Sedici anni, fine pena mai


Mentre il ragazzo cerca di parlare, nella medicheria del reparto un ortopedico dispone sui pannelli luminosi, una a una, delle radiografie. Le scorre con scrupolo, nel campo scuro la spina dorsale si presenta come una struttura opalescente, un ponte che si interrompe nel buio sopra l’altezza delle scapole. La terza vertebra dorsale è esplosa per l’urto, con ogni probabilità diverse schegge hanno lacerato il midollo. La quarta, invece, il midollo lo ha tranciato di netto, spezzandosi in due metà che sono slittate su se stesse con l’effetto di una ghigliottina.

Il medico si allontana dal pannello luminoso, prende una grossa busta gialla dalla quale estrae il responso della TAC. Quando torna al pannello e sistema in ordine le immagini, si rende subito conto che il quadro, se possibile, è ancora peggiore: grosse schegge d’osso sono conficcate nel canale midollare, e inducono il sospetto che i danni si estendano anche a monte della lesione. A valle, invece, c’è un massiccio versamento di sangue che comprime il midollo fino alla dodicesima vertebra dorsale.

Poi guarda le immagini del trauma toracico: se non altro sembra non ci siano rilevanti contusioni polmonari. Mette tutto nelle buste gialle, legge il nome sull’etichetta, legge la data di nascita.

«Sedici anni» dice tra sé,
«fine pena mai.»

Il ragazzo non sa che un mese dopo, ormai fuori pericolo, verranno definiti i confini e l’estensione di quella condanna, nella forma di una diagnosi riducibile al brutale elenco che segue:

– paralisi dei muscoli addominali;

– paralisi dei muscoli paravertebrali dorsali medio-inferiori;

– paralisi dei muscoli lombari;

– paralisi di parte dei muscoli intercostali;

– paralisi di tutti i muscoli degli arti inferiori, dai glutei ai piedi;

– compromissione della sensibilità superficiale e della sensibilità profonda a partire dal livello mammillare;

– compromissione della termoregolazione nella zona sottolesionale per tre quarti del corpo. L’organismo non risponde se esposto a temperature ambientali troppo calde o troppo fredde;

– compromissione della sudorazione nelle superfici del corpo sottolesionali;

– compromissione dello stimolo alla minzione e alla defecazione;

– ritenzione urinaria;

– ritenzione fecale;

– ridotta funzionalità respiratoria;

– alterazione delle funzioni sessuali;

– permanente ipotensione ortostatica.

Né sa che, tradotto in vita, quell’elenco significa che di lì a due giorni affronterà una disperata corsa in ambulanza per essere operato a Bologna, che gli ultimi passi che ha mosso sono quelli di ieri, che non sentirà più la pressione del suolo sotto i suoi piedi, che non sentirà più scorrere l’acqua sulla pelle in tre quarti del suo corpo, né il vento, né carezze, né baci. Che sarà in balìa delle sue deiezioni e dovrà adattarsi ai tempi dettati da intestino e vescica, che avrà febbri da infezione ricorrenti, che avrà piaghe ricorrenti, che morirà di freddo d’inverno e di caldo durante l’estate, che sarà forato dai cateteri, che sarà tirato spinto allungato per riuscire di nuovo a sedersi decentemente. Che sarà aperto sette volte come un fiore dal bisturi, che, troppo presto, vedrà morire delle persone. Che il ponte interrotto e opalescente che ha visto il medico nel campo scuro delle radiografie è il ponte interrotto della sua vita, il ragazzo non lo sa ancora. Adesso sa solo che brucia di sete e che suo padre gli sta umettando le labbra con una garza bagnata, dalla quale lui succhia con avidità.


Pierluigi Cappello

3 pensieri su “Sedici anni, fine pena mai

  1. agghiacciante nella sua meticolosità l’elenco delle disfunzionalità a cui il ragazzo è destinato.
    non so quando sia stato scritto ma certo la coincidenza con quella promessa del nuoto che una pallottola ha condannato alla paralisi è impressionante.
    ml

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    1. è un brano autobiografico. Cappello ricorda le immediate conseguenze dell’incidente motociclistico che gli ha spezzato la vita nell’83.
      ho riportato un passaggio molto crudo, ma ti assicuro che il libro “Questa libertà” ha tutt’altro respiro

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