La scopa del sistema? È tale e quale al cubo di Rubik

 


Madonna benedetta che fatica! Non l’ho pensato alla fine del romanzo, ma alla fine di ognuna delle 533 pagine che impilate una sull’altra fanno La scopa del sistema [Torino, Einaudi, 2008], opera prima di un ventiquattrenne che sarebbe passato alla storia come David Foster Wallace, tra i massimi esponenti del Realismo isterico e autore in odore di santità. Una scrittura feroce, spietata, che non concede nulla o quasi al lettore. È il lettore che con uno sforzo e una pazienza inusitati deve adattare il proprio sistema di pensiero allo stile di Wallace, inforcare delle – a volte pesantissime – lenti che amplificano a dismisura pedanti descrizioni che nulla aggiungono all’ambientazione e men che meno alla trama. Ah già, dimenticavo: non c’è alcuna trama. E la tentazione di mollare in certi momenti si fa irresistibile. Ci ho messo due settimane a terminare questa storia. Per la sua tortuosità, ma anche per la sensazione di perdita di tempo che a un certo punto piomba come un macigno dopo pagine e pagine di puro smaronamento. Però, a differenza di tanti altri libri che ho provato a leggere e a rileggere, e che ho mollato e rimollato (il record? Notre Dame de Paris, cominciato e abbandonato almeno quattro volte, senza mai riuscire ad andare oltre pagina 100) La scopa del sistema non ha mai smesso di richiamarmi puntualmente alla mia agonia. Non è ostinazione né orgoglio di lettore, non ne ho. Né dipende dal fatto che mi è stato consigliato da una persona cara, a cui a sua volta è stato consigliato da qualcun altro in qualche modo convinto che il libro le somigliasse (anche se ho il sospetto che nessuno dei due l’abbia mai letto!). No: devo ammettere che è proprio la forza gravitazionale di questo spaventoso buco nero – creato molecola su molecola da una testa insindacabilmente brillante quanto dissestata – a esercitare una capacità d’attrazione altrettanto irresistibile. Per lo meno nei confronti di chi crede che i segni grafici che chiamiamo parole possano essere in sé un canale espressivo formidabile, al di là del loro significato intrinseco. O forse proprio per il loro significato intrinseco, capace di esplodere con la giusta combinazione chimica, deformando il contesto in cui sono inserite.

