Qualcuno ha voluto sfidare le sinistre previsioni riconducibili alla «tragedia dei beni comuni». La defunta Elinor Ostrom vinse nel 2009 il Nobel per l’economia per il suo lavoro volto a dimostrare la superiorità della gestione diretta di risorse ittiche, pascoli, boschi, laghi e riserve idriche sotterranee. La dottrina consolidata conserva la sua forza fintantoché ci si rassegna alla sua premessa implicita, ossia che gli esseri umani siano ciecamente guidati da quello che i lavoratori americani, all’alba della rivoluzione industriale, chiamavano «il nuovo spirito del tempo»: «Accumulare ricchezza e preoccuparsi solo per sé».
Come i contadini e i lavoratori d’Inghilterra prima di loro, anche i lavoratori americani stigmatizzavano questo nuovo spirito che veniva loro inculcato a forza, giudicandolo umiliante e distruttivo, un’aggressione all’essenza stessa delle donne e degli uomini liberi. E sottolineo la parola «donne»: tra coloro che maggiormente fecero sentire la loro voce contro l’annientamento dei diritti e della dignità delle persone libere da parte del sistema industrial-capitalistico figuravano infatti le «ragazze di fabbrica», ossia le giovani donne provenienti dalle campagne. Anche loro furono risucchiate nel sistema del lavoro salariato soggetto a sorveglianza e controllo, e giudicato diverso dalla schiavitù solo perché temporaneo. La visione del «nuovo spirito del tempo» era invece considerata talmente naturale da divenire lo slogan del Partito repubblicano, oltre che l’insegna sotto la quale i lavoratori nordisti trasportavano le armi durante la Guerra di secessione.
Tutto questo avveniva centocinquant’anni fa, e ancor prima in Inghilterra. Da allora grandi sforzi sono stati profusi per inculcare il nuovo spirito del tempo. Vi ci si dedicano importanti settori economici: l’industria delle pubbliche relazioni, della pubblicità e del marketing in generale, le quali tutte contribuiscono in modo consistente al prodotto interno lordo. La missione di questi settori è «fabbricare bisogni», come ha spiegato il grande economista politico Thorstein Veblen.
Per usare il gergo degli stessi dirigenti, lo scopo è orientare le persone verso «le cose superficiali» della vita, ad esempio «i consumi alla moda». In questo modo esse possono essere atomizzate, separate le une dalle altre, indotte a ricercare il mero vantaggio personale, distolte dal proposito, molto pericoloso, di pensare in modo autonomo e contestare l’autorità.
Uno dei pionieri della moderna industria delle pubbliche relazioni, Edward Bernays, definì «ingegneria del consenso» questo processo di formazione delle opinioni, dei comportamenti e della percezione. Bernays era uno stimato progressista, fedele alla linea Wilson-Roosevelt-Kennedy, proprio come il giornalista Walter Lippmann, suo coevo, l’intellettuale più influente d’America nel ventesimo secolo, il quale vedeva nella «fabbrica del consenso» addirittura una «nuova arte» della prassi democratica.
Entrambi sostenevano che i cittadini devono essere «messi al loro posto», ossia marginalizzati e tenuti sotto controllo, nel loro stesso interesse ovviamente. La gente è troppo «stupida e ignorante» per consentirle di gestire autonomamente i propri affari. Quel compito spetta invece alla «minoranza intelligente», che va protetta «dallo scalpiccio e dal fragore del gregge smarrito», dagli «intrusi ignoranti e ficcanaso»; insomma dalla «moltitudine instabile», come la chiamavano i loro predecessori del diciassettesimo secolo. I cittadini devono essere «spettatori», non «partecipanti all’azione», in una democrazia che funzioni a dovere.
Noam Chomsky