Amore: seme dell’aspettativa e rampicante dell’illusione


Le vostre parole mi fanno tanto bene, amico mio, e io vi sono grata una volta di più…”, fece lei senza trascurare di servirsi di un tono velato e per questo incredibilmente allusivo.

Really…?”, seppe solo domandare lui a voce strozzata, gli occhi increduli, mentre il volto di Madame De Cecco si faceva sempre più vicino al suo, con una lentezza e una decisione micidiali.

Istintivamente sentì di doversi avvicinare
anche lui verso di lei
e protrasse le labbra socchiudendo le palpebre.

Ma Archibald, cosa volete fare? Mi volete baciare? Ha ha ha!”, si ritrasse lei con una spensieratezza adorabile.

Madame De Cecco e McFenzie si erano rimessi a camminare sul lungomare di Sliema: la donna un po’ confusa, l’inglese pensieroso, quasi distratto, come fosse alla ricerca di un punto dove fissare lo sguardo. Entrambi, comunque, in silenzio. Ciascuno, dentro di sé e a modo suo, stava cercando di arginare quell’ondata di bile che di solito, all’ennesima disillusione, esonda dal profondo dell’ego.

Già, la frustrazione.

Sintomo acclarato della delusione, sensazione ben conosciuta in ogni sua minima sfumatura. Quella brace nello stomaco, le contorsioni nel petto e nell’addome sono del tutto prevedibili. Ciascuno di quegli improvvisi vuoti d’aria che sembrano annientare per qualche istante il respiro potrebbe in realtà essere spiegato con una funzione matematica. È sempre la stessa identica maledetta reazione. Possibile che non si impari mai a non soffrirne, o per lo meno a fingere di ignorarla?

Eppure… eppure… Ogni volta tutto sembra così sorprendentemente nuovo. Ed è impossibile abituarsi alla frustrazione: per quanto ci si illuda di aver individuato una volta per tutte qual è il preciso punto di rottura della propria speranza, ecco che una situazione inattesa, per lo più germogliata laddove si era fatto bene attenzione a non spargere il seme dell’aspettativa, si inerpica come un rampicante sul muro delle certezze acquisite, ancorandosi con pervicacia, fin quasi a diventarne sostegno. È così sicura e inoffensiva quella sua lenta, costante espansione ed è così tenera e verde quella sconosciuta pianticella, che diventa davvero difficile rimanere saldi nel proprio giustificatissimo atteggiamento di prudenza. Dapprima ci si limita a guardarla crescere: la si vede fogliare, buttare le prime gemme, ci si lascia ingenuamente incantare dai timidi fiori che sbocciano emanando fragranze delicate. Senza nemmeno accorgersene, ci si ha già ficcato il naso per annusare.

E chi pensava profumassero così!

Dopodiché, è inevitabile, si comincia ad accudirla, ad alimentarla. Ad affezionarsi a quell’edera che ci ha scelto. Ma è proprio quando ormai ci si è dimenticati che in principio non c’era stata alcuna volontà di accoglierla, quella creatura, che nel terreno infetto dei rimpianti il suo seme c’era finito da solo, è proprio in quel momento, dicevo, che ci si accorge che i suoi cirri hanno penetrato il muro delle certezze acquisite, scardinando irreversibilmente la cura con cui erano state fatte calcificare.

L’intonaco pian piano cede, si sgretola.

Le certezze tanto faticosamente impilate una sopra l’altra precipitano. Non c’è più nulla di solido, di assodato, di sicuro. E poi, come se non bastasse, spesso capita che una volta compiuta la propria opera di distruzione, il rampicante muoia. Dopo la sua estinzione non rimane che un muro sbrecciato, alle sue spalle lo sconfinato orizzonte dell’esistenza, di nuovo aperto e senza alcuna protezione. Già, succede proprio così… Ma perché mai impelagarsi in questa spataffiata di similitudine? Giusto: l’inevitabile frustrazione di Madame De Cecco e sir Archibald!

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