Ritratto di sirena


“Le assenze di Lighea erano frequentissime: senza farmene cenno prima si tuffava in mare e scompariva, talvolta per moltissime ore. Quando ritornava, quasi sempre di primo mattino, o m’incontrava in barca o, se ero ancora nella casupola, strisciava sui ciottoli metà fuori e metà dentro l’acqua, sul dorso, facendo forza con le braccia e chiamandomi per esser aiutata a salire la china.

‘Sasà,’ mi chiamava, poiché le avevo detto che questo era il diminutivo del mio nome. In questo atto, impacciata proprio da quella parte del corpo suo che le conferiva scioltezza nel mare, essa presentava l’aspetto compassionevole di un animale ferito, aspetto che il riso dei suoi occhi cancellava subito.

Essa non mangiava che roba viva: spesso la vedevo emergere dal mare, il torso delicato luccicante al sole, mentre straziava coi denti un pesce argentato che fremeva ancora; il sangue le rigava il mento e dopo qualche morso il merluzzo o l’orata maciullata venivano ributtati dietro le sue spalle e, maculandola di rosso, affondavano nell’acqua mentre essa infantilmente gridava nettandosi i denti con la lingua. Una volta le diedi del vino; dal bicchiere le fu impossibile bere, dovetti versargliene nella palma minuscola ed appena appena verdina, ed essa lo bevette facendo schioccare la lingua come fa un cane mentre negli occhi le si dipingeva la sorpresa per quel sapore ignoto. Disse che era buono, ma, dopo, lo rifiutò sempre. Di quando in quando veniva a riva con le mani piene di ostriche, di cozze, e mentre io faticavo ad aprirne i gusci con un coltello, lei li schiacciava con una pietra e succhiava il mollusco palpitante, insieme a briciole di conchiglia delle quali non si curava.

“Te l’ho già detto, Corbèra: era una bestia ma nel medesimo istante era anche una Immortale ed è peccato che parlando non si possa continuamente esprimere questa sintesi come, con assoluta semplicità, essa la esprimeva nel proprio corpo. Non soltanto nell’atto carnale essa manifestava una giocondità e una delicatezza opposte alla tetra foia animale ma il suo parlare era di una immediatezza potente che ho ritrovato soltanto in pochi grandi poeti. Non si è figlia di Calliope per niente: all’oscuro di tutte le colture, ignara di ogni saggezza, sdegnosa di qualsiasi costrizione morale, essa faceva parte, tuttavia, della sorgiva di ogni coltura, di ogni sapienza, di ogni etica e sapeva esprimere questa sua primigenia superiorità in termini di scabra bellezza. ‘Sono tutto perché sono soltanto corrente di vita priva di accidenti; sono immortale perché tutte le morti confluiscono in me da quella del merluzzo di dianzi a quella di Zeus, e in me radunate ridiventano vita non più individuale e determinata ma pànica e quindi libera.’


Giuseppe Tomasi di Lampedusa

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