Mettiamo che qualcuno mi avesse detto, dieci anni fa, a Scarsdale, o magari in treno mentre andavo al lavoro, mettiamo che questo qualcuno fosse il mio vicino di casa, Rex Metalman, il consulente societario dotato di figlia incredibilmente ancheggiante, mettiamo che ciò avvenisse prima dell’aggravarsi della sua ossessione per il prato e dei conseguenti pattugliamenti notturni di tipo paramilitare a bordo di falciaerba dotato di fari, e dei settimanali bombardamenti aerei di ddt per radere al suolo tutt’al più una misera tana di lombrichi, e della sua assoluta intransigenza di fronte alle ragionevoli e inizialmente garbate insistenze da parte prima di uno e poi di tutti i vicini tese a fargli mitigare magari anche gradualmente le ostilità contro i potenziali nemici del suo prato da cui si sentiva braccato, e altresì prima che tutto ciò scavasse nella nostra amicizia a base tennistica un solco largo quanto un sacco di fertilizzante Scott’s, mettiamo dunque che Rex Metalman avesse ipotizzato, allora, che dieci anni piú tardi, cioè a dire adesso, io, Rick Vigorous, mi sarei ritrovato ad abitare a Cleveland, tra un lago biologicamente defunto nonché oltraggiosamente fetido e un deserto artificiale da un miliardo di dollari, che mi sarei ritrovato divorziato da mia moglie e fisicamente esiliato dallo sviluppo di mio figlio, che mi sarei ritrovato a condurre un’azienda in società con una persona invisibile ovvero, come risulta ormai evidente, con poco più che un’entità societaria interessata a perdite finanziarie a scopo fiscale, azienda dedita a pubblicare cose forse addirittura piú risibili del non pubblicare un accidenti di niente, e che appollaiato in cima a questa montagna di cose incredibili ci sarebbe stato il mio ritrovarmi innamorato, banalmente e pateticamente e furiosamente innamorato di una donna più giovane di me di ben diciotto, diconsi diciotto, anni, una donna che appartenesse a una delle famiglie più in vista di Cleveland, che abitasse in una città di proprietà del padre e che tuttavia sgobbasse come centralinista per uno stipendio di qualcosa come quattro dollari l’ora, una donna la cui tenuta consistente di vestito in cotone bianco e Converse nere modello alto fosse una costante conturbante e refrattaria a ogni analisi, una donna che si sottoponesse a un totale di docce giornaliere che sospetterei oscillare tra le cinque e le otto, che lavorasse nevroticamente come quei balenieri che in penuria di balene passano il tempo a incollar conchiglie per farne souvenir, che coabitasse con un uccellino schizofrenicamente narcisista e con un’amica stronza e quasi sicuramente ninfomane, e che in me trovasse, nascosto chissà dove, l’amante ideale… mettiamo che tutto ciò me l’avesse pronosticato un Rex Metalman in vena di chiacchiere, appoggiato alla staccionata che separava la sua proprietà dalla mia, lui con in mano il suo lanciafiamme e io col mio rastrello, mettiamo dunque che Rex mi avesse pronosticato tutto ciò: io quasi sicuramente gli avrei detto che le probabilità che queste sue profezie si avverassero equivalevano all’incirca a quelle che il giovane Vance Vigorous, all’epoca bimbo di otto anni eppure per certi aspetti più uomo di me, che il giovane Vance, quel giovane Vance probabilmente lí accanto a noi in quel momento e intento a calciare su nel freddo cielo autunnale un pallone destinato poi a tornar giù e spaccare una finestra mentre la sua risata echeggiava all’infinito tra i gracili fusti degli alberi suburbani, che il ben piantato Vance diventasse un… un omosessuale, o qualcosa di altrettanto improbabile o assurdo o totalmente fuori discussione.

Visto? Una roba maniacale. Non c’è virgola, congiunzione o spaziatura che non sia stata concepita consapevolmente da Wallace per disorientare o indirizzare – e comunque tenere in balìa della pagina – il lettore.


