punto debole. Se tutti facessero come me, sarebbe peggio o meglio? si chiedeva. E non vedeva il possibile danno. Eppure, c’era dentro qualcosa di turpe. […] Il perverso compiacimento di vedere una cosa bella, giovane e pulita, assoggettarsi come schiava alle pratiche più sconce? L’assaporare lo spasimo dell’umiliazione corporale di cui la ragazza certamente non è consapevole, anzi lei quasi se la spassa e si diverte e ride ma nel fondo del suo animo qualcosa intanto si contorce e si ribella e vomita ma lei ride, fa i giochetti, arrovescia indietro la testa, gli occhi chiusi, la boccuccia anelante, come fosse in paradiso? Ma soprattutto c’era forse in questo suo sentimento la traccia incancellabile dell’educazione avuta: cattolica, severamente avversa ai fatti sessuali. Per cui fra lui e le donne giovani c’era stata sempre una barriera, e le donne erano qualcosa di illecito e l’atto carnale una specie di mito. Di qui la sensazione che per una donna l’andare in letto con un uomo fosse un episodio importantissimo che coinvolgeva per così dire, sia pure per pochi minuti, l’intera sua vita. E il constatare poi che ciò non doveva essere vero, che migliaia di donne erano disposte a praticare, per un esiguo compenso, maschi sconosciuti, e l’averle lui stesso frequentate per decenni, non era servito a distruggere quell’idea. Ogni volta, quando la prostituta si spogliava nuda dinanzi a lui, gli pareva un fatto quasi inverosimile, stupendo, paragonabile a una fiaba.


COMINCIARE A VIVERE, COMINCIARE A MORIRE

Va tutto bene fino a quando, per puro caso, Dorigo è costretto a rivedere una delle ninfette – la Laide, nemmeno una delle più belle tra l’altro – e a instaurare con lei un dialogo che va oltre i soliti discorsi da letto. Per Dorigo, del tutto impreparato a un tête-à-tête che non sia puramente sessuale, è un fulmine a ciel sereno. Dorigo è curioso e assetato, ne vuole ancora, vuole di più. Per questo chiede alla ragazza di incontrarsi privatamente senza più passare dalla ruffiana. Comincia così un rapporto confidenziale, per quanto confidenziale possa essere il rapporto tra una prostituta e il suo cliente, che schiude nuove meraviglie alla fantasia dell’uomo.

Per di più in letto la Laide perdeva quell’aplomb disdegnoso a cui teneva tanto quando per esempio camminava per la strada, nuda risultava più bambina soprattutto per la piccolezza delle tettine e per il bacino molto stretto, e lei stessa probabilmente se ne rende conto e ne gode e allora finalmente si sente lei padrona della situazione e vittoriosa, fingerà di non accorgersi che nella lotta le si è sciolto il chignon e i capelli neri si spanderanno intorno come l’inchiostro da un bottiglione infranto e allora si abbandonerà con lui, sorridendo, a vanitose confidenze così candide da renderla ancora più bambina. «Sai che cosa ho io?» gli dirà. «Che sono ancora una bambina ma sono terribilmente femmina.» «Una volta un ragazzo mi ha detto» racconta «io ero ancora piccolina avrò avuto neanche dodici anni, mi ha detto: tu Laide sei nata per fare impazzire gli uomini.» «Sai che cosa sono io?» gli dice, nell’improvvisa eccitazione di un lieto ricordo, uno dei pochi forse che possiede, quasi pronunciasse una formula magica che la riscatti dalle miserie, solennemente. «Io sono la nuvola. Io sono il fulmine. Io sono l’arcobaleno. Io sono una bambina deliziosa.» È nuda, inginocchiata sul letto, aperta dinanzi a lui, lo fissa con occhi impertinenti. E sporge con quel suo moto caratteristico le piccole labbra sottili, infantile provocazione e sfida. Mentre Antonio la fissa in adorazione, intimidito da tanta sapienza istintiva, lui con tutto il suo ridicolo armamentario letterario nella crapa.


