Fu nella comune che Ikonnikov cominciò a predicare il Vangelo e a pregare Dio per la salvezza di chi stava morendo. Alla fine lo arrestarono, ma le sciagure degli anni Trenta gli avevano ormai annebbiato la mente. Dopo un anno di cure forzate in un ospedale psichiatrico per detenuti, venne scarcerato e andò a vivere in Bielorussia dal fratello maggiore, docente di biologia, che gli trovò lavoro in una biblioteca.
Ma le oscure vicende degli anni prima
l’avevano segnato per sempre.
Quando scoppiò la guerra e i tedeschi invasero la Bielorussia, Ikonnikov vide le sofferenze dei prigionieri e assistette allo sterminio degli ebrei nelle città e negli shtetl bielorussi. E ripiombò in una sorta di isteria: supplicava conoscenti e sconosciuti di nascondere gli ebrei, e lui stesso cercò di salvare donne e bambini. Non ci volle molto perché lo denunciassero e, scampato alla forca per un qualche miracolo, si ritrovò nel lager.
Nella testa di quel povero, lurido «rincatinito» che perorava le categorie assurde e grottesche di una morale al di sopra delle classi regnava il caos.
«Là dove c’è violenza,» spiegava Ikonnikov a Mostovskoj «regna il dolore e scorre il sangue. Le ho viste, io, le sofferenze immani dei contadini, e la collettivizzazione era a fin di bene. Non ci credo, io, nel bene. Io credo nella bontà».
«Dunque, a sentire lei, dovremmo inorridire anche quando, a fin di bene, qualcuno impiccherà Hitler e Himmler. Inorridisca lei, mi faccia il favore» gli ribatté Michail Sidorovič.
«Se lo chiede a Hitler,» disse Ikonnikov «le dirà che anche questo lager è a fin di bene».
Quando discuteva con Ikonnikov, Mostovskoj sentiva che la sua logica era come un coltello che tentava invano, scioccamente, di infilzare una medusa.
«Il mondo non ha ancora trovato una verità superiore a quella espressa nel VI secolo da un cristiano di Siria: “Condanna il peccato e perdona il peccatore”» ripeteva Ikonnikov.
Vasilij Grossman