Non mi parlare di quella cosa


– Quanto sei bella! – le disse.

Chinando il capo: – Ho già il petto, – ella mormorò, compiaciuta. Egli la osservava, e, quasi pauroso di sciuparla, quando le sollevava la treccia subito lasciandola ricadere, quando col dito appena le sfiorava un piede. E confuso, a mezza voce, ripeteva parole interrotte quali: – Come sei gentile. Come sei bianca. Ora, – chiese arrossendo per timidezza, – devo spogliarmi anch’io?

– Sì, se tu vuoi, – ella disse piano. – Magari, – propose, – io mi volterò dall’altra parte, starò, ecco, alla finestra –. E si avviò alla finestra, senza più vergogna, anzi compiacendosi in segreto d’esser nuda, e levando sulle punte dei piedi il corpo sottile e candido. Si vedeva al di là dei vetri una valle deserta piena di un lontano misterioso chiarore, e Antonia, come una canna sul fiume, si specchiò in quella verde notte. Ma guardando alla montagna che chiudeva la valle, in cima ad inaccessibili alture, scorse a picco una casa solitaria, ricca di torri e contrafforti, allungata da altissime guglie, e che attraverso le pareti ferrigne e le vetrate lasciava tralucere splendori mattutini. Esaltati da queste luci, da ogni parte ne fuggivano voli come di rondini intorno ai nidi. Nessun’altra casa appariva di là, e tale fu lo stupore di Antonia, che stava per cadere in ginocchio: – Che cosa è quel palazzo che si vede? – domandò a voce bassissima, perduta nel contemplarlo. – È forse una Chiesa? una Cattedrale? – Non è una Chiesa, – rispose bruscamente l’altro alla sua domanda, con una voce affannosa e rauca che pareva salire da un sotterraneo. Intimidita e turbata: – E quei milioni di ali, – proseguì Antonia più piano, – sono tutte rondini? E sono… d’oro?

– Non sono rondini, – rispose l’altro in fretta, in una specie di rabbioso singhiozzo. E faticosamente si accostò, e levò in alto verso quella casa il volto disfatto con uno sguardo di cui non si può esprimere l’orrore: esso era pieno del più infuocato desiderio, e assolutamente vuoto di speranza. Poi con uno sforzo adirato, che parve colmarlo di malessere e di amaro disgusto, egli torse gli occhi di lassù, e guardò in basso; ma irrequieto si agitava per la stanza, come un uccello che starnazzi in gabbia. – Non mi parlare di quella cosa, – esclamò infine fermandosi dinanzi ad Antonia e fissandola quasi con odio, – possibile che tu non sappia tacere? – Ella imbarazzata e spaurita si nascondeva, avrebbe voluto indietreggiare sempre più nel buio e cercava di coprirsi con le braccia, tanto ora si vergognava del suo corpo.

– Non parlerò più, – bisbigliò umilmente,
– se credi rimarrò sempre senza parlare
seduta in quell’angolo, purché mi lasci qua –.

Egli scosse più volte il capo, e intanto seguitava a spogliarsi sforzandosi di non guardare alla finestra, mentre gli occhi di Antonia s’ingrandivano per l’adorazione e la meraviglia: – Come sei giovane! – ripeté in una sommessa estasi. Di colore chiaro e fresco, di gentili forme allungate, il corpo di lui stava nella quieta luce notturna come un fiore nell’acqua di un lago. Certo non fu mai visto un così amoroso fiore; ma nell’abbassare gli occhi, Antonia rabbrividendo si accorse che le due caviglie erano strette da grosse e pesanti catene di ferro. Un tempo queste due catene dovevano essere saldate l’una all’altra, ancora si scorgeva il punto in cui l’anello era stato spezzato:

– Ma tu sei… – ella cominciò piena di paura.

L’altro arrossì violentemente, invaso dall’angoscia: – Zitta! – la interruppe con un gesto impaziente, e, con un grido di sgomento fanciullesco, avvilito cercò di nascondersi nel buio. Anche questa volta, ella provò un rimorso oscuro e atroce: – Perdonami, – supplicò pietosamente. Allora egli si accostò, in un sorriso confuso pieno di mitezza, e le prese la mano: – Vuoi, – propose, incerto, – che andiamo a letto? Vuoi… dormire?