UNA STORIA SENZA CAPO NÉ CODA, TIPO LA VITA

D’accordo, una parvenza di trama esiste, o per lo meno – se proprio non vogliamo chiamarla trama – esiste un elemento che mette in moto e in relazione le azioni dei personaggi, altrimenti tenute insieme solo dalla ricorrenza delle loro nevrosi e dai loro dialoghi non-sense. Siamo nel 1990, e in una distopica Cleveland la giovane Lenore Beadsman, rampolla di una famiglia a capo di un impero economico fondato sugli omogeneizzati per bambini – destino al quale si è ribellata scegliendo un lavoro da centralinista presso un editore di terz’ordine – scopre che la sua omonima bisnonna è scomparsa insieme a una ventina di altre persone, tra pazienti e infermieri, dall’ospizio in cui era ricoverata. La faccenda è tanto scottante quanto riservata perché pare che la vecchia abbia portato con sé un segreto industriale che potrebbe rivoluzionare il mercato degli omogeneizzati. Così Lenore, l’unica nipote con cui la donna avesse mantenuto un rapporto (sul piano filosofico oltre che affettivo, si scoprirà), viene incaricata dal padre di cercarla, innescando una serie di incontri ricorrenti e paradossali che intrecciati l’uno con l’altro generano la rete fittissima di parole che Wallace chiama romanzo. I personaggi in cui si imbattono Lenore e il suo amante-datore di lavoro Rick Vigorous (nome in netto contrasto con la personalità e la fisicità di un uomo con smisurati complessi d’inferiorità a causa delle dimensioni del suo pene), che l’accompagna estenuandola con patetiche scenate di gelosia e continue richieste di conferme sul piano affettivo, sono tutte macchiette esasperate. Riflettono con un certo anticipo la schizofrenia in cui sta franando oggi il sistema delle relazioni umane nella civiltà occidentale, dominata da una utilità sociale sempre più diafana: donne che si atteggiano a star perché di mestiere fanno la voce dei computer di bordo delle automobili; case editrici specializzate nella pubblicazione di cataloghi pubblicitari; aziende che realizzano deserti artificiali su commissione; compagnie telefoniche incapaci di trovare il bandolo della matassa di cavi e comunicazioni che loro stesse hanno creato. Non mancano naturalmente il predicatore televisivo col pallino dell’audience e lo strizzacervelli a sua volta preda di manie compulsive. Personaggi che sembrano usciti dall’adventure game Zak McKracken and the alien mindbenders. Chissà se qualcuno se lo ricorda: era ambientato in un’America simile (non a caso è coevo de La scopa del sistema), minacciata da una razza aliena che aveva costruito una macchina per istupidire i terrestri in modo da assoggettarli facilmente, e il protagonista/giocatore doveva risolvere una serie di puzzle per sventare il piano degli invasori. Ecco, il livello di idiozia è più o meno lo stesso.


SEDUTE PSICANALITICHE, SCENEGGIATURE, SOGNI E RACCONTI A GO-GO

L’opacità e la passività dei personaggi rispetto a ciò che (non) accade nel romanzo e la vacuità dei loro dialoghi fa da contrappeso alle interessantissime – non sono ironico – sedute psicanalitiche a cui si sottopongono Lenore e Rick. Tra l’altro è proprio nella sala d’attesa del Dr. Jay, il loro terapeuta, che i due si sono incontrati. Ne La scopa del sistema la psicoanalisi è l’unico vero confronto – ovviamente mediato – con l’altro: ciascuno è infatti racchiuso dentro la propria membrana, nascosto dietro le proprie esteriorità che caratterizzano parole, azioni, esistenze. Solo la violenza della ragione riesce a sradicare le posizioni di comodo e permette ai protagonisti di affrontarsi reciprocamente. L’analista lega i propri pazienti a poltrone a cremagliera che entrano ed escono dallo studio a comando, e si infila una maschera antigas ogni volta che Lenore o Rick emanano “odore di breccia”, quando cioè stanno per giungere a una rivelazione sui propri sconquassi mentali. Nel romanzo, il benedetto Dr. Jay è per certi versi l’ago della bilancia della loro relazione, nonché il regista di scambi di battute sagaci e incalzanti, rese da Wallace come una vera e propria sceneggiatura. Rari, preziosi momenti di riflessione durante la lettura.

JAY Rick, le pongo una domanda cruciale, e lo faccio nel modo più garbato e diplomatico possibile. Lei ritiene di essere ciò che Lenore vuole? Ciò che davvero le serve?

RICK Noi ci amiamo.

JAY Non ha risposto alla mia domanda. Lei e io sappiamo che Lenore è una ragazza straordinaria ma notevolmente problematica. Lei la sta aiutando? Si preoccupa delle sue esigenze? Può in tutta sincerità dire di amarla di quell’amore assennato e maturo che pone al primo posto le esigenze e gli interessi della persona amata?

RICK La risposta alle sue esigenze non è sicuramente Lang.

JAY Nessuno ha detto che Lang sia la risposta alle sue esigenze. Qui stiamo parlando di lei, Rick.

RICK Preferirei che parlassimo di Lenore.

JAY E le due questioni sono separate, vero? E percepite come tali. Parlare di Lenore è altro da parlare di Rick.

RICK Perché, non è giusto?

