È possibile parlare di lucida rabbia? No, non intendo rancore. Né desiderio di rivalsa, o tanto meno principio di vendetta. Mi riferisco proprio all’emozione primaria con cui reagiamo istintivamente a ciò che ci fa male, ci deturpa, ci priva di qualcosa.
Ecco, può questo moto naturale, in qualche caso, trascendere e farsi razionale, consapevole, strutturato? Lucido, per l’appunto? Se fossimo in un cinecomic, potremmo pensare a Bruce Banner che, un attimo prima di trasformarsi in Hulk, confessa “Io sono sempre arrabbiato” e poi, come al solito, spacca tutto.
Noi per fortuna, dirà qualcuno, viviamo nel mondo reale, e nel mondo reale non dobbiamo fare i conti col gigante verde. Dovremo però vedercela con J.D. Vance, l’attuale vicepresidente degli Stati Uniti d’America e con ogni probabilità prossimo inquilino della Casa Bianca. E anche J.D. Vance – ma lui preferisce firmarsi JD Vance, senza puntini, proprio come un fumetto – è sempre arrabbiato.
TUTTO CIO’ CHE NON BISOGNA ASPETTARSI DA ELEGIA AMERICANA
Ho deciso di comprare Elegia americana (anche se a parer mio il titolo originale, Hillbilly elegy, andava lasciato così com’è: la traduzione ne sminuisce, anzi ne travisa il senso) con l’idea iniziale di capire quale narrazione ci saremmo dovuti sorbire per i prossimi anni.

Il libro l’ho letto tutto d’un fiato, all’indomani delle elezioni che hanno visto il secondo prevedibile trionfo di Trump, e quasi subito ho cominciato a scrivere questa recensione, convinto per l’appunto di costruire una specie di griglia interpretativa di un tentativo di “rivoluzione culturale” da parte di quello che si presentava al mondo come uno stravagante establishment.
I tanti fatti recenti mi stanno dando torto, perché più che stravagante, questo establishment è sconcertante. E più che di narrazione, qua si parla proprio di azione. Di azione anzi ce n’è stata talmente tanta che è passato circa un anno da quando ho creato questo file. Esatto: per un anno non sono riuscito ad andare avanti, sempre temendo che qualsiasi cosa potessi scrivere sarebbe stata immediatamente superata dai fatti.
Le cose non sono cambiate, ma quantomeno mi sono rassegnato a non dover per forza prevedere l’esatto spirito del tempo. “Basta” cogliere cos’è l’America di oggi, e cosa vuole essere. Esercizio assai difficile col sistema informativo che ci ritroviamo.
D’altra parte, quella che ha preso piede con il primo scorcio del nuovo mandato di Donald Trump – e appunto del suo vice J.D. Vance, autore dell’autobiografia Elegia americana – non è una retorica di stampo conservatore. Non è men che meno un tentativo di “rivoluzione culturale”, se non nella percezione della realtà che noi, gli spettatori, ci costruiamo in base al modo più o meno partigiano con cui mezzi di comunicazione di massa e social network selezionano e raccontano gli eventi. È un modo di concepire e formare l’umanità. Un’estetica, quasi, in cui sempre più individui, in tutto il mondo occidentale, si stanno pienamente riconoscendo.
È l’estetica della rabbia. Della lucida rabbia, per l’appunto. In un’epoca in cui ciascun impulso va necessariamente e immediatamente soddisfatto, questo sentimento diventa il motore di molte esistenze: appartiene in egual misura a chi possiede tutto e a chi non ha nulla; a chi pensa che i problemi si risolvano eliminando coloro che li vivono quotidianamente e a chi è convinto che la giustizia sociale stia scomparendo; a chi vive la frustrazione di un ideale tradito e a chi non ha mai chiesto di essere messo al mondo; a chi ha fede e a chi non crede in alcun dio. Siamo tutti incazzati, questa è la verità. Il problema è quando gli arrabbiati hanno grandi poteri, come quelli di Hulk o di JD Vance.
