Siete pazzi a mangiarlo! Matrix, Alice in Wonderland e Pinocchio tutti insieme


Avete presente la scena di Matrix in cui, a bordo della Nabucodonosor, Neo ingurgita quella poltiglia bianchiccia (“un mix di proteine monocellulari arricchite con aminoacidi, vitamine e minerali. Al tuo corpo non occorre altro”)? La mascotte del gruppo, Mouse, sostiene che la poltiglia in questione ricordi il sapore di Orocereale, però gli viene subito fatto notare che nella realtà virtuale di Matrix nessuno aveva mai davvero assaggiato Orocereale. Mouse allora attacca un pippotto gastro-filosofico: “Ma vi siete mai chiesti come fanno le macchine a sapere che sapore aveva Orocereale? Eh? Forse hanno sbagliato, magari quello che per me è il sapore di Orocereale è invece, che so, farina d’avena o pesce, tonno… E a questo punto diffido di tutto. Il pollo, per esempio. Forse il vero sapore non sono riusciti a ricostruirlo, e di pollo, guarda caso, oggi sanno tante cose”.


Non esagero se vi dico che dopo aver letto Siete pazzi a mangiarlo! (Milano, 2016, Piemme), vi sentirete frastornati, come vi foste appena svegliati dall’incubo di Matrix. O meglio: come foste stati appena cacciati a pedate dal Paese delle Meraviglie che il marketing della grande industria agroalimentare ha costruito intorno a voi. Sì, perché quello che mangiate – anzi, che mangiamo – nulla ha a che fare con l’idea di cibo che colora le confezioni di surgelati, piatti pronti e conserve in offerta al supermercato. In certi casi non ha nemmeno nulla a che fare col cibo. Avete presente la scritta ‘L’immagine ha il solo scopo di illustrare il prodotto’? Ecco, parliamo di quello. E di molti altri additivi.


NIENTE E’ COME SEMBRA

Qual è la novità, diranno i miei piccoli lettori. Un attimo. A sfogliare pagina dopo pagina le confessioni di Christophe Brusset, tecnico agroalimentare per vent’anni a libro paga di una multinazionale priva di scrupoli – la non meglio definita Azienda – persino i più cinici e diffidenti di natura rimarranno a bocca aperta. Lo sapevate che la Cina è il primo esportatore di miele al mondo pur non avendo più api? E che i barattolini di marmellata che trovate in hotel, a colazione, nella migliore delle ipotesi contengono frutta marcita e nella peggiore non contengono affatto frutta? Lo sapevate che il tè verde è il prodotto a più alto contenuto di pesticidi? E che le spezie vendute in quei pratici dispenser salva-freschezza sono in realtà tagliate come la droga, visto che nei container che le trasportano dall’India all’Europa ci finisce di tutto, dai mozziconi di sigaretta alla cacca di topo? Si potrebbe andare avanti per ore, ma a questo punto è meglio leggere il libro che Brusset pare aver scritto tutto d’un fiato, dopo aver realizzato – all’indomani dello scandalo della carne di cavallo spacciata per macinato bovino nelle lasagne surgelate Findus – che il pubblico era maturo o per lo meno pronto ad ascoltare le sue verità. Si scopre così che l’incidente del 2013 è tutto fuorché un’eccezione nel mondo dell’industria agroalimentare, dove è possibile aggirare i controlli comunitari con pochi semplici trucchi. In fondo è chimica, e se le analisi riscontrano in un campione tutti gli elementi che fanno di quel composto un determinato alimento, va bene così.

Fabbricare un prodotto alimentare è prima di tutto una questione di tecnologia, un processo industriale come un altro. Abbiamo bisogno di ingegneri e di tecnici, come in una raffineria o in una centrale elettrica. Non è stato un cuoco a mettere a punto la macchina a ultrasuoni che monta due tonnellate di maionese in un minuto e mezzo, il surgelatore ad azoto liquido che sputa fuori una pizza surgelata al secondo, il saturatore a salamoia sotto pressione che raddoppia il peso dei prosciutti, l’evaporatore sotto vuoto a triplice effetto e altre meraviglie che fanno progredire l’umanità.


