Che non sia ancora finita?


Kabul, 25 aprile 1992. Da dieci giorni, ormai, tutti si chiedono quando i mujaheddin invaderanno la città, e come.

Occuperanno Kabul in modo pacifico, la circonderanno forzandola alla resa con bombardamenti continui, o vi sarà battaglia per le strade? Le ultime voci riferiscono che l’aeroporto, a una quindicina di chilometri, è stato conquistato dalle truppe di Dostun, uno dei generali del presidente Najibullah, passato ora dalla parte dei mujaheddin.

C’è poca gente in giro per le strade di Kabul, il bazar è quasi deserto. Siamo vicini a quello che molti credono, o sperano, sarà l’ultimo atto di una guerra che dura da più di dieci anni.

Trovarsi in una città assediata in attesa di un attacco, per chi non ha il coraggio né l’incoscienza dei guerriglieri, è un misto di paura e curiosità.

Non è come nei vecchi western, dove le giacche blu camminano sugli spalti del fortino, scrutando la prateria per scorgere i “pellerossa” che arrivano al galoppo sollevando un gran polverone. Qui il “nemico” non lo si può vedere, né manda segnali di fumo. Ma si sa con certezza che arriverà, presto. All’improvviso ci troveremo faccia a faccia con i nuovi padroni dell’Afghanistan: come reagiranno?

Ne abbiamo discusso a lungo, cercando di fare previsioni. Impossibile. I comandanti dei vari gruppi di mujaheddin sono capaci di invitarti nella loro casa per il tè, e di ringraziarti di cuore perché ti prendi cura della loro gente. E il giorno dopo, nello stesso posto, la tua ambulanza viene mitragliata. Tutto è possibile, assolutamente tutto.

La tensione si mescola col fascino di poter vedere da vicino, di essere in qualche modo testimoni di un evento storico. Nonostante tutto si ha voglia di essere lì, di non perdere quello spettacolo, anche se non si tratta di un film, anche se può essere molto rischioso.

Sono le dieci del mattino, e la notizia corre veloce. Stanno arrivando, “i combattenti della libertà”.

Ecco i primi camion, i primi carri armati. Su ogni veicolo grandi ritratti di Ahmed Shah Massud, “il leone del Panchir”, il più famoso tra i comandanti dei ribelli afgani.

Le forze governative non reagiscono, la presa di Kabul sembra avvenire in modo indolore. Ma non ci sono ali di folla a salutare il passaggio dei mujaheddin, né sventolii di bandiere. Sarà forse perché è il 25 aprile, ma mi sarei aspettato di vedere gente contenta, in fondo stanno sfilando i liberatori. Così, almeno, li ha sempre presentati la stampa occidentale, e non solo: “la Resistenza afgana”, l’avevano chiamata.

Gruppi di uomini armati occupano ogni strada, creano posti di blocco. Arrivano altri camion, a centinaia, anche quelli pieni di uomini armati, tra di loro si salutano brandendo i kalashnikov e lanciando slogan.

Sono giovani, come tutti i militari, di sicuro è la loro prima volta a Kabul, stupiti di trovarsi in una città così grande, così diversa dai loro villaggi. Non credo abbiano mai visto l’insegna di un ristorante né le grandi ville delle ambasciate, né le Mercedes dei ministri, né le nostre facce di stranieri.

Arrivano gli uzbechi. Sono i discendenti di Gengis Khan, dicono, e i tratti del volto rivelano la inequivocabile origine mongola. Li hanno sempre descritti come gente dura, crudele, sempre pronti a combattere, e loro vanno fieri di questa reputazione.

Altri gruppi di mujaheddin entrano in città. Non sono le truppe di Massud, hanno altre insegne e altri ritratti sui loro carri armati, quelle dei tanti partiti islamici che per anni si sono opposti a Najibullah.

Al tramonto l’occupazione di Kabul è completa.

Come ogni sera, le moschee diffondono la preghiera lamentosa dei muhezzin. Ma questa sera è diversa, sembra una supplica. Allah akhbar, Allah è grande. Che faccia allora finire questa guerra, un milione e mezzo di morti, molti di più feriti o mutilati, cinque milioni di profughi, un popolo al limite della sopravvivenza.

Che la faccia finire, basta! Comunque basta. Che questa gente abbia un po’ di respiro, che possa tornare a sorridere, a bere il tè nei bivacchi, a ritrovarsi brulicanti nei bazar, a tessere tappeti. Che riprendano a sfilare le carovane dei nomadi nel silenzio delle montagne, senza il frastuono degli elicotteri e i boati dei mortai…

È ormai buio, le preghiere si dissolvono tra il rumore dei primi spari. Proiettili traccianti, raffiche rosse che attraversano il cielo.

È il segnale, è la festa della vittoria.

Diecimila kalashnikov sparano insieme, da ogni parte, e la città si illumina di rosso. Dalla veranda di casa guardiamo stupefatti lo spettacolo.

Siamo felici di essere lì.

Immagino così il carnevale di Rio, o Nerone a contemplare Roma in fiamme. È una festa, non una battaglia. È affascinante, quel cielo, ma alla fine mette un po’ di paura. E continuano a sparare…

Chiamano via radio dall’ospedale. È a un chilometro da dove abitiamo. Usciamo con due macchine, le grandi bandiere con la croce rossa illuminate da un faro posto sul tetto. A ogni angolo c’è gente armata.

Ci lasciano passare, ma come sono diversi i loro sguardi da quelli dei militari afgani che fino a pochi giorni prima controllavano il ponte che porta all’ospedale. Questi non ci conoscono, e probabilmente non sanno neppure che cosa ci facciamo lì, in mezzo a quella guerra.

Tre bambini sono distesi sulle barelle, nello stanzone del pronto soccorso. Due sono in coma, pezzi di cervello spappolato tra i capelli pieni di sangue. Anche loro erano fuori, sui tetti delle case, a guardare come noi la festa della vittoria. I proiettili sparati in aria sono ricaduti giù entrando nelle loro teste come lame nel burro.

Li portiamo in sala operatoria. Resteremo lì tutta la notte, ne arriveranno altri quattro, di bambini così, e ci sembra un’allucinazione, un’epidemia. Sette bambini colpiti in testa, per celebrare la vittoria.

Solo due sopravviveranno.

È quasi l’alba quando torniamo a casa, ora si sentono solo poche raffiche isolate, in lontananza. Rabbia, impotenza, amarezza, voglia di mollare tutto di fronte a quelle tragedie senza senso. Anche da noi qualcuno ci lascia la pelle per i botti di fine anno, ma ho la sensazione che non sia la stessa cosa.

Riprende la preghiera dei muhezzin, come ogni giorno. Non mi pare diversa, adesso, non sento note di pace né di speranza. Che non sia ancora finita?


Gino Strada

2 pensieri su “Che non sia ancora finita?

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