La condizione lunare


Cominciò un lungo mese. La Luna girava lenta intorno alla Terra. Sul globo sospeso vedevamo non più la nostra riva familiare ma il trascorrere di oceani profondi come abissi, e deserti di lapilli incandescenti, e continenti di ghiaccio, e foreste guizzanti di rettili, e le mura di roccia delle catene montane tagliate dalla lama dei fiumi precipitosi, e città palustri, e necropoli di tufo, e imperi di argilla e fango. La lontananza spalmava su ogni cosa un medesimo colore: le prospettive estranee rendevano estranea ogni immagine; torme d’elefanti e sciami di locuste percorrevano le pianure così ugualmente vasti e densi e fitti da non fare differenza.

Avrei dovuto essere felice: come nei miei sogni ero solo con lei, l’intimità con la Luna tante volte invidiata a mio cugino e quella della signora Vhd Vhd erano adesso mio esclusivo appannaggio, un mese di giorni e notti lunari si stendeva ininterrotto davanti a noi, la crosta del satellite ci nutriva col suo latte dal sapore acidulo e familiare, il nostro sguardo si levava lassù al mondo dov’eravamo nati, finalmente percorso in tutta la sua multiforme estensione, esplorato in paesaggi mai visti da nessun terrestre, oppure contemplava le stelle di là della Luna, grosse come frutta di luce maturata sui ricurvi rami del cielo, e tutto era al di là delle speranze più luminose, e invece e invece e invece era l’esilio.

Non pensavo che alla Terra.

Era la Terra a far sì che ciascuno fosse proprio quel qualcuno e non altri; quassù, strappati alla Terra, era come se io non fossi più quell’io, né lei per me quella lei. Ero ansioso di tornare sulla Terra, e trepidavo nel timore d’averla perduta. Il compimento del mio sogno d’amore era durato solo quell’istante in cui c’eravamo congiunti roteando tra Terra e Luna; privato del suo terreno terrestre, il mio innamoramento ora non conosceva che la nostalgia straziante di ciò che ci mancava; un dove, un intorno, un prima, un poi.

Questo era ciò che io provavo. Ma lei? Chiedendomelo, ero diviso nei miei timori. Perché se anche lei non pensava che alla Terra, poteva essere un buon segno, d’un’intesa con me finalmente raggiunta, ma poteva anche essere segno che tutto era stato inutile, che era ancora solo al sordo che miravano i suoi desideri. Invece, nulla. Non levava mai lo sguardo al vecchio pianeta, se ne andava pallida fra quelle lande, borbottando nenie e carezzando l’arpa, come immedesimata nella sua provvisoria (io credevo) condizione lunare. Era segno che avevo vinto sul mio rivale? No; avevo perso; una sconfitta disperata. Perché ella aveva ben compreso che l’amore di mio cugino era solo per la Luna, e tutto quel che lei voleva ormai era diventare Luna, assimilarsi all’oggetto di quell’amore extraumano.


Italo Calvino

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