LA FURBIZIA DEI PUFFI

Nelle pubblicità e sulle confezioni si leggono parole confortanti come ‘tradizione’, ‘qualità’, ‘genuinità’. Negli uffici delle multinazionali che propinano questi messaggi invece l’imperativo è ‘essere furbi’. Brusset non fa che ripeterlo: i suoi concorrenti, i suoi colleghi, i suoi capi sono tutti in gara. Vince chi è più furbo. Vince chi riesce a vendere di più e a meno. L’autore, pur disprezzando in segreto un credo per cui ha vissuto e lavorato per vent’anni, si è da subito conformato a questo sentire comune. Anche perché il primo incarico che gli viene affidato – una specie di test d’ingresso – appena entrato nell’Azienda, è quello di trovare il modo di commercializzare una partita da 80 tonnellate di funghi surgelati importati dalla Cina. Funghi che avevano regolare fattura, certificato d’origine, analisi in ordine e sdoganamento per la CEE. Solo che erano blu. Esatto, blu. Senza appurare il motivo di quel dettaglio che li avrebbe resi invendibili, Brusset ha cominciato a scervellarsi per rifilare ai consumatori la sua strana merce, a cui in ufficio si faceva riferimento col nome in codice ‘puffi‘. La soluzione? Semplice quanto geniale, è bastato impanare i funghi ancora surgelati e proporli alla grande distribuzione come champignon in pastella: un boom di vendite. Ma questo è uno dei casi disperati gestiti con più maestria, un’emergenza del tipo ‘a mali estremi, estremi rimedi’ (Brusset lascia comunque immaginare che anche cavolfiori, broccoli e peperoni, se vengono impanati, spesso è perché nascondono qualcosa di strano). C’è invece da rimanerci male quando si scopre come normalmente si fa il prosciutto che compriamo al banco gastronomia del supermercato.

Nel processo-prosciutto, grandi casse di plastica piene di prosciutti arrivano direttamente dal mattatoio. La taglia di questi prosciutti freschi mi ha stupito. Erano relativamente piccoli, se paragonati a quelli che avevo visto facendo la spesa al supermercato come tutti. La prima tappa consiste per l’appunto nel fargli guadagnare peso. Per questa seduta di pompaggio accelerato, vengono iniettate sotto pressione, per via intramuscolare tramite grossi aghi, delle soluzioni contenenti vari additivi: – polifosfati, proteine di sangue, e gelificanti per trattenere l’acqua; – zucchero, glutammati, aromi e fumo liquido per il sapore; – ascorbato di sodio e sali nitritati per la conservazione. Ogni industriale ha sviluppato i suoi propri cocktail della casa. La sua arte e la sua abilità sono tutte lì. Dopo questo trattamento d’urto, posso assicurarvi che i prosciutti quasi raddoppiano di volume. Poi i prosciutti vengono sistematicamente scotennati (tolgono la pelle) e il grasso viene rimosso. Resta solo il muscolo. A questo punto vengono messi dentro gli stampi per essere cotti. Poi viene loro aggiunto uno strato regolare del grasso che era stato tolto in precedenza, e gli si rimette sopra la cotenna. È per questo motivo che le fette di prosciutto che acquistate nel vostro supermercato preferito hanno sempre uno strato di grasso perfettamente omogeneo su tutta la lunghezza: non troppo spesso, non troppo sottile. Se lo lasciassero così com’è, avreste delle fette con tre centimetri di grasso da una parte e quasi niente dall’altro. Nessuno le vorrebbe.


