Il mondo all’epoca di Madame De Cecco


Era quello il tempo delle esplorazioni. I regni erano diventati nazioni, e le nazioni sembravano aver messo da parte baionette e cannoni per sfidarsi a colpi di scienza e scoperte geografiche per le quali servivano tonnellate di denari. Un’epoca giovane e rapidissima, in cui l’uomo pareva aver perso, definitivamente o poco ci mancava, il rispetto reverenziale nei confronti di una realtà ancora impervia, ma non più ostile.

La chiamavano pianeta, globo, planisfero.
Non più Madre natura.

E Dio, ammesso che ci fosse mai stato, aveva passato quella gigantesca palla di zaffiro all’uomo: che d’improvviso se l’era ritrovata in mano, così piccola in mezzo all’universo che a pensarci vengono le vertigini. Non c’era più la silenziosa ma incombente minaccia che per secoli aveva rinchiuso la cristianità nel recinto dell’immaginazione, non c’era più quella quieta isteria collettiva allorché si pensava all’altro da sé. Quando la filosofia e la superstizione s’azzuffavano, sputacchiando leggende su popoli e bestie dalle sembianze assurde – una gamba, due teste, tre occhi – e si fantasticava su territori inaccessibili, terribili, cui si dava poi, inevitabilmente, nomi di morte o di speranza.

Ora tutto, o quasi tutto, era a portata di mappa.
Nulla più sembrava impossibile.

Le automobili facevano ruggire i loro motori da Pechino a Parigi. Gli aeroplani, follia dell’audacia e della tecnica, volavano per miglia e miglia attraversando i mari, le catene montuose e le frontiere degli imperi abbattendo con la loro possente leggerezza le distanze tra i popoli. I confini dei nuovi territori erano tracciati da uomini in galloni e monocoli che se ne infischiavano se sotto i loro lapis e i loro righelli ci finivano fiumi vasti come oceani o montagne che fino a poco prima si pensava reggessero la volta del cielo. Il Nilo! Anche il ventre segreto del Dio Fiume, persino quello era stato profanato. E nonostante ciò, nonostante l’innaturale semplicità con cui l’uomo nel volgere di qualche decennio era riuscito a sovvertire l’ordine naturale delle cose, divenendo grazie alla meccanica e al vapore e all’acciaio il signore incontrastato del tempo e dello spazio, per molti comuni mortali – e tra questi c’era anche Madame De Cecco – leggere i resoconti di Stanley il temerario, del dottor Livingstone e di chi altri aveva preso parte alla ricerca delle Montagne della Luna, aveva ancora il sapore dei sogni iniziati sui romanzi letti fino a tardi.

Certo, non tutte le ciambelle
riuscivano col buco.

Qualche volta, e nemmeno tanto di rado, qualcuno ci lasciava le penne. Ma che emozione stare ad ascoltare le storie dei sopravvissuti! Col terrore ancora acceso negli occhi dicevano di urla strazianti che sotto i morsi dei grandi felini diventavano tutt’uno con i loro ruggiti. Gli ascoltatori sbiancavano inorriditi ascoltando i particolari più cruenti, ma non ne erano mai sazi. Le signore di porcellana adagiate su triclini stile tardo impero si commuovevano quando qualche testimone oculare riportava appassionatamente stralci di dichiarazioni d’amore a fondo perduto, inghiottite dalle sabbie mobili o sprofondate nelle correnti delle rapide assieme a chi non aveva saputo dimenticare nemmeno in punto di morte.

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