Piazza del Pascolo era piena di quel sole e lungo la lama d’ombra del marciapiedi, il cavaliere camminò un poco, poi attraversò per fare due passi nel bel mezzo della piazza al sole. Ragazze uscivano dalla scuola di ragioneria, venendo dai giardini, allora dovette nuovamente traversare la piazza per poterle incrociare. Erano tutte allegre e colorate, a mucchi e file lunghe di voci e risa. Le guardò, sentendosi caldo il respiro. Glie ne piaceva più di una. Ma come minimo ci vorranno magari «cinquemila», pensò. Studentesse. Piene di arie.
Arrivato ai giardini guardò un poco in giro, sul piazzale. Vecchi passeggiavano, chiusi nei giacconi e nelle mantelle, mucchi di neve spalata annerivano al sole, le macchine pubbliche al posteggio luccicavano dai vetri e dalle vernici come coleotteri.
Alzò gli occhi per vedere l’ora sul quadrante dell’orologio della stazione. Andava avanti di cinque minuti. Il suo invece era regolato dai segnali della radio. Girò sui tacchi e riprese via Cavour. Suonavano campane e sirene di fabbriche e arrivato al caffè Berzia entrò e sedette nello scuro piacevole dietro i vetri. La cameriera gli portò il Cinzano e le paste. Si sentiva protetto e sicuro in quell’angolo d’ombra e odori delicati. Lì riusciva sempre a pensare che la vita non è difficile, basta saperla prendere.
Era mezzogiorno e file di biciclette con ragazze e operai salivano lungo via Cavour venendo dalle fabbriche della circonvallazione. Le mani sui manubri erano nere e grosse e suonavano i campanelli mentre la guardia al crocicchio dei Battuti Neri smistava e dirigeva la gente coi segni della mano guantata di bianco, salutando con cenni brevi del capo questo e quello e ogni tanto portando la mano al berretto.
«Ci sei solo più tu che passi quando non hai via libera» gridò a uno in tuta che volse la testa in un sogghigno continuando a pedalare.
Il cavaliere guardava l’orologio. Il vermut gli si adagiava dentro in brividi placidi e accendendo un’altra sigaretta pensò nuovamente alla bella giornata. L’indomani, domenica, sarebbe andato a Saint Vincent per la gara di tiro al piccione. Aveva trovato il nuovo accompagnatore, finalmente, dopo una settimana di ricerche. Il suo solito amico di quei viaggi e gare era morto un mese prima, buonanima, lasciandolo nei guai. Mica è cosa facile trovare da un giorno all’altro un uomo buono, di cui ci si possa fidare, che prenda i fucili, li carichi, te li porga mentre tu sei sulla pedana, faccia attenzione alla macchina e magari racconti storie allegre durante il viaggio e ti capisca.
A lui c’era voluta una buona settimana per sceglierne uno, cercando tra i vari amici, continuando a scartare e cabalizzare. Quando gli avevano detto che il suo vecchio accompagnatore era morto sparandosi un colpo di fucile in bocca, per poco non gli era preso un accidente. Chissà poi perché la gente fa gesti simili. Colpo di fucile in bocca, ci voleva un bel coraggio. Certo che si fanno cose simili perché in quel momento non ci si pensa, si è matti. Ad ogni modo lui aveva perso almeno due gare di tiro per quella storia.
Guardò l’orologio poi mangiò con gusto l’ultima bignola, sentendola ancora calda in bocca e volle ordinare un altro Cinzano. Era veramente una buona giornata e la figlia non aveva chiesto quattrini nella lettera.
Giovanni Arpino