Uno spettacolo grandioso


Il cielo è cosparso di una miriade di stelle, tanto luminose da creare veri riflessi sulla neve. Mi pareva infatti che fosse molto più buio qualche ora fa. Non c’è luna, ma appaiono ugualmente le cime tutt’intorno. Nelle valli invece si addensano sempre più compatte le nebbie, che inghiottono la montagna sino a un’altezza di oltre 7500 metri. È uno spettacolo grandioso. Tutte le cime più alte del Karakorum, che l’occhio riesce ad abbracciare, sembrano uscire d’incanto da un mare di latte. Proprio qui di fronte c’è la vetta dello Skyang-Kangri, a destra la mole del Broad Peak, e più lontano le cime dei Gasherbrum. Il K2 domina questi colossi, e io… sono proprio quassù. Alzo istintivamente lo sguardo alla mia montagna, e questa sembra sfidarmi mostrandomi l’ombra della sua tremenda cascata di ghiaccio, ben stagliata contro il cielo. Sembra evocare la mitica spada di Damocle. È una vera minaccia sospesa. Se si staccasse anche un minimo frammento di quella micidiale struttura strapiombante saremmo spazzati via in un soffio.
Il gelo atroce ci sta paralizzando. Siamo scossi a intervalli da lunghi fremiti. Ci stringiamo l’un l’altro, riducendo il più possibile il contatto con il ghiaccio su cui stiamo accovacciati. Più volte avverto che sono sul punto di perdere la sensibilità a un arto, allora lotto con ogni mezzo per vincere il pericoloso torpore. Spesso non bastano più i movimenti delle gambe o delle braccia, né i massaggi dove il gelo attacca. Allora impugno la piccozza e batto ripetutamente là dove perdo sensibilità. Oltre a essere efficace per riattivare la circolazione del sangue, secondo una dubbia teoria, tale operazione serve anche a prevenire possibili vaneggiamenti da carenza di ossigeno.
Improvvisa e cruda ci colpisce in viso, come uno schiaffo, la prima folata di nevischio. Poi un’altra, e un’altra ancora. In breve ci avvolge una vera bufera, con turbini tanto violenti da colmarci di polvere gelata ovunque, sopra e sotto gli indumenti. A stento riusciamo, con le mani, a proteggerci il naso e la bocca per non soffocare; gli occhi sono quasi accecati. È una tortura, e la lotta si fa via via più disperata. Presto non ci rendiamo conto se lottiamo per vivere o soltanto perché continuiamo a vivere.


Walter Bonatti

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