JAY Non ho detto questo, Rick. Ho semplicemente fatto un’osservazione. Lei e Lenore siete due cose distinte e separate. I vostri sistemi possono anche sovrapporsi, ma restano distinti. Non sono né identici né coestensivi. Sono distinti.

Gustosissimi poi sono i sogni che Rick racconta all’analista, sempre sperando in un’assoluzione o in una condanna, e mal sopportando che possano invece condurre a una maggiore autoconsapevolezza.

Sono in Messico, guido una Lincoln. Il condizionatore è rotto. C’è un caldo insopportabile. Indosso un completo di lana. Il completo è zuppo di sudore. La sabbia del deserto è nera. Ho prenotato in un motel. Mi fermo davanti al motel e parcheggio accanto a un cactus. Vedo un paio di scorpioni. Sull’insegna del motel c’è scritto no vacancy, anche se siamo in Messico. Io non mi preoccupo, perché tanto ho prenotato, e lo dico all’impiegato al banco del ricevimento, in un atrio che sa di rutto. L’impiegato è un topo gigantesco, con un enorme paio di baffi a manubrio. Il topo indossa un poncho messicano sbiadito. – Ho prenotato, – dico. – Sí, – dice il topo. Il topo mi precede dentro un buco nel muro (abbocca, JAY, ti sfido a non abboccare) e poi dentro una bella stanza, con tanto di aria condizionata e completa di tutto, solo che sul letto non ci sono lenzuola. – Ehi, – dico io, – sul letto non ci sono lenzuola. Il topo mi guarda. – Señor, – dice, – guardi che se mi caca sul letto la ammazzo. Ridiamo tutt’e due, e il topo mi dà una pacca sulla schiena.

Ma Rick prova a esorcizzare le sue angosce anche attraverso la narrativa. Come se non fossero già abbastanza caotiche, le vicende sono infatti continuamente inframezzate da racconti che l’uomo scrive o inventa e declama a Lenore. Lungi dall’essere noiosi, spesso sono la prova che se Wallace, invece del caleidoscopico La scopa del sistema, avesse voluto scrivere un romanzo convenzionale, ci sarebbe riuscito benissimo.


COSA PENSO INTRINSECAMENTE DI QUESTO LIBRO

Insomma, dopo quella che probabilmente sarà la recensione più lunga che pubblicherò mai su questo sito (a proposito, se l’hai trovata prolissa, un consiglio da amico: lascia proprio perdere il libro!), arriviamo al dunque: per me vale o no la pena di leggere questo romanzo? Detto francamente, io fino a due settimane fa manco sapevo chi fosse David Foster Wallace. E per molti suonerà come un’eresia. Qualcuno forse penserà anche che il mio punto di vista su quest’opera sia assolutamente lacunoso, addirittura superficiale. E che è imperdonabile non conoscere David Foster Wallace. Può darsi. Ma dopo aver letto La scopa del sistema mi sento come uno che fino a due settimane fa non sapeva cosa fosse il cubo di Rubik. Rompicapo geniale, simbolo imperituro della cultura pop e cianfrusaglia tra le più accattivanti. Ecco, per me scoprire Wallace e la scrittura che adotta ne La scopa del sistema è un po’ come prendere in mano per la prima volta un cubo di Rubik. C’è chi ci si appassiona e non riesce più a mollarlo per settimane, fino a quando non ne viene a capo. Addirittura c’è chi ne è così invincibilmente attratto da mettersi a studiare tattiche e algoritmi per risolverlo in pochi istanti (il record mondiale è di 4,73 secondi, a opera di tale Feliks Zemdegs. Notare nel video in basso la vistosa erezione che gli provoca l’impresa). Personalmente, dopo averci giochicchiato ed essermi arrovellato per un po’ con la lingua tra i denti, illudendomi di essere non lontano dalla soluzione, il cubo di Rubik mi stufa. Lo appoggio sulla scrivania e una volta lì me ne dimentico per mesi. O per anni.