LA GENESI DI UN ANTIEROE
Insisto su J.D. Vance e non su Donald Trump perché Trump – ormai un relitto del rampollo immobiliarista che fece della sua vita una scommessa – non è arrabbiato: e di questa America, di questa umanità, non incarna nulla. Trump è solo una maschera grottesca che appare al fianco del vero volto dell’America, che con quegli occhi glaciali, quasi inveleniti di blu, abbiamo imparato a conoscere fin troppo bene. Un aspirante signor nessuno, nato James Donald Bowman e diventato, attraverso innumerevoli tormenti e cambi di nomi e cognomi, nientemeno che il vicepresidente degli Stati Uniti d’America J.D. (dove D. sta per David e non più per Donald) Vance.

È proprio della genesi di questo anti-eroe che racconta Elegia americana, libro a suo modo geniale a cavallo di romanzo di formazione, saggio di sociologia e manifesto politico. Lo fa con uno stile semplice ma non banale, e soprattutto con una sottile capacità di blandire il lettore, senza però mai nascondere la totale consapevolezza di ciò che si aspettano di leggere coloro che si avvicinano al manoscritto.
CHE COS’E’ L’HILLBILLY
Trattandosi di un’autobiografia, Vance chiarisce prima di tutto chi è e da dove viene. Si definisce un “hillbilly”, termine che, a seconda dell’intento con cui è adoperato, può assumere diversi significati, ma che nell’iconografia mondiale si incarna perfettamente in un personaggio di terzo piano di una della serie più famose e longeve della TV americana. La serie è The Simpsons, e il personaggio è Cletus Spurckler.
Per chi non lo ricordasse (e non c’è alcun motivo di sentirsene in colpa), parliamo di lui.
Cominciamo dal significato più neutro della parola, che è, tradotto in italiano, “montanaro”. Si fa quindi riferimento all’area geografica degli Stati Uniti da cui arrivano, per l’appunto, gli hillbilly: le zone montuose degli Appalachi del Sud, a cavallo soprattutto di Virginia e Kentucky. La porta selvaggia del cosiddetto Mid-West, dove negli anni 60 e 70 centinaia di migliaia gli hillbilly – famiglia Vance inclusa – si sono riversati per andare a lavorare nelle fabbriche di quello che una volta era il centro nevralgico della manifattura statunitense.
Il secondo significato è quello più diffuso: “cafone“, con un ampio spettro di sfumature semantiche che, a differenza dei corrispondenti termini italiani, non sono necessariamente spregiative e che si possono tradurre con le parole grezzo, bifolco, zotico, buzzurro.
Ma c’è anche un’accezione positiva del termine: parlare di qualcuno come di un hillbilly può voler dire che fa parte di quella categoria di individui rudi, indipendenti e autosufficienti, considerata l’anima del popolo americano, che col suo stile di vita genuino rappresenta l’ultimo baluardo contro la dilagante corruzione della società globalista moderna.
Dunque, che hillbilly è J.D. Vance, cresciuto a cavallo di Jackson, in Kentucky, e Middletown, in Ohio? Ma forse è meglio chiedersi: che idea vuole incarnare e trasmettere J.D. Vance degli hillbilly? Spesso, durante la dissertazione autobiografica, l’autore ricorre a dati e notizie che arrivano direttamente da ciò che, almeno oggi, il vicepresidente degli Stati Uniti sembra detestare: reportage giornalistici, studi statistici e analisi sociologiche. E lo fa anche per descrivere, in modo indiretto, il contesto sociale in cui è cresciuto.
Nel 2009, ABC News ha mandato in onda un documentario sull’America degli Appalachi, mettendo in luce il fenomeno locale noto come «Mountain Dew mouth» [«bocca da Mountain Dew», una bibita gassata molto diffusa nella zona, n.d.t.]: grossi problemi dentari nei bambini piccoli, causati perlopiù da eccesso di zuccheri della dieta. Nel suo reportage, la ABC riferiva parecchi casi di bambini vittime di miseria ed emarginazione. Nella zona l’hanno visto in tanti, ma la reazione è stata fortemente negativa e riassumibile nella formula «non sono cavolacci vostri». «È la cosa più offensiva che abbia mai sentito, e dovreste vergognarvi tutti quanti, inclusa la ABC», ha scritto qualcuno su Internet. Un altro ha aggiunto: «Dovreste vergognarvi di voi stessi per aver rinforzato dei falsi stereotipi senza dare un quadro più accurato degli Appalachi. È un’opinione condivisa da tanta gente delle cittadine rurali di montagna che ho incontrato».