E questo vale per il cosiddetto prosciutto di qualità. Volete sapere come si produce quello che finisce nei cordon blue? Non vi tolgo il gusto di scoprirlo da voi. Quel che mi colpisce di più dell’estratto, comunque, è la fine. “Nessuno lo vorrebbe”. Perché il problema alla base di tutta questa mistificazione del cibo non è la cattiveria intrinseca dell’industria capitalistica. L’industria va dove il mercato vuole. E il mercato – i consumatori, noi – per anni ha preteso sempre più roba a prezzi sempre più bassi. Roba bella a vedersi, roba invitante e perfetta al tatto, venduta in confezioni pratiche e dalla grafica impeccabile (anche se in alcuni casi cancerogene: Brusset dedica a quest’altro inquietante tema un intero capitolo). È l’unico motivo per cui mi sento di sodalizzare con Christophe Brusset che – va detto – mi sta piuttosto antipatico come voce narrante. Storia dopo storia si pone deliberatamente come un insopportabile so-tutto-io francese che non vedeva l’ora di togliersi qualche sassolino dal packaging. Peccato però che poi tiri il sasso nascondendo la mano. Quel che mi irrita maggiormente di Siete pazzi a mangiarlo!, ancor più dell’atteggiamento dell’autore, è il fatto che non ci siano nomi e cognomi. Pur mirando al sensazionalismo e allo scandalo, pur offrendo questa simil-inchiesta come rametto d’ulivo alla propria coscienza, Brusset è reticente. Non rivela mai apertamente quali sono i prodotti, i marchi e le aziende – soprattutto le persone, e in particolar modo gli agenti governativi che invece di denunciare le irregolarità hanno chiuso un occhio – che smutanda con sarcasmo e saccenza aggiungendoci uno sgradevole humour da open space (chi frequenta manager e capitani d’impresa sa a cosa alludo). Vale la pena di leggerlo? Assolutamente sì. È un libro che alza l’asticella della prevenzione verso la distribuzione moderna e che ha, come già detto, il merito di puntare il dito contro i giusti “colpevoli”, noi consumatori. Brusset ci chiama anzi gonzumatori. Ecco, è questo lo humour di cui parlavo.

7 pensieri su “Siete pazzi a mangiarlo! Matrix, Alice in Wonderland e Pinocchio tutti insieme

  1. interessante anche se tra me e me_dico: l’opera in oggetto è un caso esemplare di neuromarketing pseudoscientifico. intendo, la prima cosa da fare cercando un approccio matematico al problema dei cibi contaminati (come pure dei vaccini o delle scie chimiche o di altre amenità) è quella di verificare se la statistica di popolazione “vede” il problema. ci riempiamo la panza di cibo tre o più volte al giorno, spesso e volentieri in quantità eccessiva: se il cibo che ingurgitiamo fosse largamente e complessivamente nocivo dovremmo avere effetti devastanti per la nostra salute, dovremmo morire rantolanti di schiuma verdina tra le labbra. invece, da decenni e decenni, *incredibilmente* la vita media si allunga!!! mmmm… qualcosa non torna. il fatto è che la scoreggia di topo, la frutta marcita, i mozziconi di sigaretta, i funghi blu, i gelificanti, l’olio di palma, nonché il temibilissimo ascorbato – che è la vitamina C, ndr – sono largamente ininfluenti in termini di salute complessiva dell’homo sapiens sapiens. se, per contro, pari artefatta energia documentale fosse dedicata non ai mozziconi, ma ai danni del fumo di sigaretta, avremmo un impatto assai più rilevante (lo studio di Pirie et al del 2014 su Lancet quantifica il danno da fumo in *oltre 10 anni* di riduzione dell’aspettativa di vita media). parimenti, esistono studi scientifici pubblicati su riviste internazionali negli anni passati che dimostrano che l’iper-alimentazione anche di cibi bio e/o l’eccessivo consumo di carne in sé e per sé (compresa quella dell’alpeggio di zio Pinetto), riducono in modo negativo (dai 6 ai 9 anni in meno) l’aspettativa di vita media.
    però, come dimostrano le vendite di Brusset, i gonzumatori abboccano copiosi al terrorismo psudoscientifico e con un po’ di sana disinformazione si possono fare un sacco di soldi, eh, eh…

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    1. infatti il libro non è incentrato sulle possibili ricadute sulla salute dei gonzumatori (a parte la storia delle confezioni ottenute da carta e plastica riciclata a diretto contatto col cibo, che possono risultare cancerogene): si parla soprattutto di contraffazione, di roba spacciata per genuina (leggi: vera) quando invece si tratta di surrogati di quello che raccontano pubblicità e packaging. l’incipit dedicato a Matrix introduce proprio questo concetto: ti magni roba che al tuo corpo va benissimo (lo dicono le analisi), ma che non è quel che ti racconta il marketing… tant’è che se ci propinano carne di cavallo al posto di quella di manzo, non ce ne accorgiamo nemmeno.e i funghi blu – come i puffi – non hanno mai fatto male a nessuno.

      d’accordissimo sull’intento dell’autore di fare psicoterrorismo

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