– Sí, – ella disse. E insieme si distesero. E Antonia, che come un rifugio cercava il petto di lui, fu incantata dal profumo della sua pelle; essa odorava d’infanzia e di giardino, come le erbe che nascono. Specie nella gola, tale odore si faceva ancora più tiepido e ingenuo: – Mi piace tanto, – ella disse con un timido sospiro, – di riposare vicino alla tua spalla. C’è un profumo più buono dei fiori. Non credevo che un simile profumo potesse esistere. Lasciami riposare un poco –. E la sua faccia si annidò sotto il mento di lui. – Dormi, andiamo! – egli le disse, – oppure fingi di dormire. Intanto io ti accarezzo con la bocca. Fa’ come se dormissi, come se fossi inanimata –. Ella chiuse gli occhi, e giacque ferma, raccogliendo in sé tutti i suoi spiriti, e trepidando si lasciava toccare sul viso dalla bocca dell’altro, che ancora scottava di febbre. Ogni tanto egli si fermava, forse per guardarla, e aveva un affettuoso e sommesso ridere. Ed ella pensava: «Oh, mio caro!» Ma se appena lei levava le palpebre, infuriandosi lui scuoteva il volto deluso, e la esortava ansiosamente a dormire. Così giacendo, Antonia sentì quella carezza attenuarsi via via, diventando una minima blandizie, quasi appena l’alitare di un fiato; e poi perdersi del tutto in uno stanco respiro. Finalmente osò aprire gli occhi, e vide che il suo ospite si era addormentato; e allora si accorse che quel viso, di cui nessuno potrebbe esser più giovane, appariva alla luce tutto umiliato, quasi da percosse. E dal mento al pallore della fronte, l’ostinazione e il fiammeggiare di un empio orgoglio erano vinti dai segni di una stanchezza sconsolata, di un pianto irrimediabile.

Quel fanciullo faceva davvero pensare
ad un insetto luminoso a cui bruciarono il lume,
e che batte cieco da un’ombra all’altra.

Antonia rimase a mirarlo, intenta e smarrita, studiando uno ad uno, con impegno estremo, quei solchi astrusi e tragici. Poi, pensando, scese in silenzio dal letto e si accostò alla finestra; e volgendo il viso per non guardare di fuori, ne chiuse ermeticamente gli sportelli. Alquanto sollevata, si aggirò ancora in punta di piedi nella stanzuccia, ripiegando con cura sulla sedia gli abiti sparsi; ma nel momento di insinuarsi nuovamente sotto le lenzuola, fu punta da un penoso sospetto. Credette, cioè, d’indovinare perché il suo compagno desiderava che lei dormisse; forse lui voleva, di nascosto, nella notte, alzarsi e lasciarla per sempre.

E lei, al risveglio, sarebbe rimasta come prima, sola.

Allora, con un piccolo e selvaggio sorriso, preso un capo dello spago che le legava la treccia, Antonia lo annodò attorno al polso inerte dell’altro. Con un simile accorgimento, sarebbe stata avvertita, anche nel sonno, di ogni movimento di lui. Ora poteva addormentarsi in pace, e già infatti con un dolce murmure risaliva lungo un sonno che era come una vertiginosa, girante scala.


Elsa Morante

5 pensieri su “Non mi parlare di quella cosa

  1. A volte mi pare un po’ eccessivo passare a lasciarti sempre un pensiero, ma poi metti pure Elsa e come faccio…

    Non mi è tutto tutto chiaro qui, ma mi ritrovo un po’ in Antonia un po’ nel fanciullo sofferente e insofferente.
    Se non altro però lei un modo per dormire l’ha trovato… io ho i capelli troppo corti per la treccia e lo spago riesco a tenerlo al massimo come anellino, come in quel video.

    (Babbìo a parte, Elsa mi piace anche qui,e perfette sia l’immagine della canna sul fiume sia quella dell’insetto luminoso)

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