-… che, per citare quello che m’è toccato sentire per anni e anni e che immagino anche tu abbia sentito mille volte, il significato di una cosa non è più o meno altro che la sua funzione. Eccetera eccetera eccetera. Te l’ha mai fatta la scena della scopa? No? E adesso cosa usa? No. Con me usò la scopa, però ti parlo di quando avevo tipo otto anni, o dodici, chi se lo ricorda, e Lenore mi fece sedere in cucina e prese una scopa e si mise a scopare furiosamente il pavimento, e poi mi chiese quale fosse secondo me la parte più fondamentale della scopa, la più cruciale, se il manico o la chioma. Il manico o la chioma. E io non sapevo cosa rispondere, e lei si mise a scopare ancor più violentemente, e io cominciai a innervosirmi, e finalmente dissi che secondo me era la chioma, perché senza manico si può scopare lo stesso, basta tenere in mano l’affare con la chioma, mentre scopare solo col manico è impossibile, e a quel punto lei mi agguantò e mi scaraventò giù dalla sedia e mi gridò qualcosa cosa tipo: «Già, perché a te la scopa serve per scopare, no? Ecco a cosa ti serve la scopa, eh?» e roba del genere. E gridò che se invece la scopa ci serviva per spaccare una finestra allora la parte fondamentale era chiaramente il manico, e passò a dimostrarlo spaccando la finestra della cucina, cosa che fece accorrere i domestici, terrorizzati; ma che se appunto la scopa ci serviva per scopare, tipo per esempio i vetri rotti della finestra, e dài che scopava, allora l’essenza della cosa era la chioma. Non te l’ha mai fatto? E adesso cosa usa? Le matite? Non importa. Il significato come fondamentalità.
La fondamentalità come uso.

3 pensieri su “La scopa del sistema? È tale e quale al cubo di Rubik

  1. recensione tutt’altro che prolissa, anai, la trovo intensa, approfondita e *funzionale* alla comprensione della scrittura di Wallace in senso lato (e muovendo dal presupposto che “il significato di una cosa non è più o meno altro che la sua funzione”, direi che i conti tornano)… Wallace è un’icona (tipo l’Euro per i piddini), chi stravede per Proust non può che amarlo e chi non l’ha mai letto (o ha solo fatto finta) non si lascerà certo sfuggire l’occasione di annoverarlo comunque tra i suoi autori preferiti (sentendosi oltremodo *cool*). beninteso, non sto dicendo che Wallace non sia un buono scrittore, sto dicendo che Wallace non è un ottimo scrittore (più chiaro di così). la dimensione del romanzo ne mette impietosamente a nudo la personalità disturbata e lo smarrisce tanto quanto smarrisce il lettore. la prosa di Wallace è specchio abbastanza fedele dei suoi processi mentali disorganizzati, il suo sguardo narrativo ha l’occhio glassato e affabulante del paziente psichiatrico con cui, ogni tanto, sono costretto a confrontarmi per motivi di lavoro (e ciò, forse – ma questo è un mio problema – toglie un po’ di fascino al “genio maledetto” del nostro). in ogni caso, la scrittura di Wallace è sempre ricca di “intuizioni e vocazioni” (la malattia mentale è spesso fonte di maggiore creatività), ma lasciare che il suo pensiero galoppi zigzagante a piede libero nelle sconfinate praterie del romanzo è controproducente per tutti. la distanza giusta, l’ambito che fornisce un supporto strutturale ideale minimo alla prosa di Wallace è il racconto. se mai avrai il coraggio di tornare a cavalcare le pagine dello sfortunato cubo di Rubik, mi permetto di suggerirti la raccolta di racconti “la ragazza coi capelli strani”.

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    1. sì, in effetti ho notato su facebook – dove tra un paio di commentatori si è accesa una diatriba su chi ce l’ha più lungo – che se non ti dichiari cultore di Wallace sei un mentecatto che non ha capito un cacchio di letteratura

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