Una perpetua smania per le cose remote


Io non so dire per quale precisa ragione quelle direttrici di scena che sono le Parche mi abbiano voluto umiliare a questa parte meschina di un viaggio a balene, mentre altri sono stati destinati a parti magnifiche in grandiose tragedie, e a parti brevi e facili in commedie brillanti, e a parti buffe in farse; non so certo dire perché; tuttavia, ora che ripenso a tutte le circostanze, credo di riuscire a intravedere qualche cosa delle molle e dei motivi che, abilmente presentati ai miei occhi sotto travestimenti vari, m’indussero ad accingermi a recitar la parte che recitai, lusingandomi per sovrappiù con l’inganno che si trattasse di una scelta sgorgata dal mio imparziale libero arbitrio e avveduto giudizio.

Tra questi motivi, il principale fu l’idea schiacciante della grande balena in se stessa. Un mostro così pieno di prodigio e di mistero suscitava tutta la mia curiosità. Poi, i mari tempestosi e remoti per i quali essa muove la sua mole d’isola; i perigli inenarrabili, senza nome, della caccia; queste cose, con tutte le concomitanti meraviglie di mille e mille visioni e risonanze patagoniche contribuivano a spingermi verso il mio desiderio. Per altri uomini, forse, tutto ciò non avrebbe costituito una lusinga; ma per quanto mi riguarda, io sono tormentato da una perpetua smania per le cose remote. Amo solcare mari proibiti, approdare a barbariche rive. Non ignaro di ciò che è bene, son pronto alla percezione dell’orrido, e a esso saprei fare persino buon viso – purché mi fosse concesso – visto che è la norma migliore intrattenere rapporti cordiali con chiunque faccia dimora nel luogo in cui ci si stabilisce.


Herman Melville

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