La voglia di possederla fino in fondo


Entrò una folata di ballerine, saranno state dieci o dodici, erano le ombre della sera. Nessuna, naturalmente, era in costume, indossavano tutte la calzamaglia nera. Senza trucco, i capelli per lo più tenuti fermi da un nastro o fazzoletto passato sopra la fronte, sparute nel complesso; e in quella tenuta davano un’impressione di ostentata disinvoltura, di sciatto, anche di sporco per i segni bianchi di polvere sulle ginocchia, sui gomiti, sul sedere.

Tuttavia, proprio questa trascuratezza
dava alle ragazze qualcosa
di provocante e spavaldo.

Ben presto, anche perché la calzamaglia modellava i giovani corpi nelle minime rotondità e pieghe, Antonio si accorse che erano infinitamente più desiderabili che nell’elaborato splendore di un costume.

Vedendole così vicine, prese dall’impegno del lavoro, senza trucchi né code di pavone, così semplici e disadorne, nude più che se fossero nude, Dorigo allora capì improvvisamente il loro segreto, il perché da immemorabili secoli le ballerine fossero il simbolo stesso della femmina, della carne, dell’amore. Il ballo era – egli capì – un meraviglioso simbolo dell’atto sessuale. La regola, la disciplina, la ferrea e spesso crudele imposizione, alle membra, di movimenti difficili e dolorosi, il costringere quei giovani corpi verginali a far vedere le più riposte prospettive in posizioni estremamente tese e aperte, la liberazione delle gambe, del torso, delle braccia nelle loro massime disponibilità: tutto questo era per la soddisfazione del maschio. A cui le ballerine, con impeto, con patimento, con sudore, si abbandonavano. E la bellezza stava appunto in questo appassionato e spudorato abbandono. Senza che loro ne avessero il più lontano sospetto, era tutta una ostentazione, un’offerta, un invito al congiungimento carnale. Quelle bocche socchiuse, quelle bianche e tenere ascelle spalancate, quelle gambe divaricate allo spasimo, quel protendere avanti il petto in atto di olocausto, quasi gettandosi fra le braccia ardenti di un invisibile e insaziabile dio. Con geniale sapienza i grandi coreografi avevano stilizzato questo fenomeno sessuale in atteggiamenti apparentemente casti e accettabili da tutti. Ma dentro permaneva la carica. Cosicché, per uno che sapesse vedere, una sequenza di passi classici riusciva di gran lunga più forte che la lubrica danza del ventre di una spogliarellista di night. Erano cose che naturalmente nessuno osava confessare a voce o scrivere, per quella generale e folle congiura di ipocrisia che nasconde il mondo dell’amore.

La danza – scoprì Dorigo – non era altro
che uno sfogo lirico del sesso:
per il resto non poteva essere altro
che decorazione o idiozia.

Le rozze e lascive profferte carnali delle prostitute di postribolo risultavano una ridicola commedia al paragone degli allusivi e maliziosissimi adescamenti delle ballerine, che penetravano nel profondo. E quanto più una ballerina era brava, quanto più audaci, perfette, leggere, armoniose, acrobatiche le sue prestazioni, tanto più intensa, in chi la contemplava, la voglia di abbracciarla, di stringerla, di palparla e accarezzarla specialmente sulle cosce, di possederla fino in fondo.


Dino Buzzati

4 pensieri su “La voglia di possederla fino in fondo

  1. un anno fa, casualmente ho assistito dietro le quinte a una prova di balletto senza gli abiti di scena nè trucco e parrucco, solo calzamaglie nere a piroettare sul palco. l’atmosfera era quella descritta da Buzzati e il mio sguardo, bè il mio sguardo era quello di Dorigo.
    ml

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