Esatto: la Laide incarna una vitalità e una genuinità talmente prorompenti da scrostare tutte le sovrastrutture borghesi di Dorigo, mettendo a nudo il vero squallore della situazione: ovvero che lui, fino a quel momento, paragonato a quel momento, non aveva mai provato nulla. Da qui a pensare che dunque non si è mai vissuto, il passo è breve, ed è una considerazione devastante. Rinunciare alla Laide – che conscia del proprio potere non fa nulla per mascherare il fastidio per il noioso pedante Dorigo – significa rinunciare alla vita, che esiste, e che è appena stata scoperta. Non è la gelosia, non è l’illusione di possesso, né la pretesa di rispetto per i propri sentimenti. È questo, più di ogni altro, il terrore che uccide Dorigo ogni volta che pensa all’eventualità di non vedere più la ragazzina. La paura della morte e il suo inevitabile avvicinarsi si manifestano solo nel momento in cui si scopre la vita. Lui perfettamente consapevole dei ruoli, lui del tutto rassegnato all’impossibile che sta elemosinando al destino, è disposto a qualsiasi cosa pur di tenere accesa quest’ultima fiammella, senza rendersi conto che è già divampata in un fuoco distruttore.

E tutto quello che non era lei, che non riguardava lei, tutto il resto del mondo, il lavoro, l’arte, la famiglia, gli amici, le montagne, le altre donne le migliaia e migliaia di altre donne bellissime, anche molto più belle e sensuali di lei, non gliene fregava più niente, andassero pure alla totale malora, a quella sofferenza insopportabile soltanto lei, Laide, poteva portare rimedio e non occorreva neppure che si lasciasse possedere o fosse specialmente gentile, bastava che fosse con lui, al suo fianco, e gli parlasse e magari controvoglia fosse costretta a tener conto che lui almeno per alcuni minuti esisteva, solo in queste pause brevissime che capitavano di quando in quando e duravano un soffio, soltanto allora lui trovava pace. Quel fuoco all’altezza dello sterno cessava, Antonio tornava a essere se stesso, i suoi interessi di vita e di lavoro riprendevano ad avere un senso, i mondi poetici a cui aveva dedicato la vita ricominciavano a risplendere degli antichi incanti e un sollievo indescrivibile si spandeva in tutto il suo essere. Sapeva, è vero, che tra poco lei se ne sarebbe andata e quasi subito lo avrebbe di nuovo uncinato l’infelicità, sapeva che dopo sarebbe stato ancora peggio, non importa, il senso di liberazione era così totale e meraviglioso che per il momento non pensava ad altro.


AL PEGGIO NON C’È MAI FINE

È quando Dorigo non ha più scampo, quando ammette di essere perdutamente innamorato della Laide, che Buzzati dà un giro di vite alla storia, trasformandola nella sistematica distruzione della dignità di un essere umano. Giuro, a volte l’empatia e quindi la sensazione di malessere è così forte che viene da chiudere il libro. Si va avanti solo per capire fin dove il protagonista riesce a spingersi. Ma non c’è limite alle umiliazioni autoinflitte a cui andrà incontro Dorigo, ghermito dalla strafottenza di una ragazzina che lo tiene delicatamente in pugno dicendogli esattamente quel che un illuso vuole sentirsi dire.

Confusamente egli capisce che tante cose non ingranano, nella storia che lei gli racconta. La Scala, le fotografie, la balera, la famiglia, il cugino, la signora Ermelina, tante cose che è difficile mettere d’accordo. Eppure, quando lei parla, ogni dubbio se ne va. Tale è il genuino accento di quella ragazzina. No, è impossibile che dica delle bugie. Ci sarebbe un sia pur lievissimo tentennamento, incertezza, nota falsa, titubanza. E lui è lì, teso, a scrutarla, a decifrarla. E lui è intelligente, lui è di una sensibilità addirittura morbosa nel percepire le più sottili sfumature. Una ragazzetta come Laide, così lontana da ogni complicazione psicologica? Solo che tentasse di inscenare il minimo inganno, lui se ne accorgerebbe immediatamente.

