Coerenza e sdoppiamento


Nel saggio Self Reliance – La fiducia in se stessi, Ralph Waldo Emerson scriveva: “I cervelli piccoli sono stupidamente ossessionati dalla coerenza.” Nella stessa pagina si preoccupava che gli individui rimanessero bloccati in “un maniacale rispetto per ogni azione o parola del passato, perché gli altri non hanno altri dati per valutarci se non il nostro passato e noi abbiamo paura di deluderli“.

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In Le origini del totalitarismo Hannah Arendt ha scritto che pensare è una forma di sdoppiamento, in quanto “dialogo tra me e me”. Quando ognuno di noi pensa e decide è in rapporto dialogico con quel “due in uno” che è il nostro Sé. Un Sé che, a differenza di un brand, non ha un’identità unica e immutabile: altrimenti che cosa ci sarebbe da pensare o da fare?

Richard C. Schwartz, ideatore della “terapia dei sistemi familiari interni”, suggerisce che in realtà vi siano più di due Sé, ognuno costituito da una molteplicità – o, meglio, un mosaico – di voci, speranze e pulsioni spesso contraddittorie tra loro. In casi estremi, quando questi Sé si dissociano l’uno dall’altro, si ha una patologia, che fino a qualche anno fa veniva definita “disturbo dissociativo dell’identità”. Tuttavia, la capacità di avere un dialogo (o una “tavola rotonda”) con le varie parti di noi è sana e tipicamente umana. Inoltre, secondo Arendt, è quando le persone comuni perdono la capacità di avere questo dialogo interno e di decidere – e si ritrovano a masticare slogan e luoghi comuni senza senso – che si ha la patologia del “male radicale”. Lo stesso avviene quando perdono la capacità di vedere il punto di vista degli altri, “di rendere presente alla loro mente le posizioni di coloro che sono assenti”.In questo stato di assenza di pensiero (di pensieri propri), si afferma il totalitarismo. In altre parole, non dobbiamo aver paura se sentiamo delle “voci nella testa”, dobbiamo invece aver paura se non le sentiamo.


Naomi Klein

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