Lo sapevo perché mia cugina era andata su Facebook per zittire i critici: solo ammettendo i problemi della regione, la gente poteva sperare di risolverli. Amber ha un osservatorio privilegiato da questo punto di vista: diversamente da me, ha trascorso l’intera infanzia a Jackson. Era la più brava della classe al liceo e la prima laureata della sua famiglia. Ha visto con i suoi occhi il peggio della miseria che affligge Jackson e ha saputo uscirne.
Quella reazione irritata conferma ciò che dice la letteratura accademica sugli americani degli Appalachi. In uno studio pubblicato nel dicembre del 2000, i sociologi Carol A. Markstrom, Sheila K. Marshall e Robin J. Tryon osservano come la tendenza a eludere i problemi e la difficoltà nel riconoscerli «predicessero in misura significativa la resilienza» dei teenager appalachiani. Se ne deduce che gli hillbilly imparano fin da giovanissimi ad affrontare certe verità scomode ignorandole o facendo finta che ne esistano di migliori. Questa tendenza potrebbe spiegare la resilienza psicologica, ma impedisce altresì agli appalachiani di guardare obiettivamente a sé stessi.
UNA VITA DIFFICILE, QUELLA DELL’HILLBILLY
Ma a connotare la natura hillbilly sono soprattutto gli episodi di vita vissuta, i ricordi a cui Vance attinge per condividere con il lettore le lenti che ha indossato fin da bambino. Un vero imprinting di specie, frutto sostanzialmente dell’educazione ricevuta dalla nonna materna (è lei la Vance a cui il nostro ha strappato il cognome), che ha fatto le veci di una madre troppo in balia della tossicodipendenza per potersi occupare in modo continuativo del piccolo James e della sorella maggiore (avuta da un padre diverso) Lindsay.
Nell’Ohio sudoccidentale della mia giovinezza, ci veniva insegnato ad apprezzare la lealtà, l’onore e la durezza. Mi hanno fatto sanguinare per la prima volta il naso a cinque anni e mi hanno regalato il primo occhio nero a sei. In entrambi i casi, lo scontro era iniziato perché qualcuno aveva insultato mia madre. Le battute sulla mamma non erano ammesse, e quelle sulla nonna si meritavano la punizione più severa che potevano somministrare i miei piccoli pugni. Il nonno e la nonna hanno voluto che familiarizzassi con le regole di base della lotta: non attaccare mai per primo, metti sempre fine allo scontro se è qualcun altro a iniziarlo; e anche se sei un tipo pacifico, puoi menare le mani se qualcuno insulta la tua famiglia. Quest’ultima regola era inespressa ma chiara. Lindsay aveva un ragazzo di nome Derrick, probabilmente il primo, che la lasciò dopo pochi giorni. Era affranta come può esserlo solo una tredicenne, e per questo ho deciso di affrontare Derrick quando l’ho visto passare davanti a casa nostra. Aveva cinque anni e almeno quindici chili più di me, ma mi sono scagliato contro di lui due volte, facendomi sbattere immediatamente a terra. La terza volta, ormai stufo, mi ha suonato come un tamburo. Sono corso a casa della nonna, in lacrime e sanguinante, per farmi medicare. Lei mi ha accolto con un sorriso: «Hai fatto bene, tesoro. Hai fatto proprio bene».
LA TRASFORMAZIONE IN JD VANCE
L’approvazione della donna, unico punto di riferimento in un’infanzia sballottata tra tante figure paterne mancate e l’andirivieni della madre dalla cliniche di riabilitazione, è per il giovane James un faro nel buio. E il buio è un’esistenza priva di significato. Ovvero uguale a quella di tutti gli altri hillbilly. I quali, dopo essersi resi conto che non c’è mai stata alcuna giovinezza e men che meno alcuna terra promessa, ciondolano tra tabacco e alcol in attesa che un infarto li stramazzi nel cortile di casa (sorte capitata a nonno Vance).