Le bugie della Laide sono incastri perfetti, sono pretese di fiducia, ricatti che fanno leva su tutto ciò che Dorigo non vuole sapere. E cioè che la Laide è una puttana. E che se rimane con lui è solo per i soldi. Ma è al tempo stesso con questo dubbio che Buzzati – pardon: Dorigo continua a fustigarsi, a punirsi nella convinzione di non essere mai all’altezza di ciò di cui è innamorato: tutta l’antica, spontanea, esuberante vita di chi esiste ai margini dei rapporti socialmente accettati. Ora che ci penso, è la stessa energia di cui si stava invaghendo proprio in quegli anni, a Roma, Pierpaolo Pasolini. Per certi versi anzi Buzzati e Pasolini proiettano le stesse immagini e le stesse speranze sul sottoproletariato, pur partendo da due presupposti completamente diversi. Buzzati era all’apice della carriera, sazio e affermato, ma arido e inconsapevole. Pasolini era un giovane intellettuale omosessuale e disoccupato che cercava un pretesto per affermare la grandezza a cui intuiva di poter arrivare. Gli anni ’50, con la loro irripetibile alchimia, hanno fatto il resto. Mica male.


ADELAIDE È ALMERINA?

Al di là della straordinaria abilità narrativa di Buzzati e di un uso efficace del monologo interiore, non ci sono cazzi: certe cose non possono essere raccontate, e in modo così straziante e vero, se non le si è vissute. E Buzzati ha davvero vissuto una relazione devastante con una donna molto più giovane di lui. Una relazione tanto devastante da diventare una storia. Forse il fatto che la Laide sia una prostituta è solo un artificio letterario, ma non mi stupirei se ci fosse del vero… Attenzione: devo avvisare i maniaci della trama che quanto sto per scrivere è un potenziale spoiler, anche se non credo che il valore di questo libro sia nella trama, quindi da qui in avanti si va a proprio rischio e pericolo.


Per anni si è speculato che la Laide di Un amore fosse Almerina Antoniazzi, la donna che Buzzati sposò nel 1966. Ma in occasione di diverse interviste la Antoniazzi (morta nel 2015) ha sempre fermamente smentito di aver ispirato il personaggio della Laide, che invece sarebbe stata una ballerina della Scala (secondo i più informati, tale Silvana F.) che Buzzati frequentava proprio nel periodo in cui aveva incontrato Almerina e per la quale, inutile dirlo, aveva perso la testa. Eppure i conti tornerebbero: Buzzati e la Antoniazzi si erano conosciuti nel 1960, quando lui aveva 54 anni e lei soltanto 19, pressapoco l’età dei protagonisti del romanzo. Anche fisicamente Almerina Antoniazzi sarebbe una Laide più che plausibile, senza contare che Dorigo è il perfetto alter/ego di Buzzati, almeno quanto lo era stato Drogo ne Il deserto dei tartari. E non dimentichiamo il gioco delle iniziali: nel romanzo Laide è il diminutivo di Adelaide, che di cognome fa Anfossi. Chiunque scriva storie mascherando l’origine dei propri personaggi usa sempre una chiave che permette di risalire alla persona reale o fittizia che li ha ispirati. E io non credo proprio che le iniziali A. A. comuni a entrambe le donne siano solo una coincidenza. È vero, Almerina Antoniazzi ha sempre smentito. Ma sappiamo tutti che la Laide era una gran bugiarda.

8 pensieri su “Un amore è sempre uno scandalo

  1. hai prestigiosamente sviscerato un romanzo autobiografico sicuramente e prestigioso.. un romanzo sempre attuale, storie attuali … Questa è una storia di dipendenza affettiva e di possesso L’amore quello vero dicono dovrebbe far star bene ma… io sono convinta che più’ è tormentato più è sofferto, più si vuole da esso, ha il degno nome di chiamarsi amore davvero quello che si prova… Se la Laide era una gran bugiarda? La domanda la faccio a me stessa… Tutte noi donne un po’ lo siamo quando sappiamo di avere un uomo che farebbe qualsiasi cosa pur di averci e compiacerci. :-)e più ne siamo consapevoli, più siamo bastarde,le differenze marcate dell’età rende ancora più evidente la brama del possesso… 🙂

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