Quando piove a cateratte e lui è solo


Qui Antonio alle sette meno dieci si fermò colla sua seicento. Era in un anticipo addirittura ridicolo. Non voleva farsi vedere da lei così premuroso, sarebbe stata una troppo aperta confessione.

Faceva umido e freddo. Accese una sigaretta, nonostante il turbamento che gli davano le sigarette a digiuno.

Pioveva a dirotto. Un’acqua violenta e rabbiosa di primavera che batteva sulla città livida, vuota e addormentata. Non c’era che lui. Tutti gli altri dormivano. Tutti gli altri non sapevano.

La tregua era cessata. Fra pochi minuti la vedrà. Ma è vero? Non è per caso uno scherzo? O nel frattempo non possono essere successe tante cose? Lei sentirsi male per esempio? Come lo avrebbe avvertito?

È l’ora inospitale e ingrata in cui non ci sono più desideri. Chiusi e neri i locali del divertimento e del vizio, assopiti nella carnale stanchezza gli amanti, spenti i lumi, benché la luce del giorno non basti ancora.

Anche le auto dei più disperati nottambuli sono rientrate. Non una finestra accesa. Tutti chiusi nel tepore del letto. Solo furgoni delle immondizie che rotolano di quando in quando. Una luce che non è luce, è grigio, è sonno, è lucernario, è indifferenza assoluta.

Guai a chi in una città si lascia sorprendere da questa ora senza pietà, quando piove a cateratte e lui è solo.


Dino Buzzati

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