Il ragazzo non è nemmeno lontanamente consapevole che possa esserci un’altra vita, fino a quando non scopre l’America vera. Che, lui ne è convinto, lo salva, trasformandolo in un capo carismatico.
L’America vera è il corpo dei Marines, dove per mancanza di reali alternative Vance si arruola e dove per la prima volta conosce il significato delle parole “rispetto”, “dignità” e “fratellanza”. L’America vera è l’Iraq occupato dagli americani, dove viene inviato per una missione non combattente di qualche mese e dove scopre il significato delle parole “umanità”, “gentilezza” ed “empatia”.
Come addetto alle pubbliche relazioni, venivo aggregato alle diverse unità per farmi un’idea della loro routine quotidiana. A volte accompagnavo i giornalisti, ma di solito scattavo fotografie o scrivevo brevi articoli su alcuni Marines e sul loro lavoro. Poco dopo la fine del corso, sono stato aggregato a un’unità di «affari civili» che teneva i rapporti con le comunità locali. Queste missioni si consideravano normalmente più pericolose, perché un piccolo gruppo di Marines si avventurava in un tratto non protetto del territorio iracheno per incontrare la popolazione. Un giorno, alcuni ufficiali hanno incontrato i dirigenti della scuola locale mentre i soldati presidiavano la zona o socializzavano coi bambini, giocando a calcio insieme a loro e regalandogli dolci e articoli di cancelleria. Un ragazzino timidissimo mi si è avvicinato e ha steso la mano. Quando gli ho allungato una piccola gomma per cancellare, ha fatto un gran sorriso prima di correre a casa stringendo quel prezioso trofeo da due cent. Non avevo mai visto una gioia così grande sul volto di un bambino.
Io non credo alle epifanie. Non credo alle illuminazioni improvvise che ti cambiano la vita da un momento all’altro, perché la trasformazione non è un fenomeno istantaneo. Ho visto troppa gente animata da un sincero desiderio di cambiamento perdere l’entusiasmo quando si è resa conto di quanto fosse difficile metterlo in atto. Ma in quel momento, con quel ragazzino, ci sono andato molto vicino. Era tutta la vita che ce l’avevo con il mondo intero: con mia madre e con mio padre; con i compagni di scuola che venivano scorrazzati in giro dagli amici mentre io dovevo prendere l’autobus; con una condizione economica che mi impediva di acquistare capi Abercrombie; con il destino che mi aveva privato del nonno; con una casa troppo piccola. Quel risentimento non è svanito in un istante, ma, quando mi sono trovato di fronte ai bambini di un paese lacerato dalla guerra, alla loro scuola senza acqua corrente e a quel ragazzino al settimo cielo perché gli avevo regalato una gomma, ho cominciato a capire quant’ero fortunato: ero nato nel paese più ricco del mondo, avevo a disposizione tutte le comodità moderne, ero stato allevato da due hillbilly pieni di premure e facevo parte di una famiglia che, pur con tutte le sue stranezze, mi amava incondizionatamente. In quel momento ho deciso che sarei stato come lui: avrei imparato a sorridere a ogni minima gentilezza. Non ci sono ancora riuscito del tutto, ma senza quell’incontro non ci avrei nemmeno provato.
E pensa un po’ se non ci avesse nemmeno provato. La storia, in realtà, non finisce qui. Il libro ripercorre – in modo più svelto, va detto, infarcendosi di episodi dalla morale spicciola come quello appena letto – gli eventi che hanno permesso al ragazzo diventato uomo – che nel frattempo si è fatto strada tra Yale e la California hi-tech di Peter Thiel – di acquisire i suoi super poteri: contatti altolocati (indispensabili per fare politica negli Stati Uniti), un matrimonio che ha portato in dote la conversione al cattolicesimo e una reputazione così solida da porsi come baluardo del neoconservatorismo americano, inizialmente contrapposto alla proposizione di Donald Trump e poi fieramente schierato coi MAGA. Non l’antieroe che l’America meritava ma quello di cui aveva bisogno (semicit.).